Un frame del video Jet lag di Diego Leanza
Un frame del video Jet lag di Diego Leanza

Jet Lag, nuovo video per Diego Leanza

Nuovo video del rocker napoletano Diego Leanza

“Jet lag”, il nuovo video di Diego Leanza è ricco di riferimenti nel testo, come nella musica e nelle immagini. Il rocker partenopeo estrae il quarto singolo dall’album La stanza dei giocattoli (Studio8, 2016) e lo ambienta in due location che sembrano poco o nulla avere in comune, almeno agli occhi dei più distratti: la Sala del Lazzaretto del complesso monumentale di Santa Maria della Pace in via dei Tribunali e l’ex Ospedale psichiatrico giudiziario di Materdei a Napoli. Il video, prodotto dalla Label Studio8, è stato realizzato da Davide Aronica e Ciro Russo, al Basso le abili mani di Lorenzo Scaperrotta, mentre alla batteria Domingo Colasurdo.

Un frame del video Jet lag di Diego Leanza
Un frame del video Jet lag di Diego Leanza.

La sindrome da fuso orario (il jet lag appunto) può sembrare la chiave di lettura del tutto, ma va considerata come grimaldello o semplice incipit, perché l’inadeguatezza dell’uomo moderno è il concetto che su tutti vuole comunicare Leanza.

Ce ne accorgiamo già dal riff di chitarra, dal tempo scandito “ondivago” da basso e batteria, dai primi versi, “Ho la testa sott’acqua, dentro vasche d’argilla, come immerso nell’utero”. E subito dopo il primo riferimento palese, quello a Persistenza della memoria di Salvador Dalí, “Gli orologi del folle sodomizzano il tempo, le lancette si allungano”.

Il protagonista del video, incarnato dall’attore Diego Sommaripa (tra i giovani promettenti della nuova scuola napoletana) ci porta nella sua interpretazione a un altro personaggio che di inadeguatezza si nutre e vive, il protagonista di ‘Fight Club’, romanzo cult di Chuck Palahniuk. E come il nome di quest’ultimo non viene mai citato nel libro, se non come omologa tensione ideale verso Tyler Durden, lo stesso accade in “Jet lag”, solo che questa volta l’identità non è persa attraverso il nome, ma attraverso l’immagine. L’uomo concepito per il brano e il relativo video non riesce a specchiarsi, non vede riflesse le sue sembianze e si dispera. E’ una metafora kafkiana per certi versi, una sorta di metamorfosi al contrario. Per allontanare la degenerazione che significa invisibilità agli occhi del mondo, c’è un’unica soluzione: la fuga per ritrovarsi omologato e visibile. Tutto si risolverà dunque in un loop, in un viaggio continuo. E qui si collegano idealmente la sala affrescata e barocca del Lazzaretto e la cella scarna dell’ex Opg.

Un altro riferimento, questa volta a quanto sta accadendo nel mondo, ce lo indica lo stesso Leanza, che nel video indossa una maglia con la Tour Eiffel capovolta. Non è un vezzo artistico né un espediente stilistico, è solo un monito, quanto mai puntuale visto quello che si è registrato e si continua a registrare negli ultimi giorni proprio a Parigi in termini di cambiamento, un monito che tutto può essere continuamente ribaltato, per prima la nostra immagine, ai nostri occhi e a quelli dei nostri spettatori.

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