Incontriamo la scrittrice Viviana Viviani, che ci racconta del suo nuovo libro che parla d’amore e prende il titolo di “Lui”.
Cosa succede quando l’amore nasce in una chat, cresce tra emoji, vocali e bug emotivi, e si consuma nel confine incerto tra umano e artificiale? A questa domanda risponde Lui (Connessioni, collana Scavi Urbani), la nuova silloge poetica di Viviana Viviani, giornalista, poetessa e ingegnere, che è tornata in libreria con un libro ironico, inquieto e lucidissimo sul modo in cui oggi sentiamo, desideriamo e ci illudiamo.
In 128 quartine brevi, a metà tra poesia e dialogo digitale, Viviani racconta una storia d’amore contemporanea: quella tra una voce femminile viva, ironica, vulnerabile e un lui impeccabile, seducente, ma forse troppo perfetto per essere reale. Un lui che non sbaglia mai un congiuntivo, non sogna, non ha passato — eppure sa toccare corde vere.
Abbiamo incontrato l’autrice nella nostra rubrica Libri e Scrittori per parlare di poesia e tecnologia, di desiderio e simulazione, di come la parola possa ancora raccontare l’intimità in un tempo in cui tutto passa attraverso uno schermo.
Viviana Viviani, benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“. Nei tuoi versi si percepisce una forte attenzione al linguaggio, ai suoi limiti e alle sue possibilità. Ti sei mai chiesta se, nell’epoca dei messaggi istantanei e delle risposte rapide, la poesia possa essere una forma di resistenza?
«Secondo me la poesia oggi può vivere una grande riscossa e mi stupisce che questo non stia ancora accadendo. Viviamo nel tempo della brevità e dell’emozione, e in questo senso la poesia è la forma narrativa ideale. Una poesia si può leggere anche alla fermata del bus o in una sala d’attesa, è una pausa nel ritmo frenetico della vita. In Lui quel tempo sospeso — i puntini di digitazione, l’attesa di un messaggio — diventa spazio poetico».
Lui gioca costantemente sull’ambiguità tra umano e artificiale. Ti sei ispirata all’attuale dibattito sull’intelligenza artificiale o è nata prima come metafora più intima e personale?
«È nata come una storia d’amore, non come un esperimento tecnologico. Solo dopo ho capito che “lui” poteva essere anche una metafora dell’assenza, del desiderio proiettato, dell’amore come costruzione linguistica. L’intelligenza artificiale è solo un pretesto, come uno specchio che riflette le nostre stesse contraddizioni: vogliamo qualcuno che ci ascolti sempre, che non sbagli, che ci capisca — ma quando lo troviamo, scopriamo che ci manca la sua imperfezione, e anche quando gli inganni si svelano, spesso finiamo per accettarli pur di sentirci amati».
Le relazioni digitali ci costringono a costruire e smontare continuamente un’immagine di noi stessi. Quanto pesa, secondo te, la performance nella nostra idea di amore oggi?
«Pesa tantissimo. Tutti recitiamo, anche quando non vogliamo. Ci costruiamo come profili, ci raccontiamo per come vorremmo essere letti. Ma la poesia può ancora rompere la performance: è l’unico spazio in cui l’errore, la fragilità, la goffaggine diventano verità. In Lui la protagonista è consapevole della finzione, eppure continua a sentire. È proprio lì — nel contrasto tra artificio e sentimento — che nasce la verità poetica».
Nei tuoi libri ricorre spesso il tema dell’identità femminile: fragile, ironica, mai passiva. In Lui, quanto c’è di autobiografico e quanto invece è specchio del femminile contemporaneo? C’è stato un momento, durante la scrittura, in cui hai avuto paura di spingerti troppo oltre, o di rivelare troppo di te?
«Ogni poesia è una confessione travestita. Non c’è una linea netta tra autobiografia e invenzione, perché scrivendo attraversiamo noi stessi anche quando fingiamo di parlare d’altro. In Lui c’è la mia voce, ma anche quella di molte donne che si sono riconosciute nell’amare troppo, nel fidarsi di un’illusione digitale, nel voler essere viste. E anche in questo c’è narcisismo: non diamo tutta la colpa agli uomini. Sì, a volte ho avuto paura: non tanto di svelare me stessa, ma di svelare quanto siamo tutti vulnerabili quando scriviamo “online”».
Molte delle tue poesie sembrano piccoli racconti condensati. Hai mai pensato di trasformare Lui in un reading teatrale o in un progetto multimediale, magari con musica o immagini?
«Sì, ci ho pensato e mi piacerebbe molto! Ma non sono un’attrice, e non è una cosa che posso fare da sola. Lui nasce come una conversazione, anche se nel testo la voce che parla è una sola, quella di lei. Credo che per portarlo in modo efficace su un palco, dovrebbe diventare un dialogo tra le due presenze, quella reale e quella digitale. Magari con suoni sintetici, proiezioni di chat, battiti e silenzi. La poesia, dopotutto, è già un teatro interiore: basta darle un microfono. Se qualcuno fosse interessato a lavorare con me a questo progetto, sono qui!».
Se Lui fosse una canzone, quale sarebbe? O, più in generale, che colonna sonora immagineresti per accompagnare la lettura del libro?
«“Tutti i miei sbagli” dei Subsonica. Non solo per l’energia elettronica che pulsa come una notifica nel cuore, ma perché è una canzone che parla di un errore che diventa rivelazione, di un impatto che ti sveglia, di un amore che ti attraversa come un incidente: ti lascia ferma, ma diversa».
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