Marco Ninni

Marco Ninni, dall’Italia alle consolle mondiali

Intervista a Marco Ninni che ci racconta la sua storia con la musica, dai giochi d’infanzia fino al diventare una vera e propria professione.

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C’è chi nasce con la musica dentro e chi, come Marco Ninni, la trasforma in una missione di vita. Nato a Mola di Bari, Marco ha iniziato a suonare per gioco, con una batteria giocattolo ricevuta all’età di quattro anni. Da allora, non si è più fermato.

Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo” a Marco Ninni. Quando ti sei avvicinato alla musica?
«Il primo contatto con la musica l’ho avuto da piccolissimo, avrò avuto tre o quattro anni. I miei mi regalarono una batteria giocattolo e io passavo ore a battere con le mani. A sei o sette anni iniziai a prendere lezioni private di batteria, prima a casa e poi in una vera scuola di musica. Ho studiato e suonato fino ai 12-13 anni.
Poi, a 13 anni, è scattata la scintilla per il djing. Guardai un video di un dj che faceva scratch e mi incuriosii. A casa avevamo dei giradischi di mia madre e provai subito a cimentarmi. A 14 anni mi feci regalare il mio primo setup completo con mixer, giradischi e casse. Iniziai a esercitarmi a casa e poi in un box che avevo sotto casa, dove passavo ore ogni giorno. Dai 14 ai 18 anni ho iniziato a farmi conoscere collaborando con chi organizzava serate per ritagliarmi uno spazio. La mia prima volta in discoteca è stata nell’ottobre del 2001, avevo appena 14 anni».

Quando hai capito che poteva diventare un lavoro?
«Nel 2016. Venivo da un’esperienza imprenditoriale andata male e ho deciso di dedicarmi al 100% al djing. Era sempre stata una passione, ma fino ad allora la mia famiglia mi aveva spinto a considerarla solo un hobby, non un vero lavoro. Da quel momento, invece, mi sono impegnato totalmente e nel giro di un anno sono esploso nella mia città, Bari, come giovane talento.
Dal 2018 ho iniziato a girare il mondo: Thailandia, Belgio, Formentera, Romania… Poi è arrivato il Covid che ha fermato tutto, ma l’ho sfruttato per formarmi: ho seguito corsi di produzione musicale e adesso sto lavorando a brani miei che usciranno a breve».

Ci sono dj che ti hanno ispirato?
«Sì, tanti. Sicuramente David Guetta, gli Swedish House Mafia e Avicii, che considero un fuoriclasse. In generale prendo spunto da diversi artisti, ma cerco sempre di farne una mia interpretazione personale».

Il ricordo più emozionante?
«Uno dei più forti è stato nel 2019, quando ho suonato per la prima volta in Thailandia. Non avevo mai fatto un viaggio così lungo né mi ero esibito in un contesto culturale così diverso. All’inizio ero emozionato e un po’ timoroso: non sapevo come avrebbero reagito alla mia musica. Invece è andata benissimo. È stata una delle prime volte in cui sono stato trattato come un dj già affermato. Un’esperienza che porto nel cuore».

Hai mai pensato di mollare?
«Sì, tante volte. Specialmente negli ultimi anni, quando il percorso è diventato molto più impegnativo. Suonare è bellissimo, ma se vuoi crescere devi trasformarlo in un lavoro vero, con disciplina e costanza. Non basta uscire la sera e mettere due dischi: devi alzarti la mattina, andare in studio, avere idee e produrre musica. Se vuoi essere un dj internazionale, devi avere brani tuoi.
Molti pensano che il dj si svegli tardi e viva di notti in discoteca. In realtà, se vuoi fare il salto di qualità, devi avere la routine di un lavoro normale, con impegno quotidiano».

Il sogno nel cassetto?
«Il mio sogno è portare la mia musica in giro per il mondo, non tanto per diventare famoso, ma per conoscere culture e persone diverse. Mi piacerebbe suonare in Giappone o in Australia, oltre che negli Stati Uniti, in Europa, in Medio Oriente, magari anche a Mosca. Il livello che sogno è quello di poter viaggiare con i miei amici e condividere con loro questa esperienza».

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