Marco D’Aniello: il campione di nuoto insegna a non arrendersi mai

“Il figlio che avevamo desiderato tanto, per cui avevamo fatto mille sogni e progetti, arrivato dopo sei anni di matrimonio, improvvisamente ci rendemmo conto che era e sarebbe stato sempre un cucciolo indifeso e che, più che dall’autismo, dovevamo difenderlo dalle persone, dal mondo avido e indifferente”. Lo afferma Cinzia Vozza, la mamma di Marco, nel volume Il mio tuffo nei sogni. Marco D’Aniello, una storia di sport e amicizia (Altrimedia Edizioni, prefazione di Mara Venier) della giornalista e scrittrice Rossella Montemurro.

Il mio tuffo nei sogni - Marco D'Aniello

Marco da bambino speciale è diventato campione di nuoto. Nel 2019 ha conquistato il record italiano assoluto nella categoria Juniores 50 metri stile libero ai Campionati Nazionali della FISDIR.

Toccante la prefazione del volume firmata da Mara Venier: “Marco, Cinzia, Roberto e Barbara mi sono rimasti nel cuore. Come accade per tutte le anime belle, pure: uomini e donne che lottano ogni giorno contro qualcosa di indefinito, sopportando pregiudizi, cattiverie spesso conditi da sguardi di commiserazione. Cinzia e Roberto sono genitori esemplari. Giovanissimi si sono misurati con l’angoscia di non sapere cosa stesse accadendo al proprio bambino e, nello stesso tempo, coi propri limiti. Con tenacia e forza di volontà hanno saputo stargli vicino amorevolmente con tutte le proprie forze e con grande determinazione. Ancora oggi di autismo se ne parla tanto ma non sufficientemente; ancora meno si dà la giusta rilevanza a storie di grandi sacrifici ma soprattutto di straordinario amore come questa”.

Benvenuta su La Gazzetta dello Spettacolo a Rossella Montemurro, come hai conosciuto la storia di Marco D’Aniello e perché metterla nero su bianco? 

È stato un mio amico che conosce la famiglia D’Aniello, lo scrittore e agente letterario Lorenzo Laporta, a parlarmi di Marco. La storia era nelle mie corde, ho parlato di questo progetto editoriale ad Altrimedia Edizioni, una piccola grande casa editrice materana che, nelle persone di Gabriella Lanzillotta e Vito Epifania, ha subito accettato. Ho fatto lunghe chiacchierate con Roberto e Cinzia per entrare nella vita di Marco e ho scoperto un’umanità incredibile: loro hanno lottato con le unghie e con i denti affinché questo ragazzo avesse una quotidianità uguale a quella dei coetanei, si sono imposti ad esempio per fargli seguire a scuola una programmazione curriculare. Oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma dietro c’è un passato, un vissuto non semplice. In primis di autismo vent’anni fa se ne parlava poco, con inevitabili ripercussioni sulla diagnosi e sulle terapie. E il contesto sociale non è stato sempre positivo: Marco è stato vittima di bullismo, la sua strada non è stata sempre in discesa, anzi.

Marco, quando qualcosa si conosce poco si creano spesso tanti pregiudizi e, a cascata, tutti quei fenomeni di bullismo e di esclusione. Da bambino inquieto e irrequieto hai convogliato nello sport la tua energia e oggi sei un esempio, un fuoriclasse del nuoto. Come ti sei avvicinato a questo sport?

Da bambino ero un vero tornado, ero iperattivo. Non capivo gli altri e gli altri non capivano me. Mi sentivo sempre solo perché non avevo amici e nessuno voleva giocare insieme. In alcuni periodi mi sono sentito molto triste. Un giorno vendendo la fiction “Come un delfino”, interpretata da Raoul Bova, è scattato qualcosa. Nella fiction i protagonisti erano ragazzi difficili ed emarginati che grazie a un allenatore di nuoto sono diventati campioni nella staffetta 4×50. Chiesi ai miei di iscrivermi in piscina e da allora la mia vita è cambiata.

I tuoi sono genitori fantastici. Ti hanno sempre accompagnato, pure nei momenti in salita. Sono un punto di riferimento imprescindibile anche adesso che sei un uomo?

La mia famiglia è sempre stata la mia forza, nei momenti belli e in quelli brutti. Mia madre mi dice sempre le cose giuste, riesce a tranquillizzarmi, mio padre è con me in ogni momento e mia sorella è la più meravigliosa del mondo.

Rossella, da giornalista, quali spunti e suggestioni ti sono stati dati? Sei dovuta entrare in punta di piedi nella storia di Marco e della sua famiglia e non è facile sia essere accolta che farsi da portavoce di una storia altrui…

È stato necessario armarsi di tanta sensibilità e tanta delicatezza. Per me è stato un approccio a una tematica completamente nuova. Mi sono informata molto per non essere completamente a digiuno su ciò che andavo a scoprire. L’ho fatto senza alcun pregiudizio, alcun condizionamento altrimenti sarei stata prevenuta.  Ho cercato di entrare in empatia con i genitori di Marco ed è stato semplice perché mi hanno parlato con il cuore in mano, citando anche episodi spiacevoli. Hanno capito che la storia di Marco può essere emblematica per persone che hanno un familiare nella sua stessa situazione, per gli educatori e per tanti ragazzi che non hanno gli strumenti giusti per poter approcciarsi con coetanei con problematiche simili.

Marco, sei salito sul gradino più alto del podio, sei diventato un portatore sano di felicità in linea con il tuo hashtag #trsitezzazero. Però sei stato tu stesso vittima di bullismo. Insieme alla tua famiglia, come siete riusciti ad affrontare e superare episodi così sgradevoli, crudi, che lasciano ferite?

Fin da quando ero piccolo mi sono sentito diverso e solo. Da piccolino non mi rendevo conto degli atti di bullismo, diventando più grande sì. Mi facevano scherzi cattivissimi a scuola, mi facevano sempre star male chiamandomi in maniera offensiva e nessuno, a parte uno o due ragazzi più grandi, erano miei amici. Sentivo in me la malinconia della solitudine e chiedevo aiuto a Gesù pregando tanto. Per fortuna la mia famiglia e gli insegnanti mi hanno aiutato molto a superare quei brutti momenti.

Quando sono diventato campione italiano di nuoto sono diventato più sicuro. Mi sentivo un altro. Oggi vivo la vita con il sorriso, è bello essere felici. Ho inventato l’hashtag #tristezzazero per dire a tutti che bisogna affrontare le giornate con il sorriso. Ho un amico fraterno che si chiama Giuseppe, ci conosciamo da tre anni, anni che sembrano almeno quindici…

Per diventare il Marco di oggi, lo sportivo, sono stati necessari una disciplina e valori ferrei?

Mi sono impegnato molto allenandomi in piscina e in palestra, disputando tantissime gare. Ringrazio i miei allenatori Claudia Corrente e Domenico Tagliente, il direttore sportivo Massimo Donadei, i miei secondi papà e mamma Roberto ed Elena De Ronzi della “Dojo Arashi and Fit” e la meravigliosa zia Mara Venier che mi ha inviato al programma “La porta dei sogni”. Quel giorno sono entrato in piscina e ho conosciuto Raoul Bova. Mi ha promesso che rimarremo amici per tutta la vita: è stata un’esperienza che non dimenticherò mai.

La storia di Marco è una storia che commuove ed è capace anche di far sorridere, spinge a interrogarsi ma indigna anche molto, vero Rossella?

Certo, è una storia che indigna perché purtroppo non viviamo ancora in una società pronta ad accogliere la disabilità, la diversità e la fragilità. La fragilità ai nostri giorni spaventa perché siamo immersi in un contesto che ci vuole tutti perfetti, al massimo delle nostre prestazioni, efficienti, vincenti. Nel momento in cui ci si avvicina a qualcuno che è diverso da noi, è diverso dai canoni che la società ci impone abbiamo delle reazioni che spesso sono sbagliate. Credo sia giusto presentare storie come quelle di Marco perché sono storie profondamente umane e molto più vicine alla realtà rispetto a quello che ci viene propinato quotidianamente. E Marco oggi è un esempio, è un modello per tutti noi, sia nella vita che nello sport.

Infatti sono le storie vere, quelle autentiche, che ci permettono di portare al lettore l’aspetto più genuino e credo che quando c’è questa sfaccettatura si facciano ascoltare maggiormente.  Questa storia, per come viene narrata, non è assolutamente artefatta. Marco, hai sognato e hai scoperto che i desideri si possono realizzare. In questo momento quali altri sogni vorresti che si realizzassero per il futuro?

Spero di partecipare alle Paralimpiadi e di farmi onore. Mi auguro che vada per il verso giusto, ce la sto mettendo tutta: mi sto impegnando per dire che ognuno di noi ha una possibilità, non dobbiamo mai arrenderci. Poi vorrei laurearmi in Scienze motorie per insegnare ginnastica e nuoto ai bambini speciali, bambini che non devono mai essere lasciati da soli. Come dice il mio amico e maestro di vita Daniele Maggi, bisogna giocare con loro e coccolarli tanto e io li coccolo come se fossi un papà, uno zio e un nonno di tutti. Infine vorrei trovare una brava ragazza, innamorarmi e diventare papà.

Sono sicura che vista la determinazione e le prove che ha superato nel corso della sua vita con il sostegno non di tutti ma da chi davvero vale, Marco riuscirà a coronare i suoi sogni perché trasmette determinazione, forza di volontà, tenacia, ottimismo e resilienza, ovvero gli ingredienti giusti per riuscire nella vita. Rossella, infine, che messaggio volevi dare con questa storia?

Un messaggio di speranza. Abbiamo visto che le condizioni di partenza non erano idilliache e nessuno una ventina di anni fa avrebbe mai pensato al Marco di oggi: al Marco campione di nuoto, entusiasta della vita, al Marco inserito socialmente. Il messaggio è questo: non arrendersi mai, credere sempre nei propri sogni e fare il possibile per raggiungerli. Qualsiasi siano le difficoltà e gli ostacoli, si affrontano con determinazione, con forza e con l’amore di chi ci vuole bene e in questo Roberto, Cinzia e Barbara sono stati e sono tuttora insuperabili.