È tempo di “Lucciole” e di sogni per Annamaria Tortora, una donna che ha sempre creduto nella musica, nelle sue sensazioni e possibilità.
Incontriamo Annamaria Tortora, un’artista che vive di musica e che ha felicemente raggiunto, dopo cinque anni di silenzi, la possibilità di realizzare un progetto discografico, “Lucciole”, fuori dal 24 gennaio. Un monito questo ritorno, segno che non era il momento di fermarsi, di smettere di credere in un sogno, in una nuova occasione di vita…
Benvenuta su La Gazzetta dello Spettacolo, Annamaria Tortora. Questo gennaio avrai modo di presentarci un nuovo progetto a cui tieni particolarmente, “Lucciole”. Quanta soddisfazione c’è relativa a questo album, quanta voglia di dimostrare ancora una volta al mondo chi sei?
«Sono molto emozionata e, allo stesso tempo, profondamente grata. Arrivo da cinque anni di silenzio, un tempo in cui pensavo che io e la musica avremmo continuato a osservarci da lontano, quasi con discrezione, senza più incontrarci davvero. Invece Lucciole è arrivato a ricordarmi che forse non era ancora il momento di spegnere il microfono. Questo disco non nasce da una voglia di dimostrare, ma dal desiderio sincero di restituire qualcosa a quella piccola fetta di pubblico che da anni mi accompagna, e che meritava più del mio silenzio. Spesso mi capitava di incontrare conoscenti per strada che mi chiedevano se avessi abbandonato la musica, dicendomi che le mie canzoni erano belle, che ero brava. In quei momenti ho capito che, forse, ci credevano più gli altri di quanto riuscissi a farlo io. Quando poi ho vinto il bando Nuove Produzioni Discografiche 2024/2025 di Nuovo Imaie, ho sentito che quello era un segnale chiaro: non di arrivo, ma di ripartenza. E con molta umiltà ho deciso di ascoltarlo e tornare a fare musica».
A chi devi grazie per la riuscita di questo progetto e cosa possiamo aspettarci, a livello musicale? Quali evoluzioni?
«Sicuramente devo esprimere la mia gratitudine a Nuovo Imaie, che con il suo contributo ha reso possibile la realizzazione di questo disco. Ma la persona a cui dedico profondamente questo progetto è Edgardo Caputo, amico e storico arrangiatore, che ha preso le redini dell’intero lavoro seguendone la direzione artistica. Ha creduto fin da subito nel progetto e mi ha guidato con grande sensibilità verso una direzione ben precisa: ritrovare l’anima della canzone d’autore e vestirla di una contemporaneità autentica. Dal punto di vista musicale, il concept produttivo può essere definito come “Modern Vintage”: una musica che recupera le architetture emotive del passato — parti strumentali curate, introduzioni, finali sfumati — e le trasporta nel presente senza nostalgia, ma con uno sguardo attento alla sensibilità sonora di oggi. Questa visione si riflette anche nella scelta del formato: il disco sarà disponibile in CD, un supporto che conserva la fisicità dell’ascolto e allo stesso tempo dialoga naturalmente con il mondo digitale, rappresentando perfettamente l’equilibrio tra passato e presente che attraversa tutto il progetto».
C’è stato un tempo in cui Sanremo sembrava essere un grande obiettivo da realizzare. È ancora così? Quali sensazioni sono legate a quel palco, alla voglia di poter essere in gara, un domani?
«Sanremo è, per ogni cantante, un sogno da inseguire. Sicuramente sarei felicissima di poter salire su quel palco e raccontare la mia storia. Nel 2012, al Sanremo condotto da Morandi, ho partecipato a Sanremo Social con Il Sognatore sulla luna, cercando un posto tra le Nuove Proposte, ma non riuscì a ottenere abbastanza voti. Oggi Sanremo continua a essere un sogno, ma con una consapevolezza diversa. La musica si fa ogni giorno: per strada, tra la gente e per la gente, non soltanto in una settimana su Rai Uno. Mi piacerebbe che le persone ricordassero le mie canzoni nel tempo, sempre, e non solo durante la settimana del Festival, quando spesso, dopo un anno, non si ricorda nemmeno chi ha partecipato. Per me Sanremo dovrebbe essere soprattutto uno spazio di incontro: tra una me ancora sconosciuta e un pubblico che inizialmente si chiede “chi è questa?”, ma che alla fine della canzone pensa “che bella questa canzone”. Ecco, quella è la vera vittoria, sempre».
Quanto è cambiato, a tuo avviso, il modo di fare musica con il passare degli anni. Cosa è andato perso e, inversamente, quali evoluzioni ritieni giuste, fruibili?
«Negli anni il fare musica è diventato più veloce e accessibile: questo ha fatto perdere profondità, attesa e rischio umano, ma ha anche aperto a una creatività più libera. Tutto può essere usato, anche la tecnologia, ma senza abusarne: oggi l’autotune è ovunque, mentre io sono cresciuta con Whitney Houston, che con un acuto ti stendeva. Sarebbe bello recuperare dalla musica di ieri le sue architetture emotive e trasmetterle alle nuove generazioni, cresciute con una musica spesso troppo veloce e commerciale. Nei concerti oggi c’è molto spettacolo e poco raccontarsi, ma gli artisti dovrebbero fare entrambe le cose: soprattutto i giovani hanno bisogno di esempi puliti, di storie sane di chi ce l’ha fatta e oggi sale su un palco per raccontare la propria verità. La musica, come la poesia, è amore e racconto dell’amore, e può ingentilire anche una generazione purtroppo ad oggi, spesso più violenta».
Chi è oggi Annamaria e quali sogni vorresti ancora poter concretizzare?
«Oggi Annamaria è una donna che continua a dire agli amici “io volevo fare la cantante”. Ho tanti sogni nel cassetto, ma quello che sento più forte è il desiderio che le persone inizino a cantare le mie canzoni, che le dedichino a chi amano. Non c’è sogno più bello che vedere questo cammino prendere forma davanti a centinaia di persone. Vorrei che, ascoltandomi, ognuno potesse portarsi a casa un po’ di me».
Cosa possiamo aspettarci dal tuo futuro artistico?
«Sicuramente tante altre canzoni, tante altre storie e, con un po’ di fortuna, anche qualche bel riscontro dal pubblico. Il desiderio è quello di continuare a crescere e a raccontarmi attraverso la musica e fare in modo che ognuno si senta addosso le mie canzoni. E poi, come dicevano i Negrita: “C’è che ormai ho imparato a sognare, e non smetterò”».
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