Scopri il romanzo ‘Trenta anni’ di Gianfranco Lanini, un viaggio tra memoria e nostalgia nato durante il lockdown.
La memoria può essere un luogo rassicurante oppure un territorio pieno di zone d’ombra. In “Trenta anni”, romanzo d’esordio di Gianfranco Lanini pubblicato da Guida Editori nella collana Pagine d’autore, il passato riaffiora all’improvviso, costringendo il protagonista a rimettere in discussione certezze, affetti e ricordi. Tra gli anni Ottanta, la pandemia e un mistero che affonda le radici nella memoria, l’autore costruisce una storia dal ritmo cinematografico, nata durante il lungo lockdown vissuto a Shanghai. Un viaggio tra nostalgia, identità e seconde possibilità, accompagnato dalla musica che scandisce ogni capitolo del romanzo. Ne parliamo con lui per la nostra rubrica “Libri e Scrittori”.
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Gianfranco Lanini, benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello spettacolo”. “Trenta anni” è nato durante il lockdown di Shanghai. In che modo quell’esperienza di isolamento ha trasformato un ricordo personale in un romanzo?
«Il lockdown di Shanghai, durato due mesi, è stato più severo rispetto a quelli sperimentati in Italia, ero chiuso in una camera d’albergo e il cibo veniva portato fuori la porta, era concesso di uscire solo una volta al giorno per effettuare il tampone. In quel periodo i miei compagni di classe del liceo si erano rivisti dopo tanti anni e postavano sui social media le foto di quell’evento ma anche dei nostri giorni di gloria. Io approfittavo di quelle uscite giornaliere cercando di allungare quanto più possibile il percorso e ascoltando musica per estraniarmi da quella situazione. In quei momenti, durante quelle passeggiate, quelle foto, quei ricordi incominciavano a trasformarsi in nuovi protagonisti e nuove avventure».
Potremmo dire che la scrittura è stata terapeutica?
«Le giornate non finivano mai, nei giorni lavorativi almeno c’era lo smart working ma il fine settimana era interminabile. Scrivere è stato sicuramente terapeutico anche perché le prime stesure del libro sono state scritte a mano. Rientravo in stanza da quelle passeggiate per il tampone e iniziavo a riempire pagine su pagine, con una scrittura sempre più precisa e curata, quasi come cercassi di distrarmi, come se stessi colorando un Mandala».
Il protagonista Gabriele scopre che la memoria può nascondere verità inattese. Quanto ti ha affascinato il rapporto tra ciò che ricordiamo e ciò che, invece, il nostro inconscio sceglie di cancellare?
«La visione di quelle foto fece nascere alcune riflessioni, mi resi conto che mentre alcuni eventi li serbavo con cura e ricordavo infiniti dettagli – dal clima del giorno, al mio abbigliamento, alle battute che avevo scambiato – altri erano completamente svaniti, vedevo immagini in cui facevo fatica a riconoscermi, a collegarle alla realtà. Analizzando poi i ricordi più vividi e confrontandomi con chi li aveva vissuti con me emergeva che comunque la memoria ne aveva smussato gli spigoli, aveva addolcito le amarezze, questo mi portò a vedere la storia che stavo scrivendo sotto un altro punto di vista e a una sua profonda revisione».
Se dovessi descrivere gli anni Ottanta con pochi aggettivi, quali useresti?
«Per la maggioranza di noi penso che i ricordi legati alla propria giovinezza siano legati a sensazioni di piacere e nostalgia, tutto sembra perfetto dunque queste sono le prime sensazioni a quegli anni. Passando a una riflessione più matura, escludendo dunque le emozioni, quando penso agli anni Ottanta potrei descriverli come: allegri, dinamici, fiduciosi, edonisti ed egoisti».
Cosa abbiamo perso e cosa abbiamo guadagnato rispetto ad allora in Occidente e anche in Oriente?
«Osservando i miei figli e in generale i ventenni di oggi mi sembra chiaro che si sia persa la convinzione che il proprio futuro sarà migliore rispetto a quello dei genitori e dei nonni, si è persa la fiducia nel futuro. Allo stesso tempo è necessario riconoscere che adesso vi è una maggiore consapevolezza e voglia di contrastare i problemi che ci circondano che siano sociali oppure climatici. In Oriente, in particolare in Cina, è interessante notare che quella fiducia in un futuro migliore è estremamente radicata nella società, anzi è come se il passato non esistesse, si guarda solo al futuro. Vorrei fare un’ultima considerazione più leggera e con il rischio di essere additato perennemente come un boomer, ma quello che sicuramente abbiamo perso è la buona musica, senza paura di essere smentito».
Nel libro la musica accompagna ogni capitolo, quasi fosse una colonna sonora cinematografica. Per concludere, come sono nate queste associazioni tra brani e vicende dei personaggi e, se diventasse un film, quali attori farebbero parte del cast?
«In quelle lunghe passeggiate, mentre il romanzo prendeva forma, la musica di quegli anni aiutava a farmi ritornare ancora di più a quel tempo, a immergermi in quelle atmosfere. Per chi volesse leggere il libro consiglio di farlo ascoltando le canzoni che accompagnano ogni capitolo, si può provare a chiudere gli occhi e a rivivere quei momenti descritti oppure le emozioni dei personaggi. Se il romanzo dovesse diventare un film posso immaginare Pierfrancesco Favino nel ruolo del protagonista Gabriele e Vittoria Puccini in quello di sua moglie Caroline, mentre per i ruoli dei personaggi nella loro giovinezza potrebbe essere meglio affidarsi a giovani attori esordienti per far emergere più nitidamente l’innocenza e la spontaneità dei personaggi».
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