Chi si ferma si ritrova, di Luca Gonzatto

Chi si ferma si ritrova, di Luca Gonzatto

Torniamo ad intervistare un autore che è già passato da noi: Luca Gonzatto. Oggi ci racconta il suo “Chi si ferma si ritrova”.

Non accenna a fermarsi l’eco mediatica attorno a Chi si ferma si ritrova (BUR Rizzoli), l’esordio letterario di Luca Gonzatto, uscito a gennaio di quest’anno. Il libro ha già conquistato prestigiosi riconoscimenti, tra cui il primo posto nella Sezione delle opere edite dello Switzerland Literary Prize, il Premio Speciale della Giuria alla 5ª Edizione del Premio Letterario Internazionale Samnium, una Segnalazione di Merito come Miglior Saggio alla 16ª Edizione del Concorso Letterario Franco Loi e il Trofeo Pegasus alla 17ª Edizione del Premio Letterario Internazionale della Città di Cattolica 2025.

Un successo che trova ora una nuova consacrazione editoriale grazie alla sua inclusione in una collana del Corriere della Sera in uscita in tutte le edicole. Ne parliamo con lui per la nostra rubrica Libri e Scrittori.

Luca Gonzatto, bentrovato su La Gazzetta dello Spettacolo. Un libro profondamente ispirativo ma estremamente pragmatico che vuole ribaltare il detto, tanto in voga ai tempi di Mussolini, “Chi si ferma è perduto”. A chi si rivolge?
È davvero un piacere essere qui con te e con chi ci leggerà. Posso essere onesto al 300%? Questo libro l’ho scritto prima di tutto per me. All’inizio doveva essere solo una serie di articoli per un blog. Poi, come spesso accade alle cose vive, è cresciuto da sé. Perché, anche dopo anni di meditazione e consapevolezza, mi sentivo sbagliato. Come se non fosse concesso sentire rabbia, dubbio, stanchezza. Come se dovessi essere sempre calmo, perfetto, “illuminato”. Il problema non erano i percorsi. Era il modo in cui li avevo interpretati. Come spesso accade a chi cerca di ritrovarsi… e finisce per perdersi. Per questo oggi, prima ancora della meditazione, consiglio il discernimento. E no, non credo che la meditazione sia la panacea di tutti i mali. Ma può diventare un’alleata potente, se la pratichi senza dogmi, senza maschere, senza pretese. Poi è arrivato un clic. Mi sono accorto che non ero solo. E ho iniziato a lasciar andare l’idea di dover essere qualcun altro. Ho smesso di rincorrere modelli. E ho cominciato a raccontarmi. Con i limiti, le domande, gli inciampi. Ma anche con un desiderio profondo: trovare un altro modo di vivere. Un modo più vero. Più umano. Più lento. Questo libro è nato da lì. È per chi è stanco di correre e vuole tornare a respirare. Per chi ha una vita piena, ma dentro si sente vuoto. Per chi cerca strumenti semplici per ritrovarsi, senza mollare tutto, ma imparando a stare. Anche quando dentro è tempesta. Per chi vuole portare la meditazione nella vita vera, tra figli, email e giornate storte. Senza incensi, tappetini o santini. Io non ho verità da insegnare. Condivido solo ciò che mi ha aiutato. Con parole essenziali, immagini quotidiane, e una dose abbondante di onestà. Perché la via, a volte, è già lì. Serve solo uno sguardo più lento per riconoscerla. E quando finalmente ti fermi… la vita ti raggiunge. E ti ritrovi.

Nel libro, in effetti, proponi una meditazione “a misura d’uomo”: ironica, flessibile e quotidiana. Come hai costruito questo approccio e quali sono i suoi cardini?
L’ho costruito inciampando. Sul serio. Non da una teoria brillante né da un piano editoriale ben congegnato, ma da un percorso iniziato nel 2009, fatto di letture, ritiri, pratiche… e un buon numero di tentativi andati a vuoto. Ho cercato a lungo qualcosa che mi aiutasse a stare meglio. Fino a rendermi conto che era proprio quel cercare a tutti i costi di stare meglio a farmi stare peggio. Paradossale, no? C’è perfino un nome per questo: controllo paradossale. Più provi a rilassarti, più ti irrigidisci. Più vuoi essere presente, più ti perdi. A un certo punto ho capito che dovevo fare tabula rasa. Svuotare tutto. Smettere di aggiungere e cominciare a togliere. Ritrovare una semplicità che non fosse banalità, ma verità. Non volevo creare un metodo da guru, né una pratica da vetta himalayana. Cercavo qualcosa di reale. Vivo. Che funzionasse nelle giornate storte, tra una call di lavoro e la lavatrice da stendere. Un modo per tornare a sé senza bisogno di fuggire dal mondo. Perché, alla fine, la meditazione ci appartiene da sempre. Non c’è nulla da inventare: già cinquemila anni fa c’era qualcuno seduto in silenzio a guardarsi dentro. Oggi lo facciamo con parole nuove, burnout, ansia da prestazione, iperconnessione, ma se vai sotto la superficie, ritrovi sempre le stesse ferite: attaccamento, resistenza, paura di non essere abbastanza. Così mi sono fatto una domanda semplice, ma potente: “Cosa funziona davvero, per me, qui e ora, nella mia vita imperfetta?” Da lì è nato l’approccio che racconto nel libro. L’ho chiamato “il metodo degli Apprendisti Meditatori” che è poi diventato un gruppo di persone reale, che si ritrova ogni settimana per ricordarsi che si può meditare anche con la testa piena e i piatti da lavare. Perché il punto è proprio questo: non serve essere centrati per meditare. Si medita per ritrovarsi. Per stare con quello che c’è, così com’è. Anche quando non è comodo. Anche nel dubbio, nell’incertezza, nel rumore incessante della mente. La differenza non la fa l’assenza di pensieri, ma la tua capacità di non aggrapparti a ciò che ti attraversa. Di osservare, accogliere e, quando è il momento, lasciar andare. E quel centro cambia, proprio come cambiamo noi. La pratica non è un altro compito da spuntare nella to-do list, ma un gesto d’amore. Gentile, quotidiano, imperfetto. Un piccolo ritorno a casa. Anche solo per un attimo. Per me, meditare è questo: smettere di inseguire la versione ideale di sé e cominciare, con pazienza, autoironia e tanta umanità , a vivere meglio dentro quella reale. E la cosa bella è che oggi anche la scienza comincia a dirlo. Le neuroscienze stanno confermando ciò che i saggi di duemila anni fa avevano già intuito. È come se Oriente e Occidente stessero finalmente trovando un linguaggio comune. E ci stessero sussurrando, ognuno a modo suo: “Rallenta. Respira. Torna a casa.” Non per diventare migliori. Ma più veri. Anche con la lavastoviglie da svuotare.

Uno dei temi forti è il contrasto tra iperproduttività e lentezza. Secondo te, qual è il rischio più grande del mito della “performance continua”?
Il rischio più grande, per me, è la dimenticanza. La dimenticanza di chi siamo, al di là di ciò che facciamo. La dimenticanza che siamo esseri umani, non macchine da performance. Che il nostro valore non si misura in obiettivi raggiunti, ma in presenza, relazioni, autenticità. Quando ci identifichiamo totalmente con ciò che produciamo, finiamo per confondere il nostro senso d’identità con la nostra utilità. E lì iniziano i guai. Basta una pausa, un fallimento, un giorno storto… e ci sentiamo vuoti, persi, inutili. Come se la nostra esistenza valesse solo se stiamo “facendo qualcosa”. Ma non è solo un problema personale. È un’intera società a essersi infilata dentro una ruota da criceto: corriamo, spingiamo, accumuliamo, ma restiamo fermi nello stesso punto, solo più affaticati. Un sistema costruito sulla performance continua è un sistema che consuma, esaurisce, brucia risorse umane e naturali, pur di non rallentare mai. E qui entra in gioco il grande paradosso contemporaneo: abbiamo sviluppato tecnologie incredibili, create per liberarci tempo e alleggerirci la vita… eppure, le usiamo per fare ancora di più, per rispondere a più email, gestire più progetti, produrre più risultati. Non per vivere meglio, ma per non fermarci mai. Perché oggi fermarsi è diventato quasi un crimine. Un’eresia contro l’ideologia dell’efficienza. Come se il valore della vita si potesse calcolare in output anziché in profondità di esperienza. Ma è un’illusione. E la scienza ce lo conferma. Secondo uno studio condotto dalla Harvard Business School, le persone che si percepiscono sempre occupate (i cosiddetti “busy people”) tendono a sovrastimare la propria produttività e a sottovalutare l’impatto del sovraccarico mentale. Peggio ancora: non riescono a distinguere tra attività utili e attività compulsive. Si resta occupati per non sentire il vuoto. Un altro esperimento, pubblicato su Science, ha mostrato che molte persone preferiscono infliggersi una scossa elettrica piuttosto che rimanere sedute in silenzio con se stesse per 15 minuti. È da lì che si vede tutto: il problema non è la velocità, ma la paura del vuoto. Siamo pieni di strumenti per liberare il tempo… e li usiamo per riempirlo fino a soffocarci. È questo il cortocircuito. Il progresso non ci ha resi più liberi. Ci ha solo dato catene più sottili. In fondo, tutto questo non è altro che una fuga travestita da efficienza. Una corsa compulsiva che maschera il disagio esistenziale con il rumore delle notifiche e delle agende piene. Ecco perché recuperare la lentezza non è un lusso. È un’urgenza. Un atto rivoluzionario di memoria. Per ricordarci che non siamo nati per performare, ma per vivere. Con intensità. Con libertà. Con presenza. Perché forse non è il mondo ad andare troppo veloce. Siamo noi che abbiamo dimenticato come si sta fermi. E a forza di correre per sentirci vivi, siamo entrati in una ruota dalla quale è difficile scendere.

Nel libro citi esempi personali, aneddoti, riferimenti a Seneca, Jobs, Jodorowsky… Come hai bilanciato autobiografia, filosofia e neuroscienze?
Per me chiedere aiuto, citare le fonti, confrontarsi… non è un segno di debolezza o ignoranza. Tutt’altro. È un atto di umiltà, soprattutto in una società dove sembra che tutti debbano essere esperti di tutto. Ed è anche un segno di rispetto verso chi leggerà. Prima della pubblicazione ho fatto leggere il libro a persone molto diverse: psicologi, filosofi, esperti di meditazione… ma anche amici completamente a digiuno di questi temi. Ho rotto l’anima un po’ a tutti, lo ammetto. Perché, al di là dell’insicurezza che non sparisce magicamente, non volevo scrivere “il libro di uno che sa tutto”, ma qualcosa che fosse vero, onesto, utile. E sento davvero la responsabilità di trasmettere un messaggio che possa toccare nel profondo, senza cadere nei soliti cliché. Perché sì: semplice non è sinonimo di semplicistico. E perché, soprattutto, volevo anche abbattere alcuni stereotipi che ancora oggi accompagnano il tema della meditazione. Quel pregiudizio per cui chi medita deve per forza essere zen, perfetto, illuminato, o vivere sospeso in un’eterna bolla di incenso. Io credo invece che si possa meditare anche nel caos, nella fatica, nella vita vera, con i piatti da lavare e la testa piena. Ho cercato di trovare un equilibrio tra autobiografia, filosofia e neuroscienze come si fa con una buona ricetta: semplice, nutriente, senza troppi fronzoli. Ogni ingrediente ha un suo senso. Gli aneddoti personali servono a condividere il cammino, non a mettersi su un piedistallo. La filosofia è lì per aprire finestre, per far respirare il pensiero. E la scienza per dare radici: per ricordarci che mente e cuore possono incontrarsi anche nei dati, non solo nei sogni. Alla fine, quello che ho cercato di fare è questo: offrire un metodo concreto e accessibile, ma anche aprire spazi di riflessione. Perché se c’è qualcosa che vale più di qualsiasi risposta, è una buona domanda. E se questo libro riesce a farne nascere anche solo una allora forse ha fatto il suo lavoro.

Per concludere, hai pensato a un seguito o a un approfondimento del percorso? Quali sono i tuoi prossimi passi nella divulgazione del benessere e della consapevolezza?
Hai presente quella frase strausata, ma sempre attuale, di John Lennon? “La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti.” Ecco, in questo momento… sono esattamente lì. La voglia di un secondo libro c’è, lo ammetto.  Ma prima di buttarmi, mi faccio una domanda semplice ma onesta: “Perché?” Perché sento davvero il desiderio di condividere qualcosa che faccia bene a chi leggerà?
O, più sottilmente, perché c’è un bisogno di “esserci”, di continuare a stare sulla scena? Il bello della pratica è proprio questo: inizi a vedere certi meccanismi. Anche quelli inconsapevoli. Li osservi passare come le nutrie nel fiume: tranquille, silenziose, carine e un po’ buffe. Ma ci sono. E se le vedi, smettono di comandarti. Finché non sento che l’intento profondo è davvero pulito, come lo è stato per il primo libro continuo a scrivere per il piacere di farlo. Senza scadenze, senza strategie editoriali. Solo per mettere ordine dentro, e magari, quando arriva qualcosa di buono, condividerlo anche fuori. Sì, ci sono bozze, appunti ovunque, note vocali registrate nei momenti meno opportuni (tipo mentre parcheggio o sono in fila al supermercato), ma sento che non è ancora il momento giusto. Nel frattempo coltivo ciò che per me conta davvero: i progetti con Vidyanam, gli eventi online e in presenza, per portare la consapevolezza a quante più persone possibile. Questa è la mia priorità. Il motore silenzioso che muove tutto. Continuo a camminare con il gruppo degli Apprendisti Meditatori, che per me è casa. E soprattutto, continuo con Percorsi My Life Design, grazie ai quali portiamo la consapevolezza anche in contesti sociali, educativi, aziendali, dove forse ce n’è ancora più bisogno che altrove. Insomma, i prossimi passi ci sono. Solo che non ho fretta di arrivarci. Preferisco camminarci accanto, con il passo giusto. E magari godermi anche un po’ il panorama, mentre la vita, nel frattempo, accade.

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