Simona Cavallari

Simona Cavallari: canalizzare il dolore grazie alla recitazione

Incontriamo Simona Cavallari in occasione di “Even”, un film che parla alle donne… e anche al mondo intero.

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Nostra ospite di oggi è l’attrice Simona Cavallari in occasione del film “Even”, ad opera del regista Giulio Ancora. Un incontro, quello avuto con la Cavallari, costituito da ricordi legati alla famiglia, alla passione per i viaggi, ai ruoli che le hanno regalato maggiore successo…

Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Simona Cavallari. Sei parte del progetto “Even”, ad opera del regista Giulio Ancora, un film caratterizzato da una tematica forte, importante. Cosa dire a riguardo?
«Quando si affrontano storie vere bisogna trattarle con leggerezza, a mio avviso. La storia è liberamente ispirata ma, a mio modo, ho letto molto sulla mamma di Roberta, su ciò che è riuscita a fare. Quando perdi un figlio o ti lasci sopraffare dal dolore, cerchi di darti il più possibile da fare, usandolo per gli altri, quel dolore, realizzando un’associazione, qualcosa di utile, vivendone il suo lato positivo».

Da madre, quali suggerimenti hai provato ad impartire ai tuoi figli?
«Quando ho perso mio padre mi sono accorta che quello che lascia un genitore, oltre le parole, è l’esempio. Guardando i miei ragazzi, credo di aver trasmesso loro questo messaggio, almeno è ciò che gli altri mi dicono. Bisogna abbattere la cultura della sopraffazione, andando oltre i social, oltre ciò che ci porta a essere poco ‘liberi’».

Quale messaggio potrebbe lasciare questo film?
«In questi mesi, per varie ragioni, ho avuto modo di conoscere vari ragazzi, la loro forza, l’impegno che mettono per fare in modo che il dolore non li schiacci. Vedere tutto ciò mi ha lasciato tanto, così come la forza di tanti genitori che hanno perso dei figli e che nonostante tutto continuano ad andare avanti. I feedback sul film sono stati, per fortuna, positivi, perché la trama ti lascia addosso qualcosa, al di là del suo essere ‘di nicchia’. Spero che arrivi ai ragazzi, in ogni sua forma».

Simona Cavallari. Foto di Youness Taouil
Simona Cavallari. Foto di Youness Taouil

Ricordiamo tutti i successi a cui hai contribuito, da “Squadra Antimafia” a “Il capo dei capi” e tanto altro e, vorrei chiederti, quali consapevolezze ti ha lasciato questo percorso artistico?
«Mi ha regalato tanto, anche perché non provengo da una famiglia legata allo spettacolo. Mio papà aveva un bar, nella sua assoluta normalità, quindi da persona curiosa ho rubato tantissimo dagli altri, dalle loro esperienze, così come la voglia e la conseguente possibilità di guidare una moto. Un privilegio, aver potuto fare questo mestiere, così come la possibilità di viaggiare, qualcosa che amo molto, che vivo insieme ai miei figli. Sono, difatti, tornata da poco da Zanzibar, insieme ad uno dei miei figli, e sono felice che viaggino ancora con me, quando possibile. Mi piace, tramite questo lavoro, poter scoprire sempre più me stessa, canalizzare i miei dolori, come è accaduto durante la lavorazione de “Le mani dentro la città”. Quel film risale proprio al periodo in cui ho perso mio padre. Ci fu una pausa e alla sua ripresa dovetti vivere le stesse sensazioni legate alla sua perdita, perché anche nel film perdevo un padre. Il doverle rivivere mi ha portato a ‘ripulirmi’ da quel dolore che sentivo forte dentro, diversamente da come immaginavo».

Credi sia mancato qualcosa al tuo percorso?
«Non ho mai pensato alla mia carriera in maniera approfondita, anche perché ci sono stati periodi in cui ho lavorato tanto, anche troppo, specie per la televisione, una scelta verso cui sono stata indirizzata. Ero giovane, non ho rimorsi. Ripeterei tutto, magari selezionando ancor più cosa fare, vivendo un po’ più liberamente la mia vita».

Un ruolo che non hai ancora avuto modo di portare in scena?
«Mi piacciono le donne combattive, che per fortuna ho spesso vissuto, costituite da storie vere, forti. La donna combattiva per eccellenza è Giovanna D’Arco, a mio avviso».

Quali sensazioni ti ricollegano, invece, alle tavole del palcoscenico, quali spettacoli?
«Gli ultimi due spettacoli realizzati, uno con Ettore Bassi, “Mi amavi ancora”, e un altro di Dacia Maraini, “Dialogo di una prostituta con un suo cliente”. Due spettacoli profondi, studiati alla perfezione, portati in scena per molto tempo, ricchi di sperimentazione. Hanno rappresentato una continua sfida da affrontare. Il teatro mi piace tantissimo, tende a portare via ogni ansia, e mi spiace non aver avuto modo di riprendere con la Maraini, proprio quest’anno. Mi piace il contatto con il pubblico, il feedback immediato che si viene a verificare e spero di poter presto riprendere con dei testi altrettanto forti».

Parlando, appunto, di pubblico, come vivi il rapporto con loro?
«Ho avuto la fortuna di vivere dei ruoli molto positivi e di conseguenza amati. Cecilia di Pizza Connection è stata amatissima, poi c’è stata La Piovra 4 e Claudia Maris…».

Una Maris amatissima da molti e che fu triste veder morire…
«Esattamente! Ai tempi c’erano questi appuntamenti settimanali a cui le persone erano molto legati. Si aspettava il giorno della messa in onda. Era tutto diverso».

Quanto sei cambiata da quegli inizi nell’ambito della recitazione?
«Sono cambiata tanto, per fortuna! (Ride) Chi non cambia muore!! Diciamo che con il tempo, un po’ per educazione e un po’ per esperienza, sono stata portata a credere in me stessa, diversamente dagli inizi».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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