Andreina Grieco con “Yohnna e il Baluardo dei Deserti” fa risorgere la bellezza di un paese martoriato dalla guerra

Andreina Grieco, classe 1984, salernitana di nascita ma milanese di adozione, appassionata di libri fantasy, musica, giochi di ruolo, cultura giapponese e cultura araba. Si è avvicinata al mondo della scrittura partendo dalle fan-fiction, per poi passare ai racconti originali.

“Yohnna e il Baluardo dei Deserti” segna il suo esordio editoriale, pubblicato dalla casa editrice EKT – Edikit.

Andreina Grieco presenta Yohnna e il Baluardo dei Deserti
Andreina Grieco presenta Yohnna e il Baluardo dei Deserti

Andreina Grieco, in te ritrovo anche tanti altri spunti letterari: il titolo, ad esempio, mi ricorda “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, la povertà e il lavoro di arrotino mi evocano l’immagine della celeberrima Piccola Fiammiferaia, l’eruzione da una bottiglia stappata del Jinn Horèb, alto come un minareto, mi rammenta “La lampada di Aladino”. Da che cosa hai tratto ispirazione?

L’ispirazione primaria viene da Le Mille e una Notte. Quando lo lessi per la prima volta, rimasi folgorata dalle sue ambientazioni così diverse dalle nostre, dal senso di onore e rispetto degli eroi arabi, dai personaggi femminili molto più forti di quello che possiamo pensare. E, soprattutto, dalla mitologia dei Jinn. Nella narrativa occidentale sono rappresentati come spiriti benevoli che esaudiscono desideri, niente di più sbagliato. Per i miti pre-islamici, i Jinn sono mostri o spiriti maligni che incarnano le asperità del deserto e si prendono gioco degli esseri umani. Ne Le Mille e Una Notte e nel Corano, invece, vengono presentati come mostri giganteschi e diabolici.

Da che punto di visto narrativo viene raccontata la storia?

In prima persona, dal punto di vista di Yohnna. Il giovane arrotino ha una voce narrante sarcastica, arguta, insolente e ironica. Racconta la sua storia a un avventore di una locanda per esorcizzare un periodo difficile della sua vita e anche per il piacere di raccontarsi.

Occasionalmente, nello stile del “racconto nel racconto” de Le Mille e una Notte, si alterna anche il punto di vista del Jinn Horèb. Volevo che il lettore rimanesse spiazzato dalla presenza di un narratore completamente diverso, dotato di un lessico forbito, attento solo a se stesso e psicopatico. Nei suoi capitoli i toni sono molto più cupi ma l’umorismo viene mantenuto, anche se si vira sull’humor nero.

Quanto di vero e quanto di fantasy troviamo nelle tue pagine e, nel caso, come hai fatto ad amalgamare la storia con la finzione?

Anche se le città nominate sono immaginarie, sono inserite in un contesto storico e geografico ben preciso, una Siria medievale e islamica. Avevo scelto la Siria per il suo deserto composto anche da rocce e cespugli in cui il protagonista poteva nascondersi. Dopo lo scoppio del conflitto siriano, con una delle città distrutte, Palmira, da cui avevo preso ispirazione, l’ambientazione siriana ha assunto per me una nuova valenza, un modo per ricordare la cultura di quella terra nella speranza che ritorni come fu un tempo.

Non ho avuto difficoltà ad amalgamare la parte storica con la parte fantasy, perché alcune location, come il deserto, sembrano avere una magia intrinseca. Spesso si alternano scene di vita quotidiana dell’epoca a scene in cui il protagonista si trova di fronte a creature magiche e rimane anche lui stupito, assieme al lettore.

Come hai fatto, inoltre, a caratterizzare i personaggi?

I due personaggi principali sono nati da soli, prima immaginando la loro storia, poi facendoli interagire in un dialogo nel deserto che occupa la prima parte del romanzo. Ho messo un po’ di me in tutti. Yohnna è come vorrei essere: sarcastico, atletico, machiavellico, con sempre la risposta pronta, riesce a tener testa anche a un Jinn millenario solamente con la sua parlantina.

Horèb invece è il mio lato oscuro. Bastardo, diabolico, politicamente scorretto, irruente come un vulcano in eruzione. È spesso costretto da qualcosa, prima rinchiuso in una bottiglia, poi costretto ad affrontare una nuova vita senza omicidi. Rappresenta per me la potenza creativa, spesso schiacciata dal giudizio e dalle aspettative altrui, che non può che scoppiare, a un certo punto.

Salima, la sorellastra del protagonista, è stata la sfida più difficile. Essendo il personaggio più serio, non era nelle mie corde, finché non ho riconosciuto in lei alcuni aspetti della mia personalità. Salima si comporta col fratello come io spesso faccio con gli uomini della mia vita, un po’ come una mamma chioccia che pretende di sapere cosa è meglio per loro.

E per l’ambientazione ti sei dovuta documentare o è frutto solamente della tua fantasia?

Ho preso come modello Salgari, che raccontava di posti lontani documentandosi senza muoversi da casa. Ho faticato molto per trovare testi che parlassero di Siria medievale, quasi che la guerra avesse cancellato completamente la cultura di un popolo. Sono stata in Marocco (che non è come andare in Siria, ma almeno ha delle somiglianze), ma solo quando il libro era già in mano all’editore. Dalla risposta dei lettori, convinti che io in Siria ci sia stata veramente, forse sono riuscita, in piccolo, a ricreare l’effetto “Salgari”.

C’è un messaggio finale che, dietro ad azioni rocambolesche, vuoi dare al lettore?

Yohnna affronta il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e il Jinn rappresenta tutti gli ostacoli che la vita ci pone davanti in quella fase delicata. La morale della storia è che le difficoltà e le paure aiutano a crescere e possono essere affrontate non solo combattendole ma anche venendoci a patti, in qualche modo. Il percorso di Horèb che deve liberarsi dall’impulso di uccidere è quello che tutti devono affrontare per liberarsi da una dipendenza, si parte con l’accettare di avere un problema prima di poter risalire.

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