Intervista all’attore Massimo Nicolini in occasione della sua partecipazione alla nuova serie Rai, “Le libere donne”.
“Le libere donne” per Massimo Nicolini, serie Rai in onda dal 10 marzo per la regia di Michele Soavi, in cui vestirà i panni di uno psichiatra un po’ sulle righe. Un uomo pronto a raccontarsi, Nicolini, a dirci quanto per lui sia speciale questo mestiere, vissuto per pura vocazione.
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Massimo Nicolini. Sei parte del progetto “Le libere donne”, una nuova serie Rai in onda dal 10 marzo e diretta da Michele Soavi. Come ti sei preparato ad affrontare questa esperienza?
«È stata un’esperienza meravigliosa che mi ha regalato un primo ruolo televisivo importante, che mi auguro possa essere ben percepito dal pubblico. La storia è ambientata in una struttura psichiatrica femminile e interpreto uno psichiatra vecchio stampo, dotato di zero empatia, purtroppo. Per interpretarlo sono partito dalla scrittura, divertendomi a scandagliare cose, di lui, poco piacevoli. Parto dalla sceneggiatura perché in essa sono presenti tutti gli elementi che mi portano a capire se un personaggio sia scritto bene o meno, facendomi aiutare anche dall’interazione con gli altri personaggi. Non meno importanti gli spunti che mi ha regalato la cinematografia italiana».
Come hai vissuto il regista, Michele Soavi, e i tuoi compagni di set?
«Malissimo! (Ride) Sono stato bene con tutti. È stato un set fortunato, sotto tanti punti di vista. Soavi ha creato un sistema pulito, bello per tutti, dai protagonisti principali fino a chi ha interpretato l’ultimo ruolo. Eravamo tutti giusti».

Cosa ti regala questo mestiere?
«È la mia vita! Non è un mestiere che si sceglie. Credo che all’inizio ci sia una sorta di vocazione a guidarci. È un lavoro che ti da tanto ma ti toglie anche, tanto. La scelta è arrivata e si è radicata dentro me in un secondo momento ed ha portato momenti belli e meno belli. Un mestiere totalizzante, inscindibile dalla propria vita».
Chi è Massimo e quali sogni vorresti realizzare?
«Sono una persona come le altre che prova a trovare un senso in questo lasso di tempo che ci è concesso di vivere. Ho avuto la fortuna, in questo percorso, di vivere passo passo dei ruoli che sentivo il bisogno di vivere, in alcuni periodi. Lo stesso è stato con quest’ultimo ruolo, in cui ho dovuto scavare dentro me per trovare qualcosa che fosse lontano dalla mia persona. Anche se non credo che il lavoro dell’attore possa sostituire l’analisi, sogno di poter continuare a lavorare su me stesso proprio grazie a questo mestiere».
Quale ruolo vorresti vivere un domani?
«Vorrei poter avere una carriera duratura, non per forza in ruoli principali, ma che abbiano almeno una loro durata ben stabilita. Sogno di essere in teatro la sera e sul set di giorno e spero di essere attore per sempre».
Se di registi si parla, da chi vorresti poter essere diretto?
«Ce ne sono tanti e differenti tra loro. Potrei citare Gianni Amelio, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Paolo Sorrentino e non solo…».
Cosa anticipare sul tuo futuro artistico?
«In uscita c’è un film per la Rai, “L’ora di Arianna”, per la collana Purché finisca bene e il teatro, un ritorno al Teatro Greco di Siracusa, a maggio…».
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