Incontriamo la giornalista e scrittrice Sandra Mazzinghi di Livorno, che ci racconta il suo nuovo libro: Danzare nel vuoto.
La giornalista e scrittrice livornese Sandra Mazzinghi è tornata al centro dell’attenzione con Danzare nel vuoto (Scatole Parlanti, Collana Voci), un romanzo ispirato a una storia vera che affronta con delicatezza e profondità i temi del lutto, dell’identità e della rinascita. Arricchito dalla prefazione della professoressa Ines Testoni, ordinaria dell’Università di Padova e direttrice del Master in Death Studies & The End of Life, il libro racconta la vicenda di Alba, ufficiale di Stato Civile che indaga tra gli atti di nascita alla ricerca dei cosiddetti “figli sostitutivi”, e di Giovanni, uomo introverso che un incontro casuale porterà a confrontarsi con il proprio passato. Con Sandra Mazzinghi per la nostra rubrica Libri e Scrittori abbiamo parlato della genesi del romanzo, del significato dei “bambini trasparenti” e di quel vuoto che, a volte, può trasformarsi in un nuovo inizio».
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Sandra Mazzinghi, benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“. Danzare nel vuoto è un titolo fortemente evocativo: che vuoto è quello che si danza?
«Grazie per questo incontro! Danzare nel vuoto è il tentativo di trovare un senso e un movimento vitale proprio quando sembra non esserci più alcun sostegno solido, una metafora del modo in cui i protagonisti affrontano il dolore e l’assenza per ritrovare la propria identità».
La maternità viene raccontata senza retorica: era una scelta voluta fin dall’inizio?
«Sono stata trasportata dalla narrazione, ed è emersa la mia autobiografia emozionale rispetto al personaggio principale, Alba: vive la sua maternità con una dedizione profonda verso i figli lontani, cercando di bilanciare il naturale sentimento di malinconia per la loro assenza con il rispetto per le loro esistenze autonome e le scelte che li hanno portati lontano. Alba è una madre che, pur convivendo con le proprie fragilità personali, ha cercato di crescere figli liberi, senza volerli manipolare, vivendo i loro successi come una forma di sollievo e mantenendo vivo il legame attraverso i mezzi di oggi (videochat, messaggi wz, audio, foto) con una presenza costante e affettuosa. Non credo nella retorica della “madre perfetta”. Alba stessa confessa apertamente le proprie paure, il senso di smarrimento che prova nei momenti di solitudine in cui le mancano gli abbracci dei figli, e come queste emozioni facciano parte del vissuto materno, lontano da ogni idealizzazione».
Gli “alberi della vita” che Alba disegna sono solo parte del suo lavoro o diventano una forma di auto-terapia?
«Nonostante il suo ruolo di Ufficiale di Stato Civile preveda doveri puramente amministrativi — come registrazioni, trascrizioni e annotazioni — Alba sceglie di andare oltre la freddezza della burocrazia. Ecco come questa attività assume un valore terapeutico: le ricerche genealogiche le trasforma in “alberi della vita” e, invece di limitarsi ai dati formali, li arricchisce con una simbologia emotiva: disegna cuoricini per i matrimoni, sorrisi per le nuove nascite e faccine tristi per i decessi. Questo modo di operare trasforma il freddo atto d’ufficio in un “atto d’amore”. Attraverso lo studio del passato, crea un disegno in cui ricompone le storie e riesce a dare un senso al vuoto in cui danza, fin dalla prima pagina del libro. Sì, è sicuramente una forma di auto-terapia!».
Che rapporto vedi personalmente tra memoria individuale e memoria collettiva nei registri che la protagonista consulta ogni giorno?
«La memoria collettiva, in questo caso, è la legge, il tempo scandito dalla burocrazia, le date di nascita e di morte che definiscono chi siamo per lo Stato. Tuttavia, Alba “umanizza” questa memoria collettiva: dove il sistema vede solo un numero o un nome, lei vede il lutto di una madre, la solitudine di un padre, la frattura di una generazione. Lei trasforma il registro da freddo documento burocratico a memoria viva epulsante. La memoria collettiva cerca di uniformare, semplificare e, a volte, cancellare il dolore; la memoria individuale è la spinta che cerca di riemergere dal fondo per affermare: “Io sono io, e non sono il sostituto di nessuno”. Alba è la custode che permette questo passaggio di testimone, rendendo la burocrazia non più una prigione, ma un atto di riconoscimento».
C’è una scena o un personaggio secondario a cui sei particolarmente legata?
«Sicuramente Alice: compare poco, ma la sua leggerezza e il modo in cui si affaccia nel libro credo sia spassosissimo».
Cosa ti ha dato questo libro fin qui?
«Questa è una domanda bellissima… Scrivendo, ho capito che i personaggi hanno una volontà propria. Pensavo di scrivere una storia sulla burocrazia, invece mi sono ritrovata a scrivere una storia sulla libertà. Il libro mi ha dato il dono del distacco: ho imparato che non posso controllare il dolore degli altri, né quello dei miei personaggi. Posso solo osservarlo, descriverlo e, infine, lasciarlo andare affinché sia il lettore a prendersene cura. Ma la cosa più preziosa che il libro mi ha dato è stato l’incontro con le storie dei lettori. Quando qualcuno alle presentazioni mi dice: ‘Anche io sono un figlio sostitutivo’, o ‘Mi sento come Alba ogni mattina davanti allo specchio’, il libro smette di essere ‘mio’ e diventa un luogo comune di incontro».
Tornerai in libreria trattando nuovi temi poco affrontati e di grande valore sociale?
«Credo di sì, come ho già fatto nei miei precedenti romanzi: incesto, donne che uccidono donne, donne che non possono dire tutto… Ho già in mente una storia, mi piace dare voce a dinamiche che la società preferisce ignorare, proprio come ho fatto portando alla luce il fenomeno del “figlio sostitutivo”. Ho una storia in testa… vedremo dove mi trascinerà».
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