Melania Fiore: la straordinaria Ero

Intervista all’attrice Melania Fiore per lo spettacolo in cui è protagonista, “Ero, L’ultima Luce”. I retroscena e l’importanza del testo.

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Dal 5 luglio in scena, con una prima nazionale, ci sarà Melania Fiore con “Ero, L’ultima Luce”, uno spettacolo ad opera di Alessandro Pertosa. Una storia, quella che sarà presto in scena, che ci riporta al mito di Afrodite, ad una certa magia…

Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Melania Fiore. Il 5 luglio sarai parte di una prima nazionale dello spettacolo “Ero, L’ultima luce”, di Alessandro Pertosa, per poi prendere parte ad altre date durante l’estate. Cosa dire su questa esperienza che ti vede protagonista assoluta sulla scena?
«Ritengo questa esperienza importante, oserei dire fondamentale, per la mia carriera da artista. Non capita spesso di cimentarsi in un ruolo così intenso e, se vogliamo, anche meno noto del Mito greco: ho notato che ci sono molte figure femminili molto rappresentate e altre poco frequentate o, per meglio dire, ignorate. La storia di Ero, sacerdotessa di Afrodite, la conoscevo soltanto attraverso i miei studi accademici e letterari. Quando mi è stato affidato questo testo ho riscontrato subito qualcosa di diverso, di coinvolgente, emozionante, anche poetico e potenzialmente innovativo. La figura di Ero è straordinaria, come l’amore che rappresenta, “incanto e strazio” insieme. ‘Abitare’ questo personaggio e questa riscrittura del mito, densa di immagini potenti, colta ma al contempo viscerale, mi sta insegnando, attraverso la preziosa e sapiente guida di Graziano Piazza, grandissimo regista e attore che ha lavorato con registi del calibro di Peter Stein e Luca Ronconi, a far brillare il pensiero e tradurlo in azione scenica senza mai interromperne il flusso. Non è la prima volta, tra l’altro, che sono protagonista assoluta della scena: è successo già altre volte con diversi monologhi per me importanti: La Castellana di Giuseppe Manfridi, Mary Shelley e Donne d’amore e di lotta di Enrico Bernard, L’amore in guerra di Mario Scaccia. Questo spettacolo ha il valore di designare una sorta di maturità scenica che penso di aver raggiunto, anche se ho certamente ancora tanto da imparare».

Come ti prepari, di volta in volta, ad affrontare sempre nuovi ruoli? Da cosa prendi ispirazione?
«Grazie per questa domanda, mi dà l’occasione di parlare del complesso mestiere dell’attore. Per quanto mi riguarda, prima di tutto, faccio una ricerca capillare e il più possibile precisa su ciò che vado ad interpretare. Il mio studio parte da un’ampia ricerca: approfondisco le varie sfaccettature del personaggio comprendendone il contesto in cui è inserito. In seconda battuta passo ad uno studio più profondo del carattere del personaggio analizzandone la psicologia, il comportamento, i gesti. In questo modo comincio a viverlo e ad abitarlo, diventa parte di me. Al di là delle tecniche utilizzate, la cosa veramente importante è sentire il personaggio dentro, nella pelle. La memoria, poi, arriva da sola nel momento in cui sei perfettamente dentro la storia, in cui sai perché devi dire una determinata cosa, cosa c’è dietro l’azione scenica e le parole. Il sottotesto è spesso molto più importante di ciò che si dice. Su questo punto io e Graziano Piazza siamo molto in sintonia».

A cosa devi la passione per la recitazione?
«La passione per la recitazione in parte mi è stata trasmessa da mia madre che amava profondamente il teatro: quando ero molto piccola, avevo circa quattro anni, mia madre mi portò al Teatro Tenda dove un gruppo di attori metteva in scena per i bambini lo spettacolo “La Tempesta” e lì per la prima volta ho scoperto la magia del teatro. È forse il mio ricordo più antico. Ricordo di un attore, in particolare, che mi prese dal pubblico e mi portò al centro della scena. All’epoca ero molto timida e un po’ restia a stare davanti al pubblico. Mi disse che avremo giocato insieme, che avremo costruito una barca e mi fasciò di una soffice stoffa azzurra. Ricordo che mi divertii tantissimo e che chiesi a mia madre di tornare anche nei giorni successivi per partecipare ad un laboratorio per bambini che la compagnia proponeva. Poi sempre mia madre mi fece vedere tutto il grande teatro di Eduardo De Filippo (solo in televisione purtroppo, perché è venuto a mancare nei primi anni ottanta) e mi portava a teatro regolarmente. Un altro bel ricordo di quando ero piccola è legato alla domenica, ai miei genitori che mi portavano, spesso anche con i nonni, allo spettacolo di marionette al Gianicolo a cui assistevo estasiata. Soltanto a quattordici anni ho poi cominciato a dedicarmi al tutto seriamente, prima con un’insegnante dell’Accademia del Circo a Vapore, poi con il Living Theatre al Teatro Ateneo della Sapienza ed infine con la Scuola biennale di Mario Scaccia al Teatro Molière. Ciò che mi porta a fare Teatro e a vivere di Teatro è, come diceva Mario Scaccia, un mio grande Maestro, la ricerca della Bellezza e il desiderio di frequentare un altrove magico che rendesse la realtà un luogo più abitabile».

Quanto è difficile oggi fare l’attrice?
«Fare l’attrice ai nostri tempi è sicuramente complicato. Ci vuole tanta forza di volontà e una determinazione più che ferrea, altrimenti si viene risucchiati nell’ingranaggio e soprattutto c’è il rischio di perdersi e starci male. Ho ricevuto tanti “sì” ma anche tanti “no” e spesso è come dover ricominciare da capo, quindi il tutto risulta complesso ma, come diceva la Nina Zarečnaja di Anton Čechov: “Bisogna saper portare la propria croce e credere. Io sono un gabbiano!”».

Chi è Melania e cosa ti auguri di poter realizzare in futuro?
«Bella domanda! Io stessa a volte mi cerco e non mi trovo, mi perdo e mi riprendo! Melania è sicuramente una donna che ama follemente questo lavoro e cerca di farlo con onestà e passione. Ho dedicato buona parte della mia vita al teatro ponendomi il difficile obiettivo di vivere soltanto di questo lavoro e di raggiungere i risultati che mi sono prefissata. “Ero, L’ultima Luce” è sicuramente una tappa importante in questo mio percorso. Sono molto felice di ciò che ho fatto fino ad ora perché in questo viaggio sono sempre cresciuta. Non mi sono mai fermata: piuttosto talvolta mi sono seduta ad osservare, sono rimasta in ascolto, e quei momenti sono stati importanti perché mi hanno permesso di cogliere particolari che magari nel continuo procedere non ero riuscita a vedere. Per il futuro mi auguro di continuare sempre a fare teatro che è ciò che più amo e vorrei fare anche più cinema, un linguaggio completamente diverso ma che amo in egual modo: indimenticabile per me l’esperienza con Paolo Sorrentino ne “La Grande Bellezza”. Questo lavoro mi porta a non smettere mai di sognare».

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