Enzo e Sal analizzano le dinamiche dell’imprevisto nel nuovo spettacolo teatrale ed il loro sodalizio comico nel nuovo spettacolo a teatro.
Il nuovo progetto teatrale di Enzo e Sal, intitolato “Sono cose che capitano”, segna un’evoluzione stilistica rispetto alla comicità puramente televisiva.
La narrazione su un testo di Ficarra e Picone, si concentra sulla capacità umana di reagire a eventi catastrofici o banali contrattempi attraverso il filtro dell’ironia. Non si tratta di una sequenza di sketch isolati, ma di un unico filo conduttore che analizza il paradosso della sfortuna moderna, accompagnati con la regia di Ciro Ceruti. Ne abbiamo parlato con loro…
Bentornati Enzo e Sal sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Passate dalla comicità fulminea di Made in Sud e dell’Incazzatore Personalizzato a una “Commedia Evolutiva”. Cosa vi ha spinto, in questo momento della vostra carriera, a sentire l’esigenza di abbandonare lo sketch puro per abbracciare una narrazione più strutturata e profonda?
«Perché a un certo punto lo sketch ti sta stretto. È come fare sprint bellissimi: adrenalina, botta e via. Però poi ti viene voglia anche della maratona, di accompagnare il pubblico in una storia, farlo ridere, riflettere e magari anche un po’ commuovere. In questo momento della nostra carriera sentivamo il bisogno di raccontarci in modo diverso, ma la verità è che non abbiamo abbandonato lo sketch: l’abbiamo “messo dentro” una narrazione. È sempre il nostro ritmo, solo con più profondità».

La firma di Ficarra e Picone. Portate in scena un testo scritto da un duo che ha fatto la storia della comicità italiana. Com’è avvenuta questa collaborazione e in che modo la “cifra stilistica” di Salvo e Valentino si è fusa con il vostro modo di stare sul palco?
«Erano anni che li stavamo stolkerizzando, cioè conteggiando volevamo dire, penso alla fine ci abbiano detto si per sfinimento. Si scherza! siamo dei loro grandi fan amiamo la loro comicità, hanno una scrittura che sembra semplice, ma è chirurgica: umanità, ironia, e quella malinconia elegante che ti arriva dopo la risata. É bastato veramente dirgli vogliamo portare in scena un vostro testo, farlo nostro e ci hanno detto subito di “Sì”. Complici anche il regista Ciro Ceruti che loro stimano tanto e Nando Mormone loro grande amico che gli ha parlato bene di noi. Il punto non era “copiarli” o “recitarli”: era far incontrare due mondi. La loro struttura e la loro sensibilità si sono incastrate con il nostro modo di stare sul palco: più fisico, più istintivo, più “Napoletano”. È come se ci avessero dato una partitura bellissima… e noi ci abbiamo messo il nostro suono».
Il secondo quadro dello spettacolo affronta il tema della morte. Nel panorama comico attuale è una sfida coraggiosa: come si riesce a trasformare il dolore in una “risata che consola” senza cadere nel cinismo o nella banalità?
«Non ridiamo della morte: ridiamo di noi, di come la affrontiamo, di quanto siamo impreparati, goffi, umani. Il punto è la sincerità: se tocchi un tema così, o sei sincero o fai danni. E poi, diciamolo: quando un tema fa paura, spesso l’unico modo per esorcizzarlo è farsi una bella risata insieme».
Ciro Ceruti è un maestro dei tempi comici teatrali e della commedia di situazione. Qual è il valore aggiunto che il suo sguardo ha dato a “Sono Cose che Capitano” nel coordinare i tre quadri della storia?
«Ciro è stato il nostro “direttore d’orchestra”… con la pazienza di un santo e la precisione di un sarto. Ci ha cuciti addosso l’intero spettacolo.
Il suo valore aggiunto è che sa di cosa parla e non è una cosa scontata, vede il comico a teatro, non da “Una battuta e via”: cura le pause, i silenzi, gli sguardi, e far ridere con i silenzi a teatro a volte è meglio pure di una battuta. Abbiamo molto apprezzato il fatto che non ci abbia snaturato ci ha lasciati liberi… però con il guinzaglio».
Oltre la risata: l’impegno civile. Il comunicato parla di un finale con un forte messaggio sociale. Senza fare troppi spoiler, quanto è importante oggi per un comico non limitarsi a intrattenere, ma lasciare al pubblico una riflessione “necessaria” una volta usciti dal teatro?
«Conta tantissimo, perché oggi ridere è già un atto serio. Se fai uscire il pubblico solo con “che bello” è una cosa; se esce anche con “aspetta… questa cosa mi riguarda”, è teatro che resta. Il finale ha un messaggio sociale, di speranza e coraggio, e se una risata può accendere un pensiero, allora non è solo intrattenimento: è responsabilità».
Il tour parte da piazze storiche come San Giorgio a Cremano (NA), dove nel 2008 avete vinto il Premio Troisi. Che emozione provate nel tornare in questi luoghi con uno spettacolo che segna la vostra maturazione artistica proprio dove tutto è iniziato?
«È un’emozione doppia: orgoglio e appartenenza. Anche perchè Enzo è nato a San Giorgio a Cremano e noi ci siamo conosciuti proprio a San Giorgio ad un corso di recitazione “La Fucina dell’arte” diretto da Carla Morghen. Quindi San Giorgio a Cremano per noi non è solo una tappa: è un portafortuna, è dove tutto è cominciato, si è consolidato nel 2008 con la vittoria del “Premio Massimo Troisi” e oggi ci torniamo con uno spettacolo più maturo, più “nostro”, e con la stessa fame di allora».
Dopo oltre quindici anni di carriera insieme, dalla vittoria del Premio “BravoGrazie” ai grandi palchi televisivi, come sono cambiati Vincenzo e Salvatore? Chi è il più “evolutivo” dei due nel quotidiano?
Enzo: «Siamo cambiati tanto: Salvatore ha fatto i capelli bianchi, eh si!».
Sal: «Enzo invece li ha persi completamente, ma io non credo che vogliano sapere come siamo cambiati fisicamente. La verità è che dopo tanti anni impari a conoscere i difetti dell’altro come fossero tuoi. E capisci che il duo funziona quando uno compensa l’altro: quando uno accelera e l’altro frena, quando uno sogna e l’altro organizza».
Chi è più “evolutivo”? Dipende: io evolvo quando serve… Enzo evolve quando lo costringono.
Enzo: «No veramente tu evolvi come un Pokemon, ma non ho capito di cosa stiamo parlando…».
Il terzo quadro celebra la nascita come ogni nuovo inizio che la vita propone. Per Enzo e Sal, questo spettacolo rappresenta una “nuova nascita” artistica? Cosa vi aspettate da questa stagione?
«Sì, lo sentiamo come una nuova nascita, ma senza rinnegare niente. È un passo avanti: più teatro, più storia, più coraggio. E allo stesso tempo siamo sempre noi: stessi difetti, stessi tempi, stessa voglia di far ridere. Dalla stagione prossima ci aspettiamo una cosa semplice e gigantesca: che il pubblico ci segua in questa “evoluzione” e si riconosca. Vorremmo portare lo spettacolo in giro tanto, farlo crescere replica dopo replica, e far sì che diventi un incontro vero, non solo una serata».
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