Giulia Vazzoler

Per Elisa. Storie di musica e di frontiera, di Giulia Vazzoler

È appena rientrata dal Summer Tour 2026, un viaggio internazionale che ha portato il suo pianoforte in Europa. Si racconta, Giulia Vazzoler.

Per Giulia Vazzoler, pianista di fama internazionale con la missione di demistificare la musica classica fondendo il rigore della tradizione con un approccio contemporaneo e accessibile, questo è un momento particolarmente intenso però non solo sul piano artistico: il suo libro “Per Elisa. Storie di musica e di frontiera”, pubblicato da Florestano Edizioni e parte di un progetto cross-mediale che comprende anche un disco per AlfaMusic, le sta regalando nuove occasioni, incontri e prospettive.

Giulia Vazzoler, benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Un’estate all’insegna della musica vissuta e raccontata: raccontaci qualcosa in anteprima e come cambiano le emozioni quando una storia nata sulla pagina comincia a vivere anche attraverso il pubblico…
«È stata un’estate di grandissima intensità e dinamismo. Il mio Summer Tour 2026 mi ha portata ad attraversare i Balcani — dall’Italia alla Slovenia, dalla Croazia alla Grecia, fino all’Albania, dove ho fatto diversi concerti e sono stata anche ospite del Grande Fratello Vip locale. Ci tengo però a precisare che questo fa parte del percorso e della presenza mediatica legati al mio brand come The Italian Pianogirl, un progetto che viaggia su un binario parallelo ma distinto rispetto al lavoro discografico ed editoriale. Ora, da fine agosto e per tutti i prossimi mesi fino a dicembre, si apre invece la fase incentrata interamente sul tour di Per Elisa. Vedere una storia nata sulla pagina iniziare a vivere attraverso il pubblico è un’esperienza senz’altro travolgente. In realtà, dopo oltre vent’anni di carriera pianistica, questo libro rappresenta a tutti gli effetti il mio esordio editoriale. Ricevere il riscontro diretto di chi lo ha letto, ascoltare le persone che mi raccontano cosa hanno provato o quale specifica scena ha risuonato dentro di loro, trasforma la scrittura da fatto intimo a momento di condivisione reale. È un’emozione che si rinnova ogni volta, sia sul palco durante le presentazioni dal vivo, sia nel dialogo silenzioso con i lettori».

Quanto è stato difficile mettere nero su bianco esperienze così intime?
«Per scrivere di certi temi devi prima averli elaborati a fondo dentro di te: la pagina ti mette a nudo ed è a tutti gli effetti una forma di autoanalisi. All’inizio subentra un forte senso di timore nell’esporre le proprie vulnerabilità ma poi, man mano che si scrive, il processo si trasforma in una vera liberazione. I social media ci hanno abituati a una continua spettacolarizzazione della vita privata, ma ciò che si condivide online è sempre e solo una selezione: mostriamo ciò che desideriamo mostrare, ma preserviamo altro. Con questo libro ho deciso di fare i conti con cose che non avevo mai raccontato pubblicamente: le ferite, le assenze, i momenti di dolore. Spesso dall’esterno si tende ad avere un’immagine patinata delle persone, vedendo soltanto il punto d’arrivo e mai il percorso complesso e sofferto che c’è dietro. Mettere a nudo queste esperienze sulla carta è stato a tratti molto doloroso, ma fondamentale per restituire la verità di una storia senza filtri. La bellezza di questa scelta, comunque, sta sempre nel riscontro umano. Durante una presentazione, una donna si è avvicinata per acquistare il libro e il disco e mi ha confidato sottovoce che sua figlia sta crescendo senza padre. Avrei voluto parlarle più a fondo, ma si è allontanata subito con grande discrezione. Episodi come questo mi toccano profondamente: mi fanno capire che quando trovi il coraggio di buttare fuori le tue emozioni, scopri di non essere sola e che la tua storia può diventare un punto di contatto e di sollievo per gli altri».

Beethoven, Chopin, Debussy, Bach e Brahms: cosa accomuna questi compositori nel tuo percorso personale?
«Sono i pilastri imprescindibili della grande letteratura pianistica, ma nel mio percorso rappresentano due polarità complementari. Da un lato ci sono Bach, Beethoven e Brahms, che incarnano la struttura, la forma e la grande architettura musicale. In questo trio, Bach occupa un posto a sé stante: è la spiritualità pura, la trascendenza, la “somma delle somme”. Dall’altro lato ci sono Chopin e Debussy, che rappresentano l’espressione poetica, il colore e la dimensione più intimista, vissuti però sempre all’interno di un alveo d’eleganza romantica mai esasperata. Ciò che li accomuna è la capacità di parlare direttamente all’animo umano: architetture complesse che, se spogliate dalle sovrastrutture, racchiudono emozioni universali in grado di toccare chiunque».

Quali sono oggi, secondo te, le principali barriere che tengono lontano il grande pubblico dalla musica classica?
«Il mio libro nasce esattamente con l’intento di affrontare e abbattere queste barriere. La prima è indubbiamente culturale e generazionale: viviamo nell’epoca dello “scroll infinito”, dove la soglia d’attenzione media si è abbassata drasticamente, mentre la musica classica richiede un ascolto disteso e un minutaggio importante per sviluppare la complessità dei suoi discorsi. Ma il vero ostacolo non è la musica in sé: siamo noi musicisti classici ad aver allontanato il pubblico. Nel tentativo ossessivo di preservare un’eredità storica, certo preziosissima, si è finito per compiere un autogol clamoroso, cioè quello di rinchiudere la musica classica nella torre d’avorio dell’iperspecializzazione, facendo sentire inadeguato all’ascolto chi non possiede gli strumenti critici per comprendere la complessità del linguaggio. Ci comportiamo come settant’anni fa, arroccandoci in format concertistici frontali e rigidi, senza fare i conti con la contemporaneità, a differenza di quanto avviene invece in altri generi musicali o forme d’arte. C’è un’esaltazione quasi maniacale per l’esecuzione tecnicamente perfetta a scapito del coinvolgimento emotivo delle persone, e una mancanza di volontà nel connettersi ai nuovi linguaggi. Questo ha trasformato la classica in un culto elitario percepito come distante, anziché in una materia viva e accessibile».

Attraverso i social sei riuscita ad avvicinare migliaia di persone a questo repertorio. Qual è il segreto di una divulgazione efficace?
«Non credo ci sia un “segreto” sui social se non l’autenticità: l’unica chiave è essere se stessi. Certo, l’algoritmo ha le sue regole e conoscerle aiuta, ma, alla fine, quello che conta è sempre il riscontro della community. Tra l’altro, “divulgazione” è una parola che non amo particolarmente se applicata alle piattaforme digitali. La vera divulgazione richiede tempi e spazi approfonditi che appartengono ad altri canali. I social servono a un altro scopo: sono uno strumento straordinario per comunicare, attrarre l’attenzione, lanciare stimoli e aprire dibattiti con una platea enormemente ampia. Attraverso la condivisione di ciò che faccio e di come lo vivo, riesco a incuriosire e a creare un ponte con persone che magari non si sarebbero mai avvicinate a questo mondo».

Essere conosciuta come “The Italian Pianogirl” quanto ha cambiato la tua carriera?
«È un nome nato in un momento ben preciso della mia vita, quando vivevo e lavoravo in Qatar. Per diversi anni ho inseguito il sogno – poi realizzato – di lavorare nel Golfo Persico esibendomi come resident pianist negli hotel di lusso. In quel contesto ero l’unica ragazza italiana a fare quel lavoro, e un quotidiano di Doha mi definì proprio “The Italian Pianogirl”. Mi è piaciuto subito e ho deciso di mantenerlo, quasi come un vezzo, anche dopo il rientro in Italia, per accompagnare la mia carriera internazionale. Certo, oggi che l’età avanza scherzo sul fatto che dovrei forse virare su Piano Lady… ma è un’identità a cui sono molto legata e che ha segnato una svolta fondamentale nel mio modo di pormi al pubblico».

Un’ultima domanda prima di salutarti… il quarto singolo è in uscita sulle piattaforme digitali il 4 settembre. Puoi svelarci qualcosa in più?
«Ci tengo a ricordare che è già disponibile anche il disco fisico, parte integrante di questo ampio progetto crossmediale che unisce la parola scritta del libro alla musica. È stato un impegno enorme far dialogare questi due linguaggi. Il disco è una miscellanea dei brani più celebri del repertorio pianistico. Per il mondo della discografia classica tradizionale — che oggi punta quasi esclusivamente all’iperspecializzazione o alla riscoperta di autori di nicchia — un’operazione del genere viene vista quasi come un progetto “pop”. Eppure, mentre per il grande pubblico incisioni di questo tipo rappresentano la cosa più naturale ed entusiasmante da ascoltare, per la musica classica è una scelta controcorrente e coraggiosa, pensata proprio per riavvicinare le persone ai capolavori più amati».

Se questa intervista ti ha incuriosito, e vuoi approfondire o leggere “Per Elisa. Storie di musica e di frontiera, di Giulia Vazzoler” ecco dove trovarlo.

Su Francesca Ghezzani

Giornalista, addetto stampa, autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici. In passato ha collaborato con istituti in qualità di docente di comunicazione ed eventi.

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