Intervista allo scrittore Livio Leoni, che ci racconta nel dettaglio il suo nuovo lavoro letterario corale: Comete.
Con Comete, Livio Leoni firma un romanzo corale e visionario che attraversa il Cile e il Medio Oriente sotto lo stesso cielo, mentre una cometa si avvicina come presagio e rivelazione. L’evento cosmico diventa una lente attraverso cui osservare le crepe dell’animo umano, mettendo in dialogo memoria, fede, colpa e desiderio di redenzione. In questa intervista per la rubrica Libri e Scrittori, l’autore racconta la genesi del romanzo, il lavoro sulle voci e il senso profondo di una narrazione che non cerca risposte, ma invita a sostare nelle domande.
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Livio Leoni, ben trovato sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“. In Comete l’evento apocalittico non distrugge, ma rivela. Spiegaci qualcosa di più…
«Grazie a Voi per l’invito, è un onore essere qui. È esattamente così. Se cercate l’avventura di un disaster movie alla Armageddon (film che amo tra l’altro), troverete qualcosa di diverso, forse più intimo e viscerale, ma non meno avvincente. La mia cometa non è solo una minaccia fisica che cade dal cielo, ma una scossa sismica dell’anima. L’ho immaginata come una luce spietata e bellissima che, avvicinandosi, spoglia i personaggi delle loro sovrastrutture. Davanti all’imminenza dell’ignoto, le maschere cadono: non c’è più tempo per i rinvii o per le bugie, comprese quelle dette a se stessi. La cometa agisce come un catalizzatore di verità, costringendo ogni protagonista a guardarsi dentro e a compiere scelte definitive che cambieranno per sempre il corso delle loro esistenze. Non è tanto la fine del mondo che mi interessa raccontare, ma l’inizio di una nuova, per quanto dolorosa, consapevolezza».
I tuoi personaggi vivono in luoghi lontani tra loro, ma sembrano legati da una stessa tensione interiore. Come hai lavorato per rendere credibile questa unità emotiva pur nella distanza geografica e culturale?
«Ho lavorato sull’idea che le grandi emozioni non abbiano passaporto. Possiamo abitare a milioni di chilometri di distanza, parlare lingue diverse o pregare dèi differenti, ma il battito del cuore ci rende tutti simili, specialmente quando è accelerato dalle grandi maree dell’esistenza. Ho voluto sottolineare come siano spesso gli uomini stessi a tracciare confini e barriere, dimenticando che sopra il Cile o sopra il Medio Oriente brilla lo stesso identico firmamento. Le distanze culturali si sgretolano di fronte alla fragilità umana: sotto la pelle, il sangue che scorre è dello stesso colore per tutti e le domande che ci poniamo nel buio di una notte stellata sono le medesime a ogni latitudine».
Il romanzo è costruito su sei voci e sette giorni: una struttura rigorosa che convive con una scrittura molto lirica. Quanto è stato importante l’equilibrio tra forma e istinto durante la stesura?
«Tutto è nato da una vibrazione musicale: L’ultima Luna di Lucio Dalla. Quella canzone è stata il big bang di Comete. Da lì è emersa prima di tutto l’architettura del libro: una griglia rigorosa di giorni e di voci, quasi fosse uno spartito. Ma dentro questa gabbia geometrica ho lasciato che l’istinto corresse libero sulla tastiera. Ho anche dedicato molto tempo allo studio preliminare dei suoni e dell’accostamento di certe parole, perché volevo che la forma avesse la stessa potenza evocativa del contenuto. È un gioco costante di contrasti: l’istinto si amalgama alla forma come gli ingredienti di una ricetta segreta, creando una miscela unica di suggestioni. Solo successivamente interviene la ragione, con il compito di stabilizzare e dare ordine a quel profumato e fumante caos creativo».
Cosa pensi che la cometa del romanzo possa illuminare o mettere in crisi della società contemporanea?
«La cometa nel romanzo è una lente d’ingrandimento puntata sulle nostre crepe moderne. I personaggi che ho raccontato, pur muovendosi in un tempo sospeso, appartengono alla nostra contemporaneità e le loro fragilità sono lo specchio delle nostre. Sono fragilità che nascono spesso dalla paura dell’altro, che ci spinge a innalzare muri invece di gettare ponti, o a condurre una vita incasellata o distante per paura di viverne una bruciante di dolore e passioni, ma vera. La luce della cometa ci ricorda che siamo tutti passeggeri della stessa, fragile imbarcazione sperduta in quel corso di emozioni chiamato vita. Ciò che mette davvero in crisi della società moderna è la sua urgenza di ritrovare un senso profondo di fratellanza, l’unica via capace di illuminare un cammino che vada oltre ogni confine».
Un’ultima curiosità: del panorama di attori e attrici attuali, chi interpreterebbe chi se Comete diventasse un film?
«Questa è davvero una domanda tanto bella quanto difficile! Anche perché il cinema è una delle mie grandi passioni, quindi ci provo con piacere. Sognare un cast per Comete significa cercare volti capaci di reggere il peso di un silenzio o di un dramma interiore. Per l’astronomo vorrei la figura ascetica e lo sguardo tormentato di Adrien Brody, ha proprio la fisicità che immaginavo quando l’ho scritto. Per il tassista, invece, mi piacerebbe tentare una scommessa come quando Jim Carrey ha recitato in “Se mi lasci ti cancello” o quando Paul Thomas Anderson ha scelto Adam Sandler in “Ubriaco d’amore”; vorrei convincere Jack Black a realizzare la performance della sua carriera in un ruolo puramente drammatico: lavorando per sottrazione potrebbe puntare all’Oscar. Passiamo alle giovani protagoniste. Vedrei quel mix di timida grazia e necessaria risolutezza di Paz nella fisionomia di Dakota Johnson. Invece l’intensità autentica di Camélia Jordana la assocerei a Amira, perché mi aveva colpito nel film “Quasi nemici”. Per Magdalena, un’altra scommessa: Selena Gomez, ma in una versione spogliata da ogni glamour, capace di restituire la malinconia di chi ha scelto l’ombra. Ho lasciato per ultimo il piccolo Adil, perché è difficile trovare un ragazzino adatto: servirebbe un talento che abbia la fame e lo sguardo magnetico che fu del giovanissimo Dev Patel ai suoi esordi».
La Gazzetta dello Spettacolo Il quotidiano dello ShowBiz

