Violacida

Violacida e le “Storie mancate”

L’Italia spreca la forza biologica dei suoi venti-trentenni fra precariato, sogni che diventano illusioni e vite che diventano “Storie mancate”. Qualcuno però reagisce e prova a riempire il vuoto imbracciando gli strumenti e affidandosi alla magia del pop.

Violacida. Foto Ufficio Stampa.
Violacida. Foto Ufficio Stampa.

Come ad esempio i Violacida: giovani, vitali, allergici alla musica triste (ma non a quella malinconica). Sono cresciuti a pane e brit-pop, cibandosi di quella lunga epopea che va dai Beatles ai Blur, ma si sono sturati le orecchie anche con i My Bloody Valentine, tenendo presente che in patria Rino Gaetano riscriveva la parola cantautore in un senso beffardo e catchy prima ancora che questa parola avesse un significato.

Dalla loro hanno che sono lucchesi, gente che non si scoraggia, e che nel 2011 sono arrivati in finale di quel vivaio di sorprese (negli anni Offlaga Disco Pax, Samuel Katarro, Blue Willa) che è il Rock Contest di Firenze. Il quale con l‘etichetta Rock Contest Records pubblica oggi questo disco d‘esordio, prodotto da Manu Fusaroli (già al banco per Le Luci della Centrale Elettrica) e in arrivo nei negozi ad un solo anno di distanza da un promettente ep d‘esordio intitolato “Siamo tutti poveracci”.

Nei testi citano Tondelli, Pratolini e Pavese, mentre giocano con le melodie fra filastrocche folk pop e saturazioni elettriche con la stessa purezza che hanno i bambini. Anche se del loro esser stati bambini cantano che “a cinque anni ero già vecchio e non avevo un sogno nel cassetto”.

“Le storie mancate caratterizzano le nostre vite: sono le occasioni perse, le giornate – di sole o di pioggia – rovinate nel buio di una stanza, gli amori non vissuti, i rospi ingoiati, le passeggiate notturne nella città deserta, la nostra giovinezza un po’ distratta. le storie mancate sono tutte le favole che ci facciamo nella testa, l’inseguimento di un mito, la voglia di una fuga insensata e della felicità eterna: sono talmente tante che il resto sembra divenire niente; un enorme vuoto da dover riempire, in una maniera o nell’altra. Ma non ci piangiamo addosso, e nemmeno ci affliggiamo; godiamo con poco anche se non ne abbiamo mai abbastanza. In queste dieci canzoni tutti noi parliamo una sola lingua, ovvio, ma ci capiamo perfettamente”.

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