Manuela Chiarottino - Matrimonio di scadenza

Matrimonio a scadenza, di Manuela Chiarottino

La scrittrice Manuela Chiarottino è nata e vive in provincia di Torino. Vincitrice del concorso Verbania for Women 2019 e del Premio nazionale di letteratura per l’infanzia Fondazione Marazza 2019, nella scrittura ama il genere rosa, declinato in diverse sfumature. L’ultima sua pubblicazione, recentissima, è Matrimonio a scadenza (Dri Editore, 2020), ambientata in epoca Regency e nata dalla voglia di sperimentare e mettersi in gioco.

Benvenuta Manuela Chiarottino su La Gazzetta dello Spettacolo, ti cimenti con uno storico. Che rapporto hai con la Storia con la S maiuscola da intrecciare nella storia con la s minuscola?
La storia come materia mi è sempre piaciuta, sia quella lontana che quella che sembra soltanto lontana, ma si intreccia con la vita ad esempio dei nostri nonni e quindi anche con noi. Mi piace scoprire delle curiosità del passato, come è successo proprio per questo romanzo. Certo, è una storia d’amore, non è un saggio storico, ma ho dovuto comunque documentarmi con attenzione. Il pretesto iniziale è stato scoprire come in quell’epoca la donna non aveva alcun diritto sui propri beni, che passavano dal padre, o tutore, al marito. Non poteva studiare o avere ruoli nella società come gli uomini. Penso che questo, se pur scritto in un romanzo rosa, possa essere spunto di riflessione per le donne di oggi.

La stesura ha incontrato scogli o è stata fluida? In altre parole, te l’aspettavi così come è stata?
Per ogni storia c’è una parte di ricerca, ma chiaramente in questo è stata maggiore, anche perché l’ho voluto ambientare sia in India che in Inghilterra. Dovevo sapere le usanze dell’epoca, da cosa mangiavano a cosa indossavano, fino alle piccole curiosità della vita quotidiana. La difficoltà nella stesura è stata quella di usare il “voi” nei dialoghi, ma dopo un primo attimo di smarrimento sono entrata nell’atmosfera.

Ci racconti, senza spoilerare, le vicende che narri?
Alla morte dei genitori, la contessina Alison è costretta ad abbandonare l’amata India per trasferirsi in Inghilterra. La sua quotidianità non è quella delle coetanee in patria. Lei legge, scrive, pratica tiro con l’arco e con la pistola, esce a cavallo e la notte di nascosto, dal suo balcone, sale sul tetto per ammirare i tramonti. La sua quotidianità verrà però stravolta all’improvviso. Lei non è incline a lasciarsi amministrare, riuscirà a vivere all’ombra di un uomo? E incontrerà il vero amore?

La contessina Alison e un conte avido di passioni occasionali che cosa hanno da insegnare e cosa da imparare vicendevolmente?
Lei, nonostante all’epoca i matrimoni fossero per lo più combinati, sogna l’amore vero, seguendo l’esempio dei suoi genitori. Lui ha avuto l’esempio opposto e non crede all’amore, preferendo saltare da un’avventura all’altra. Entrambi sono senza famiglia, entrambi nascondono un profondo dolore e amano la parola libertà.

Le tue figure femminili non sono mai banali. Alison cosa ha in comune e di diverso con altre tue protagoniste?
Potrebbe sembrare che non abbia nulla in comune, in realtà tutte le mie protagoniste all’inizio appaiono come donne fragili o condizionate dalla società, che sia questa o quella del passato, ma nella storia prendono sempre più consapevolezza ed esprimono una forza che a volte nemmeno loro sapevano di possedere.

Ci racconti, infine, qualche usanza del tempo che hai scoperto… Per esempio la chatelaine?
La chatelaine, o catenella, era una cintura decorativa o una spilla agganciata alla cintura, da cui pendevano una serie di catene sottili e ganci, con alle estremità diversi oggetti, come piccole borsettine, un orologio, chiavi o una vinaigrette, cioè un contenitore di sali per far riprendere dagli ahimè frequenti svenimenti, dovuti ai corsetti troppo stretti, ma anche l’occorrente per il cucito o dei medicinali. E poi naturalmente quella più bella, la chatelaine da portare con sé al ballo. In quel caso poteva esserci un fazzoletto, dentro una minuscola borsetta, o del profumo.

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