Marina Paterna. Foto da Ufficio Stampa
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Marina Paterna, la scrittrice e il testo di Simone Cristicchi

Abbiamo incontrato Marina Paterna, con la quale avevamo già discusso prima del Festival di Sanremo sul caso Caramelle dei Dear Jack e Pierdavide Carone.

Oggi torniamo a parlare con lei del brano di Simone Cristicchi:

Marina Paterna. Foto da Ufficio Stampa
Marina Paterna. Foto da Ufficio Stampa

Marina Paterna, quale è stata la sua reazione alla canzone di Simone Cristicchi presentata al Festival di Sanremo 2019?

Questa canzone è un elogio alla profondità dei sentimenti, qualsiasi essi siano. Che siano di rabbia, di paura, d’amore, resta il testo di una coscienza che nuda e cruda scava se stessa davanti a uno specchio. Sono le parole di una coscienza che si spoglia e conosce: verità, perdono, saggezza, dolore, profondità e amore, l’unico che resta.

Un viaggio nella profondità dei sentimenti puri, appunto?

Sì, assolutamente. Sono quegli stessi sentimenti che ti prendono per mano, che spesso ti accompagnano nel tuo dolore oscuro. Il testo della canzone è più simile ad un viaggio nell’immaginario, che ti mostra come superare le avversità. Per portare via il dolore devi attraversarlo. Devi ascoltarlo anche se ti mostra un’anima fragile come cristallo, la tua. Solo così facendo puoi trovare gli strumenti per ricucire le ferite fuori e dentro di te. Sanremo aveva bisogno di un canzone così. Interpretata da un eccellente Cristicchi commosso che poeta insegna a non avere paura della parte più oscura di sé.

A chi crede sia rivolta questa canzone?

Credo sia rivolta a tutti. A chi ha vissuto o vive una forte depressione e non sa come uscirne. A chi custodisce un dolore grande, una perdita o un abbandono improvviso. Se la ascolti bene è come una seduta dallo psicologo. È un percorso questo che devi fare per accettare quel che di devastante hai subìto. Là dove riscatto non è per forza reazione violenta o autodistruzione, ma rivoluzione lenta ed interiore.

Cosa ne pensa dell’arrangiamento musicale?

Delicato e profondo come il testo. Un violino che ti accarezza l’anima, asciugandoti le lacrime, come fa chi ti ama davvero. È come se la spogliasse lentamente questa anima maltrattata mentre la osserva per poi mostrarla a se stessa nuda e cruda. È un testo che mentre ti guarda dritto negli occhi, ti sussurra: Mi prenderò cura di te.

Ha definito Cristicchi un poeta perché?

Questa canzone è una poesia, una preghiera d’Amore, un inno all’amore stesso. Io ci leggo questo: Io Anima fragile chiedo a te di prendimi per mano. Accetto la mia condizione, in cambio però tu… “Abbi cura di me!” Come? Regalami un abbraccio per curare la mia anima. Fallo, ti prego, ogni volta che crederò di non farcela, ogni volta che mi sentirò sola.

Quali crede, dunque, siano le canzoni che meritavano di vincere questo Festival di Sanremo?

Sono due le canzoni sul podio di quella che io reputo la vera vittoria, quella morale, quella che scava le coscienze e lascia il segno: “Abbi cura di me” di Cristicchi e “Caramelle” dei Dear Jack e Pierdavide Carone.

Per quanto mi riguarda, Podio d’onore assoluto ad un elogio all’amore come Abbi cura di me di Cristicchi e alla verità di un urlo strozzato di un testo straordinario nella sua semplicità, ma contestualmente tanto profondo, come Caramelle di Pierdavide e Dear Jack. Sono entrambe in effetti un elogio all’amore per la vita, all’amore per se stessi e all’amore che ti scalda il cuore come unica via possibile. Il vero miracolo. Perché, dopo due Caramelle, c’è sempre bisogno di chi, poi con amore, si prenda cura di te e curi le ferite, anche là dove tu non puoi arrivare. E come dice il testo della canzone: L’unica strada possibile è l’amore, il motore, la vera scintilla che dà origine al miracolo. E allora non cerchiamo la felicità semmai, come scrive Cristicchi, proteggiamola.

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