Intervista all’attrice Samanta Piccinetti, che ci racconta del suo lavoro, della sua vita e del suo nuovo cortometraggio.
Incontriamo Samanta Piccinetti per l’occasione legata al cortometraggio “Nereide”, di cui è protagonista, realizzato in onore della Guardia Costiera, dei suoi 160 anni di pura storia. Un viaggio nel percorso artistico dell’attrice, quello che andrete a leggere, nell’amore che nutre per la recitazione e per la famiglia che cura con attenzione e profonda dedizione, senza lasciare mai nulla al caso.
Bentornata sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Samanta Piccinetti. Sei tra i protagonisti di “Nereide”, un cortometraggio che racconta la Guardia Costiera italiana, realizzato da Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis, il tutto atto a celebrare i 160 anni dell’istituzione. Come ha preso forma questa ‘storia’?
«Ho conosciuto Alessandro D’Ambrosi, abile regista teatrale e cinematografico, sul set di Un Posto al Sole, per poi incontrare, successivamente, anche Santa. Un progetto che avevano in cantiere da un po’, Nereide, e che una volta proposto mi è piaciuto tantissimo. Ho ritrovato, in questo ‘scritto’, tanto amore per la vita, per il prossimo, e tanto coraggio… qualcosa di bellissimo! L’istinto mi ha portato a dire si, realizzando le riprese lo scorso novembre, a Napoli, dopo anni che non ritornavo in quella città. Da questo corto di ventidue minuti, si sono poi aperte delle strade dedicate ai festival, così come l’approdo a Venezia. Un lavoro voluto, fortemente desiderato, da Guardia Costiera».

Cosa ne è conseguito?
«Il lavoro è piaciuto talmente tanto da volermi anche negli spot e devo dire che ne sono stata felice. Alessandro e Santa hanno quel qualcosa di particolare, di poetico, quell’in più che rende il tutto più bello, magico. Al mio fianco, per l’occasione, Giulio Scarpati, un capo in pensione, una fonte di ispirazione».
Un approdo importante, Venezia…
«Era la seconda volta che andavo a Venezia ma questa volta con una proiezione, qualcosa che ha avuto molto più valore e mi ha reso ancora più emozione. Essere su di un palco dopo aver ascoltato parlare il presidente della biennale e il sindaco di Venezia ti regala tanto. Ne sono stata davvero felice!
A tal proposito, cosa sta regalandoti questo percorso da attrice, sino ad oggi?
«Mi regala un continuo, giornaliero, confronto con me stessa. La recitazione ti porta a liberarti da tutto, da qualsiasi blocco, esplorando sempre più la tua persona. Una conoscenza continua a cui il nostro lavoro ci obbliga e che mi ha portata ad essere sempre più consapevole di ciò che sono. Questo percorso mi ha anche regalato una famiglia, la possibilità di incontrare mio marito Michelangelo, ad Un Posto al Sole, che insieme alle mie figlie, oggi, rappresentano tutta la mia vita! Non posso che ringraziarlo, quindi, questo lavoro…».

Ti andrebbe di parlarci della Samanta mamma?
«Ecco, forse questo dovrebbe essere chiesto a qualcun’altro, non a me! (Ride) Posso dirti che cerco di dare dei giusti binari alle mie figlie, dei background solidi, validi, come quelli che ho avuto io, che sono cresciuta in Toscana, con i miei nonni, lavorando la terra. Qualcosa di non troppo facile, perché lasciare una certa libertà inevitabilmente ti porta a scontrarti con la genitorialità, a dare delle forti indicazioni. Cerco, giornalmente, di regalare loro solidità, anche se in una città come Roma non è sempre facile. Sono, ad ogni modo, una mamma affettuosa, che ama prendersi cura della famiglia, cucinare, creare cose per loro e, quando capita di lavorare, c’è il papà ad essere presente, proprio come me».
La tua vita ti ha riservato una bellissima, nonché dolce, parentesi televisiva, divenuta per molti versi ‘famiglia’. Parliamo di Un Posto al Sole, la soap all’ombra del Vesuvio, della tua indimenticata Arianna Landi. Cosa porti con te di quel periodo vissuto a Napoli?
«Un Posto al Sole è stata la mia famiglia televisiva per ben dieci anni. Anni che non sono stati pochi ma posso dirti che sono volati. È stato bello poterci essere, sia dal punto di vista televisivo che umano. Si sono creati dei forti legami, questo perchè senti di essere realmente parte di una piccola famiglia, qualcosa che diventa difficile, doloroso, lasciare. Una scuola importante, tra l’altro, perché vivi ritmi serrati e non posso nasconderti che sarei felice di ritrovarla, la mia Arianna, a cui penso spesso. Chissà come sarebbe ora, a distanza di sei anni, con quel figlio che adottò, per capire quanto possa essere maturata nel tempo. Il bello della serialità consiste proprio in questo, nel vivere i cambiamenti di pari passo con il proprio vissuto. Quindi, come sarebbe se tornasse? Ci salutiamo con questa domanda».
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