Intervista a Nedo Novi che ha scritto e diretto la sitcom “Un tetto per quattro” in onda, con sette episodi, su Prime Video.
Siamo oggi in compagnia di Nedo Novi, che che scritto e diretto la serie, “Un tetto per quattro”, in onda su Prime Video e del quale ci racconta segreti e retroscena.
L’intervista a Nedo Novi
Benvenuto Nedo Novi sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, iniziamo con una domanda di rito: come nasce “Un tetto per quattro”?
«Un tetto per quattro nasce da un’idea di Giuseppe Di Domenico, che è anche produttore e co-regista della serie. Quando abbiamo cominciato a lavorarci insieme, la cosa che mi ha interessato immediatamente è stata la possibilità di partire da una situazione apparentemente semplice – quattro persone costrette a condividere lo stesso spazio – per raccontare qualcosa di estremamente contemporaneo. La convivenza diventa quindi il motore comico, ma anche il punto di osservazione. Oggi l’idea di essere completamente indipendenti a trentacinque o quarant’anni è molto meno scontata di quanto lo fosse per le generazioni precedenti. Cambiano il lavoro, il costo della vita, gli affitti, le relazioni. E così persone adulte, con vite già strutturate, possono ritrovarsi improvvisamente a dover dividere un bagno, un divano, una cucina e, soprattutto, le proprie abitudini. Da lì abbiamo cominciato a costruire personaggi, conflitti e situazioni».
Attraverso una risata si può generare più rumore di una protesta. A tal proposito, quale messaggio serio si nasconde dietro a tanta ilarità?
«Credo molto nella capacità della commedia di raccontare cose serie senza dichiarare continuamente di volerlo fare. Alla base della serie c’è una generazione che avrebbe dovuto aver ormai raggiunto una certa stabilità e che invece, molto spesso, si trova ancora a negoziarla. Casa, lavoro, relazioni, matrimonio, figli: tutto sembra arrivare più tardi, essere più fragile o semplicemente più complicato. Siamo probabilmente la prima generazione, dopo molto tempo, ad avere la sensazione concreta di poter stare peggio dei propri genitori. Non volevamo, però, trasformare una sitcom in un trattato sociale. Sarebbe stato il modo migliore per smettere di far ridere. Quella realtà è semplicemente presente sotto la superficie. I personaggi ridono, litigano, mentono, si innamorano, cercano privacy e contemporaneamente sono costretti a vivere praticamente uno addosso all’altro. E forse proprio per questo, attraverso la comicità, alcune fragilità diventano ancora più evidenti».
C’è un personaggio che, durante la lavorazione, l’ha sorpresa più degli altri?
«Più che un singolo personaggio, mi ha sorpreso quello che è accaduto quando i personaggi hanno cominciato realmente a vivere attraverso gli attori. In sceneggiatura puoi costruire un ritmo, immaginare una battuta, prevedere una reazione. Poi arriva l’attore e introduce qualcosa che non avevi scritto: un tempo, uno sguardo, un silenzio. Jimmy, per esempio, sulla carta aveva già una sua identità molto precisa, ma Rosario Minervini gli ha dato una qualità ulteriore, rendendolo imprevedibile anche nelle pause. E la stessa cosa è accaduta con Diletta attraverso Francesca Romana Bergamo. È probabilmente una delle parti più belle del mio lavoro: a un certo punto il personaggio smette di appartenere esclusivamente alla scrittura».
Come definirebbe il rapporto instaurato sul set con i protagonisti ed i vari artisti che ne hanno preso parte?
«Molto basato sulla fiducia. Come regista cerco di arrivare sul set sapendo esattamente cosa voglio, perché credo sia un dovere nei confronti degli attori. Ma sapere cosa vuoi non significa impedire agli altri di proporti qualcosa. Abbiamo avuto interpreti con esperienze, percorsi e sensibilità molto diverse, dai protagonisti agli artisti che hanno partecipato alla serie come guest. Con alcuni di loro esisteva già una conoscenza, con altri il rapporto è nato direttamente sul set. La cosa importante era creare rapidamente un linguaggio comune. In una sitcom il ritmo è fondamentale: non basta che una battuta sia divertente, deve arrivare nel momento giusto e dentro una dinamica precisa. Quando tra regia e attore si crea fiducia, puoi permetterti anche di chiedere molto».
Può farci partecipe di qualche aneddoto avvenuto nel corso delle registrazioni?
«Ne avrei diversi. Uno riguarda sicuramente Rosario Minervini. Per realizzare la serie abbiamo trasformato una parte dei grandi padiglioni della Fiera del Mobile di Riardo inveri e propri studios. Il problema è che, per raggiungere il set o semplicemente uscire, bisognava attraversare spazi enormi e interminabili esposizioni di mobili. Era molto facile perdere l’orientamento. Rosario Minervini, in particolare, è riuscito a perdersi più di una volta e in alcune occasioni abbiamo dovuto letteralmente andare a recuperarlo tra i padiglioni. La cosa più divertente è che abbiamo anche le prove: è tutto documentato in alcuni video del backstage. Alla fine, in una sitcom in cui quattro persone cercano continuamente di trovare il proprio spazio dentro una casa, noi avevamo un protagonista che cercava semplicemente di trovare l’uscita dal set».
Quanto spazio è stato lasciato all’improvvisazione degli artisti?
«Lo spazio necessario, ma dentro una struttura molto precisa. Sono sceneggiatore oltre che regista della serie, quindi tengo molto alla costruzione della scena e soprattutto al ritmo della battuta. Nella commedia anche una parola spostata può cambiare completamente un tempo comico. Questo però non significa trasformare gli attori in esecutori. Quando un interprete sente davvero il personaggio può trovare una soluzione, un gesto o una battuta che migliorano quello che avevi immaginato. In quei casi sarebbe assurdo difendere la sceneggiatura per principio. L’improvvisazione migliore, secondo me, è quella che non rompe la scena ma sembra essere sempre stata scritta lì».
La convivenza forzata è una fonte continua di situazioni comiche. Qual è l’aspetto più divertente ma anche più realistico della serie?
«La perdita dei confini. Quando vivi da solo puoi costruirti un mondo perfettamente compatibile con le tue manie. Quando arrivano altre tre persone quel mondo finisce. Il divano non è più il tuo divano. Il bagno non è disponibile quando vuoi. Il frigorifero contiene cose che non riconosci. Una conversazione privata può diventare improvvisamente pubblica semplicemente perché qualcuno apre una porta. È divertente perché sono piccole tragedie quotidiane, ma proprio per questo sono estremamente riconoscibili. E credo che il cuore della sitcom sia esattamente lì: persone molto diverse che continuano a difendere disperatamente il proprio spazio mentre, senza rendersene conto, stanno costruendo qualcosa insieme».
Tre motivi per vedere “Un tetto per quattro”…
«Il primo sono i personaggi. Sono imperfetti e proprio per questo credo sia facile riconoscersi almeno un po’ in ciascuno di loro. Il secondo è il ritmo. Abbiamo cercato di costruire una sitcom italiana senza rinunciare a un linguaggio visivo e narrativo contemporaneo, lavorando molto sui tempi, sui tagli e sulla messa in scena. Il terzo è probabilmente il più semplice: perché vuole far ridere. In questo momento storico non mi sembra una promessa da poco».
Ci sarà un seguito della serie?
«Il mondo di “Un tetto per quattro” è stato costruito proprio per poter continuare. I personaggi hanno ancora molte possibilità narrative e soprattutto molte cose da complicarsi reciprocamente. Naturalmente una seconda stagione dipende da diversi fattori e sarebbe prematuro fare annunci, ma da autore posso dire che le porte narrative sono decisamente aperte. E conoscendo i quattro protagonisti, direi che lasciargli una porta aperta è già abbastanza pericoloso».
In conclusione, simpaticamente, le chiedo: se i protagonisti dovessero convivere con lei per un mese, quale sarebbe il primo motivo per cui litighereste?
«Credo per il silenzio. Li ho scritti e li conosco abbastanza bene da sapere che nessuno dei quattro sarebbe particolarmente disposto a concedermelo. Jimmy avrebbe sempre qualcosa da commentare, Diletta qualcosa da contestare, Noe probabilmente entrerebbe nella discussione senza nemmeno sapere come sia cominciata e Alex tenterebbe inutilmente di riportare ordine. Dopo un mese credo che non litigherei nemmeno più: cercherei semplicemente una quinta stanza. Possibilmente con la chiave».
Le foto dal set
Ecco alcune foto dal set con i protagonisti e le guest star della serie:






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