Anthony Peth con il suo libro Le parole che servono

Le parole che servono, di Anthony Peth

Incontriamo un personaggio che è stato già nostro ospite, Anthony Peth, che ci racconta il libro per proteggere i sogni dei bambini malati.

Il conduttore e regista TV Anthony Peth ha sconfitto l’osteosarcoma e con il suo libro appena uscito “Le parole che servono” (Armando Editore) lancia un messaggio universale: «Il tumore toglie le forze al corpo, ma non può spegnere il sorriso di un ragazzo. Sconfiggiamo la paura insieme». Ne parliamo con lui per la nostra rubrica “Libri e Scrittori”.

Anthony Peth, ben ritrovato sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. L’osteosarcoma è un tumore osseo molto aggressivo che colpisce proprio i giovani e gli adolescenti nell’età della crescita. Come si trova la forza di non arrendersi quando il proprio corpo sembra tradirti?
«Ti aggrappi alla vita con le unghie. È vero, il corpo ti tradisce: non puoi più correre, perdi peso, ti vedi fragile. Ma è proprio in quel momento che devi capire che tu non sei la tua malattia. Tu sei molto di più. Ai ragazzi che in questo momento stanno affrontando le cure dico: non lasciate che il brutto male vi rubi la capacità di sognare cosa farete da grandi. Io, mentre facevo le terapie, sognavo la televisione, sognavo la regia, sognavo il successo. Quei sogni sono stati la mia medicina più forte, insieme al lavoro straordinario dei medici».

Il tuo libro è composto da 50 parole. C’è una parola specifica che hai dedicato ai bambini e ai giovani adolescenti in trincea?
«La parola è “Coraggio”. Ma non il coraggio dei supereroi dei fumetti, no. Il coraggio di chi riesce a fare un piccolo sorriso anche dopo una giornata di terapia devastante. Il coraggio di chi accetta di cadere ma trova la forza di rialzarsi il giorno dopo. Ho realizzato questo libro con Armando Editore proprio per questo: volevo che fosse uno scudo per proteggere la loro speranza. Negli ospedali di Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli porterò questo scudo, per dire a ogni singolo ragazzo: “Io combatto al tuo fianco. Non avere paura”».

Anthony, nel tuo libro ripercorri un lungo e doloroso percorso ospedaliero. Cosa prova un bambino quando scopre che la sua vita si sposta dentro una corsia d’oncologia?
«Prova un senso di smarrimento totale. Ti viene strappata la normalità da un giorno all’altro. Invece di correre dietro a un pallone o andare a scuola con i tuoi compagni, le tue giornate vengono improvvisamente scandite dai flaconi della chemioterapia, dall’odore acre dei disinfettanti e dal suono continuo dei macchinari. Ricordo la solitudine di quelle notti, quando guardavo fuori dalla finestra e mi chiedevo perché fosse toccato proprio a me. Il tumore ti toglie i capelli, ti toglie le forze, ti trasforma il corpo fino a farti paura quando ti guardi allo specchio. Ma io ai bambini e ai giovani adolescenti che sono in quel letto oggi voglio dire una cosa: quel letto è solo una stazione di passaggio, non è il vostro capolinea».

Hai confessato che la celebre giornalista Silvana Giacobini è stata la prima a cui hai aperto il cuore, mostrando la paura che portavi dentro da anni. Come è andato quell’incontro?
«Silvana ha una sensibilità d’altri tempi, una capacità rara di leggerti l’anima oltre lo schermo e oltre la superficie della popolarità. Quando ci siamo seduti a parlare, ho sentito crollare la maschera del conduttore sempre perfetto, solare e felice. Le ho confessato tutto: la paura che ancora a volte mi sveglia la notte, il dolore di un bambino che ha dovuto rinunciare alla normalità per colpa dell’osteosarcoma, il peso di quelle cicatrici. Piangevo, e lei mi ha ascoltato senza giudicare, stringendomi forte le mani. Mi ha guardato e mi ha detto: “Anthony, la tua non è una storia di malattia, è una storia di vittoria. Devi scriverla, perché le tue parole servono a chi sta lottando”. La sua prefazione per me non è solo un testo letterario, è la carezza che mi ha dato il coraggio definitivo di liberarmi dal silenzio».

Perché hai scelto di strutturare il libro proprio come un vocabolario di cinquanta parole anziché come una classica biografia cronologica?
«Perché il dolore non è una linea retta, è frammentato, e la memoria di un trauma si muove per immagini e per concetti. Quando sei bloccato in un reparto d’ospedale, la tua mente si aggrappa a singole parole che diventano isole di salvataggio o scogli contro cui urtare. Isolare cinquanta termini mi ha permesso di analizzare ogni frammento della mia vita sotto una luce diversa. Volevo evitare la trappola del diario clinico patetico. Ogni capitolo del mio libro è una fermata del cuore, un modo per dare a ogni concetto un valore terapeutico e filosofico, prima ancora che biografico».

Dal 1 settembre, giorno dell’uscita nazionale, hai iniziato un tour solidale nei reparti oncologici degli ospedali di Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli. Con quale spirito varcherai di nuovo quelle soglie?
«Ci vado con il cuore in gola ma con un’energia immensa. Non ci vado da personaggio pubblico o da conduttore televisivo, ci vado da ex paziente, da sopravvissuto, da fratello maggiore. Voglio guardare negli occhi i ragazzi che oggi fanno la chemioterapia e stringergli la mano senza filtri. Voglio che vedano in me un esempio concreto. Negli ospedali non porterò solo copie del libro da donare, porterò la prova vivente che dal tunnel si può uscire. Devo tutto alla vita e alla sanità; tornare in quelle corsie è il mio modo di restituire una parte di ciò che ho ricevuto».

Qual è il messaggio finale che vuoi lanciare, attraverso le nostre pagine, a tutti i giovani adolescenti che in questo momento stanno combattendo contro il “brutto male”?
«Gli voglio dire di non lasciare che il tumore rubi la loro identità. Voi non siete la vostra diagnosi, voi siete i vostri sogni. Piangete quando ne avete bisogno, urlate se la rabbia si fa troppo forte, perché crollare fa parte del percorso di guarigione. Ma poi rialzate la testa. Guardate le vostre cicatrici non come un segno di vergogna, ma come le medaglie di una battaglia epica. Il brutto male si batte continuando a desiderare la vita, e io sono qui per ricordarvi che il domani vi sta aspettando. Non arrendetevi mai».

Se questa intervista ti ha incuriosito, e vuoi approfondire o leggere “Le parole che servono, di Anthony Peth” ecco dove trovarlo.

Su Francesca Ghezzani

Giornalista, addetto stampa, autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici. In passato ha collaborato con istituti in qualità di docente di comunicazione ed eventi.

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