Pier Glionna

Pier Glionna: Guardami, il suo ultimo cortometraggio

Intervista esclusiva, anticipazioni e curiosità da Pier Glionna in occasione della fine delle riprese del suo ultimo cortometraggio: “Guardami”.

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È l’occasione di “Guardami”, un corto da poco realizzato, a renderci la possibilità di poter intervistare Pier Glionna, abile regista. Un lavoro, quello realizzato, che ci riporta all’era del digitale, ad un confine labile tra finzio e realtà, prodotto da Dinamo Film.

Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Pier Glionna. Sonoda poco terminate le riprese del tuo ultimo cortometraggio, interamenterealizzato a Bari, “Guardami”. Cosa dire su questo progetto e sul modo in cuiha preso forma?
«Grazie per quest’intervista! “Guardami” è un progetto che porto dentro da tanto tempo e prende spunto da una domanda molto semplice: cosa succede quando la tecnologia ci permette di continuare a parlare con chi non c’è più? Viviamo in un’epoca in cui tutto di noi resta online, e mi affascinava esplorare il confine tra memoria, amore e intelligenza artificiale. Il cortometraggio racconta la storia di un ragazzo che, incapace di elaborare un lutto, trova rifugio in una piattaforma che ricrea digitalmente la persona amata. È una storia che parla di assenza, ma soprattutto del bisogno umano di sentirsi guardati e riconosciuti. Realizzarlo a Bari è stato fondamentale. Tornare nella mia terra per girare un’opera così intima ha dato al film un’identità ancora più forte. Inoltre, “Guardami” rappresenta un traguardo importante del mio percorso: è un progetto sostenuto dal bando SIAE “Per Chi Crea” e prodotto da Dinamo Film, realtà che ha creduto nella mia visione sin dall’inizio. È stato un viaggio intenso, fatto di collaborazione, fiducia e tanta emozione, e non vedo l’ora che il pubblico possa finalmente vederlo».

Quali consensi ti auguri di poter ottenere con questo corto?
«Credo che il consenso più grande sia riuscire a lasciare qualcosa a chi guarda il film. Mi piacerebbe che “Guardami” continuasse a vivere anche dopo i titoli di coda, che spingesse il pubblico a porsi delle domande sul rapporto che abbiamo con la tecnologia, con il lutto e con i ricordi. Naturalmente spero che possa avere un bel percorso nei festival, perché per un giovane regista rappresentano un’opportunità straordinaria di confronto e di crescita. Ma il riconoscimento più importante, per me, resta quello delle persone. Se anche un solo spettatore uscirà dalla sala sentendosi meno solo o guardando con occhi diversi il modo in cui viviamo le nostre relazioni nell’era digitale, allora avrò raggiunto il mio obiettivo. Mi auguro che questo cortometraggio possa essere anche un punto di partenza, non un punto di arrivo: il primo passo di un percorso artistico che continui a raccontare storie capaci di emozionare e di far riflettere».

A tenere ben salde le redini dell’intera trama, il protagonista, Tommaso Donadoni. A cosa devi questa scelta?
«La scelta di Tommaso Donadoni si è verificata in maniera naturale. Cercavo un attore che avesse una forte autenticità, qualcuno capace di raccontare il dolore e la fragilità senza mai eccedere e con uno sguardo che contenesse tutto questo. Gabriele è un personaggio che vive quasi tutto dentro di sé: parla poco, ma comunica tantissimo attraverso gli sguardi, i silenzi e le piccole sfumature emotive. Ho realizzato diversi incontri e provini, ma quando ho conosciuto Tommaso ho trovato una sensibilità rara dinanzi a me. Ha affrontato il personaggio con grande rispetto e disponibilità, mettendosi completamente al servizio della storia. Non era semplice sostenere il peso emotivo di un racconto così intimo ma lui è riuscito a farlo con grande sincerità. Credo che un regista debba scegliere gli attori non solo per quello che sanno fare, ma per quello che riescono a trasmettere. Con Tommaso si è creato fin da subito un dialogo molto aperto e questo ha permesso di costruire insieme un protagonista vero, umano e profondamente credibile».

Chi è Pier e cosa sta regalandoti questo percorso, ad oggi?
«Credo di essere una persona profondamente curiosa. Mi piace osservare le persone, ascoltare le loro storie e trasformarle in immagini. È da questa curiosità che nasce il mio modo di fare cinema: cerco sempre di raccontare emozioni che siano intime, ma allo stesso tempo universali. Il percorso che sto vivendo mi sta insegnando soprattutto il valore dell’attesa. Quando si inizia, si pensa che tutto debba succedere in fretta. In realtà questo mestiere richiede pazienza, costanza e la capacità di continuare a credere nelle proprie idee anche quando sembrano lontane dal realizzarsi. Ogni progetto mi lascia qualcosa: nuove persone da incontrare, nuovi errori da cui imparare e nuove domande da cui partire. Oggi mi sento ancora all’inizio del percorso, ma forse è proprio questo l’aspetto più bello. Ho la sensazione di avere ancora tantissime storie da raccontare e tanta voglia di crescere, sia come regista che come persona».

Cosa anticipare, nei limiti del possibile, sul tuo futuro artistico?
«In questo momento sto vivendo una fase molto stimolante. “Guardami” rappresenta un traguardo importante, ma anche un nuovo punto di partenza. Sto già lavorando alla scrittura di nuovi progetti, tra cui una serie e un lungometraggio, con la voglia di continuare a raccontare storie che parlino soprattutto alle nuove generazioni. Mi interessa esplorare temi contemporanei, capaci di far dialogare emozione e intrattenimento. Credo che il cinema e le serie abbiano ancora il potere di creare connessioni profonde e mi piacerebbe continuare a sperimentare linguaggi diversi, senza perdere di vista ciò che per me conta davvero: raccontare personaggi autentici, nei quali il pubblico possa riconoscersi. Spero che questo sia solo l’inizio di un percorso lungo, fatto di nuove collaborazioni, nuove sfide e, soprattutto, nuove storie da condividere».

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