Giulia Renzi ci racconta Cantiere Under 35: un modello concreto di supporto economico e logistico per il teatro emergente.
Il teatro emergente in Italia affronta una crisi strutturale legata alla sostenibilità economica, alla carenza di spazi fisici e alla compressione dei tempi di ricerca artistica, da qui nasce la nostra necessità di incontrare e farci raccontare questo scenario da Giulia Renzi. In questo scenario, il progetto Cantiere Under 35, ideato dallo spazio stabile d’innovazione Galleria Toledo di Napoli, si propone come un modello alternativo di sostegno economico e logistico.
E così, Giulia Renzi, condirettrice artistica di Galleria Toledo, insieme alla responsabile della progettazione Silvia Migliozzi, ha strutturato un’iniziativa che supera la logica del festival-vetrina per trasformarsi in una vera e propria rete di supporto permanente per la nuova drammaturgia. Attraverso un approccio basato sull’ascolto diretto degli operatori dello spettacolo, il progetto punta a valorizzare il tempo della creazione artistica, sottraendolo alle rigide regole del profitto e del mercato e noi l’abbiamo incontrata per farci raccontare tutto.
L’intervista a Giulia Renzi
Benvenuta Giulia Renzi sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Nella presentazione della rassegna ha paragonato Cantiere Under 35 a un movimento diviso tra progettazione, appalto ed esecuzione. All’atto pratico, in che modo Galleria Toledo è riuscita a tradurre questa metafora edile in un modello di sostegno economico e logistico concreto per le quattro compagnie selezionate?
«Innanzitutto, grazie per l’invito e per l’opportunità di tornare a parlare di questo progetto. Quando abbiamo iniziato ad immaginare Cantiere a muoverci era il desiderio di sostenere le giovani realtà. Da qui il sottotitolo della rassegna: Under 35. La divisione in tre movimenti è venuta solo successivamente, quando abbiamo realizzato che avremmo potuto fare di più. Era per noi fondamentale capire i nodi critici del sistema per poter intervenire concretamente. Insieme a Silvia Migliozzi, responsabile della progettazione degli incontri, abbiamo, quindi, deciso di ampliare il progetto, ponendoci prima di tutto in ascolto. Abbiamo chiesto agli operatori del settore di raccontarci bisogni e difficoltà ed esteso l’iniziativa al di fuori delle categorie di tempo e spazio– eliminando quindi i criteri cronologici di accessibilità e fuoriuscendo dalla sola cornice della rassegna. Contemporaneamente abbiamo invitato altri spazi a partecipare, raccogliendo l’adesione del CTC-Centro Teatrale Campano, centro di residenza, e /hss hub, polo per le arti performative. Speriamo che la rete si possa allargare per costruire insieme delle alternative possibili ad un modello che con tutta evidenza risulta non essere più sostenibile. In questa prima edizione, abbiamo selezionato quattro compagnie emergenti e in misura diversa– dalla produzione all’ospitalità— cercato di tradurre concretamente questa visione, garantendo il sostegno necessario affinché i lavori potessero andare in scena e incontrare il pubblico nelle migliori condizioni possibili. Per le edizioni future l’obiettivo sarà quello di riuscire a costruire una rete di sostegno capace di affiancare le compagnie nelle diverse fasi della realizzazione del lavoro. Si potrebbe dire che Cantiere Under 35 sia diventato semplicemente Cantiere: una rete di supporto per gli operatori del settore, in cui le call rappresentano l’epilogo necessario per poter realizzare il progetto nella sua concretezza».
Il manifesto del progetto parla della necessità di avere un “territorio vuoto su cui costruire” e fare spazio. Quali sono stati i criteri artistici ed estetici con cui avete scelto spettacoli così diversi, che spaziano dalla riscrittura dei classici come il “Macbeth” di Ghidetti alla stand-up drammaturgica?
«Più che individuare un’estetica o una linea artistica univoca, ad interessarci è riuscire a creare le condizioni necessarie perché linguaggi artistici differenti possano emergere e strutturarsi. In questo senso l’idea del territorio vuoto diventa metafora di uno spazio predisposto all’ascolto, dove sia possibile accogliere pratiche e modalità differenti tra loro. Nel corso di questa prima edizione i lavori ospitati affrontavano, seppur attraverso linguaggi molto differenti, alcuni di quelli che ci sono parsi essere dei nodi cruciali del nostro tempo, talvolta, addirittura, facendosi eco delle tematiche affrontate negli incontri. È il caso, ad esempio, de L’Idiota: circo di voci per attore solo di Valerio Pietrovita–progetto che abbiamo deciso di sostenere anche sotto il versante produttivo– in cui la riscrittura del testo di Doevstoeskij lasciava e lascia spazio ad un a parte in cui riflettere sulla condizione dell’attore. Ad accomunare i progetti era, insomma, uno sguardo lucido sul presente, capace di svelarne le storture più che rappresentarlo plasticamente. Rispetto alle prossime edizioni continueremo sicuramente ad operare delle scelte estetiche, ma l’obiettivo adesso vuole essere quello di riuscire a sostenere più compagnie possibili nella realizzazione dei lavori».
Le Open Call di questa edizione miravano a mappare la nuova drammaturgia senza vincoli di formato. Che tipo di istantanea emmerge dallo stato di salute del teatro Under 35 a Napoli e in Italia? Quali sono le urgenze tematiche più frequenti che avete riscontrato nelle proposte ricevute?
«Credo possa essere rischioso parlare di mappatura, direi piuttosto che le call aperte ci hanno permesso di raccogliere le singole esigenze degli artisti e di comprendere meglio come poter aiutare concretamente le compagnie. La mancanza di tempo e la difficoltà di accedere agli spazi sono sicuramente tra le urgenze più forti, ne abbiamo parlato molto anche durante gli incontri. Un sistema che spinge parallelamente su nuove produzioni e profitto, rischia di non tenere conto delle reali condizioni in cui si sviluppa la ricerca artistica. Bisogna che l’arte esca dalle regole del mercato, non è possibile concepire il lavoro dell’artista come mera realizzazione di un prodotto e per fare sì che questo avvenga c’è bisogno che si ricominci a dare valore al tempo. Quando si parla di teatro si pensa immediatamente allo spettacolo, ma per arrivare alla sua realizzazione c’è tutto un lavoro che va sostenuto. Incontrare le compagnie ci ha permesso di approfondire il discorso. Sul versante artistico, ci siamo accorti che c’è un gran fermento ed è stato bello poterci confrontare con diverse sensibilità, conoscerne i percorsi. I lavori presentati finora sono molto eterogenei, ed è difficile definire quali siano le urgenze tematiche più frequenti, sicuramente ci sono dei leitmotiv, reperibili più nelle pratiche artistiche delle singole compagnie che nella totalità delle proposte raccolte. È impressionate scoprire la quantità di progetti interessanti che faticano ad essere realizzati per l’assenza di tempo o luoghi in cui semplicemente lavorarci».
L’obiettivo dichiarato del progetto è creare una rete di libero attraversamento tra artisti e realtà locali. Come si muoverà Galleria Toledo dopo il 31 maggio? Esiste un piano per garantire a queste produzioni una tenitura o una circuitazione nazionale che vada oltre la vetrina del festival?
«Ad ora stiamo raccogliendo le ultime proposte, poi ci confronteremo con gli altri spazi per definire un piano di lavoro condiviso. Da questo punto di vista, gli incontri ci hanno permesso di abbozzare una prima risposta alle esigenze emerse, ma si tratta ancora di una fase preliminare che per funzionare deve consolidarsi nel tempo. In questo senso la collaborazione tra spazi e artisti risulta un elemento centrale del progetto. Il modello su cui stiamo lavorando si fonda infatti sulla collaborazione tra i soggetti partner in cui le tre realtà coinvolte svolgono funzioni complementari. Il CTC – Centro Teatrale Campano permetterà alle compagnie di svolgere residenze affiancandole nelle fasi preliminari dei lavori, /hss hub seguirà sviluppo e messa a punto dei progetti, mentre Galleria Toledo permetterà la restituzione e l’incontro con il pubblico. In parallelo, abbiamo anche attivato un lavoro di messa in relazione tra artisti e maestranze, con l’obiettivo di favorire collaborazioni e rafforzare le competenze produttive dei progetti. Nel corso della prossima stagione presenteremo al pubblico i primi esiti del percorso, ma l’auspicio è che, a partire dalla stagione 2027/28, i progetti presentati nell’ambito del Cantiere possano essere inseriti all’interno della programmazione ufficiale della sala».
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