Valeria Freiberg: in scena, un ponte verso gli altri

Una scena di Anna Frank Sound con Valeria Freiberg. Foto di Massimiliano Fusco

Valeria Freiberg: in scena, un ponte verso gli altri

Con Valeria Freiberg per raccontarci l’appuntamento sulla scena teatrale dello spettacolo “Anna Frank. Sound”.

Incontriamo Valeria Freiberg, regista e drammaturga, pronta a parlarci dello spettacolo “Anna Frank. Sound”, in scena al Teatro Cometa Off di Roma.

Benvenuta su La Gazzetta dello Spettacolo, Valeria Freiberg. Il 23 e il 24 gennaio sarai in scena in “Anna Frank. Sound” al Cometa Off di Roma. Come ha preso forma il tutto?
L’idea dello spettacolo è nata durante la pandemia quando l’isolamento forzato ha risvegliato in me il desiderio di rileggere il Diario di Anna Frank. Rimasi colpita: ho rivisto con occhi nuovi la sua storia, andando oltre i luoghi comuni che spesso ne offuscano la vera essenza. La voce di Anna mi è arrivata con una forza dirompente come non mai. Ho sentito l’urgenza di condividere questa mia personale rilettura, di far risuonare le sue parole in uno spazio teatrale dove potessero raggiungere il pubblico con la stessa intensità con cui avevano raggiunto me. È così che è nato ‘Anna Frank. Sound’, un gesto emotivo, musicale che vuole restituire al pubblico la mia visione di questa straordinaria ragazza.

Quale messaggio ti auguri di poter lanciare attraverso questo progetto?
Questo spettacolo nasce dalla necessità di riportare una riflessione autentica sulla memoria, che oggi rischia di trasformarsi in un rituale vuoto. Lo vediamo nei giovani che si fanno selfie nei campi di concentramento, luoghi intrisi di una sofferenza che, anche dopo ottant’anni, continua a gridare in silenzio. Come nella tradizione ebraica lo Yom Kippur rappresenta un momento di profonda introspezione e riconciliazione, il 27 gennaio dovrebbe essere per noi europei un momento di seria riflessione collettiva: come abbiamo potuto sterminare altri europei solo perché frequentavano un tempio diverso dal nostro? Anna Frank incarna perfettamente questa contraddizione: una ragazza tedesca, perfettamente integrata, il cui padre aveva combattuto per la Germania nella Grande Guerra. Una ragazza che non parlava ebraico, che sognava esattamente quello che sognano i nostri adolescenti oggi: amicizie, primi amori, libri da leggere, un futuro da immaginare. La sua storia ci costringe a farci le domande più scomode: come è stato possibile che sia finita in un campo di concentramento? Cosa rende possibile una tale disumanizzazione? Con questo spettacolo voglio che il pubblico si ritrovi in uno spazio di riflessione autentica, dove le domande rimangono aperte e ci costringono a guardarci dentro. Solo così la memoria può diventare viva e presente, non un semplice rituale ma un momento di vera connessione con la nostra umanità condivisa.

Quali sensazioni sono legate alle tavole del palcoscenico, al contatto con il pubblico?
Il teatro ha una magia particolare: quando le luci si abbassano e inizia lo spettacolo, nasce un respiro condiviso – la sala diventa un’unica persona. Con ‘Anna Frank. Sound’ questa dimensione assume un significato ancora più profondo. Ad ogni spettacolo gli attori sentono una grande responsabilità nel dare voce ad Anna, nel trasmettere la sua energia vitale, i suoi sogni, le sue paure. Devo dire che gli attori lavorano con molta abnegazione, molta dedizione. Cristina Colonnetti che dà voce alle parole di Anna, Marco Zicari, Zeno Franceschi – sono tutti molto coinvolti emotivamente, dando una vibrazione particolare allo spettacolo. E percepisco dal pubblico un’attenzione particolare, un silenzio denso di significato. È come se per un’ora e mezza riuscissimo tutti insieme a entrare in quella soffitta di Amsterdam, a respirare quell’aria, a sentire quell’angoscia ma anche quella straordinaria forza di vita. Quando vedo gli spettatori uscire in silenzio capisco che qualcosa di importante è accaduto, che la memoria è diventata esperienza viva.

Una rassegna, “Giovani in scena”, che prenderà forma fino al 27 gennaio, vede la tua firma. Cosa puoi dirci a riguardo?
“‘Giovani in scena’ è un progetto che mi sta particolarmente a cuore. Dal 14 al 27 gennaio il Teatro dei Castelli Romani è diventato uno spazio dedicato ai giovani talenti del teatro, dove hanno potuto esprimere la loro creatività e confrontarsi con il pubblico. Ho voluto fortemente questo progetto perché credo sia fondamentale dare voce e spazio ai giovani artisti, specialmente in un momento storico in cui il teatro ha bisogno di nuova linfa, di sguardi freschi sulla realtà. ‘Giovani in scena’ è andato oltre le semplici rappresentazioni teatrali. Il progetto si è sviluppato anche attraverso una serie di incontri formativi dedicati alle maestranze teatrali, dove i giovani hanno potuto approfondire sia l’arte della recitazione che quella della danza. Ho voluto strutturare il progetto in questo modo perché credo sia fondamentale non solo offrire un palcoscenico ai giovani artisti, ma anche dare loro gli strumenti per crescere professionalmente. È un modo per investire nel futuro del teatro, creando un dialogo costruttivo tra formazione ed espressione artistica. Questo è il teatro che amo: un luogo di incontro tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione.

Chi è oggi Valeria Freiberg e quanto sei cambiata dai primi passi mossi nell’ambito della recitazione?
Peter Brook diceva agli attori: “Meno amore, più arte”. Con questo voleva dire che la recitazione non è solo istinto o passione, non basta l’entusiasmo dei primi passi. Serve consapevolezza, una visione più ampia e matura. Col tempo ho capito quanto questo sia vero. Oggi mi sento un’artista che ha sviluppato un forte senso di responsabilità verso il teatro, non solo come mezzo di espressione, ma anche di riflessione. Il mio percorso mi ha portato a spaziare dalla recitazione alla regia, dalla drammaturgia alla formazione. E ho imparato a vedere il teatro in modo diverso: non solo come un palcoscenico su cui recitare, ma come un luogo di incontro reale tra l’attore e il pubblico, tra la parola e l’emozione. Per me, oggi, il teatro è soprattutto un ponte verso gli altri. Un modo per raccontare storie che lasciano il segno, che fanno nascere domande e riflessioni. Credo nel potere della narrazione scenica, capace di andare oltre i confini imposti dalle convenzioni.

Cosa puoi anticiparci sul tuo futuro artistico Valeria Freiberg?
Il mio futuro artistico sarà all’insegna della sperimentazione e della ricerca. Voglio approfondire nuovi linguaggi teatrali e portare in scena storie che sappiano dialogare con il presente in modo autentico e incisivo. Ho in cantiere diversi progetti che uniranno teatro e formazione, perché credo che condividere il sapere artistico con le nuove generazioni sia essenziale per il futuro della scena.

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