La fortuna di non esistere, di Luca Giordano

“Mentire è la parola d’ordine della rete. È tutta una meravigliosa farsa”. Parte così “La fortuna di non esistere”, di Luca Giordano.

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Con queste parole, Luca Giordano ritorna nel panorama editoriale con un romanzo che racconta il disagio silenzioso di una generazione sospesa tra realtà e identità digitale. Pubblicato da Casa Editrice Kimerik, La fortuna di non esistere è una storia che fonde romanzo di formazione, critica sociale e riflessione esistenziale.

La trama segue Innocenzo Fanelli, giovane molisano inquieto e insoddisfatto, che vive la sensazione costante di essere invisibile. Tra social network, precarietà lavorativa e un futuro che sembra sempre rimandato, il protagonista si trova a fare i conti con ansie, dipendenze e fragilità che lo porteranno a toccare il fondo.

La provincia molisana – spesso oggetto di ironie e stereotipi – diventa qui scenario vivo e simbolico. È il luogo da cui si vuole fuggire, ma anche quello in cui si trovano le radici più profonde. Tra amicizie autentiche, delusioni, senso di inadeguatezza e cadute pericolose, Innocenzo attraversa una crisi personale che lo costringe a guardarsi dentro.

Accanto allo sguardo critico sulla società contemporanea emergono però elementi di rinascita: il legame con la madre, il potere salvifico della musica, la forza dei ricordi d’infanzia e la riscoperta di un sogno dimenticato. È proprio nella possibilità di ricominciare che il titolo trova il suo significato più profondo: sentirsi “inesistenti” può trasformarsi in un punto zero da cui ripartire. Ne parliamo con lui per la rubrica Libri e Scrittori.

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Luca Giordano, ben trovato sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Da dove nasce La fortuna di non esistere e qual è stata la prima intuizione da cui è partito il romanzo?
«Il libro è nato in macchina, in compagnia di un mio amico. Alla radio è passata la notizia di un grave blackout in Spagna, che l’aveva paralizzata totalmente, e da qui è nata l’idea di far “scomparire” la mia terra dai radar tecnologici dei nostri giorni, isolandola completamente, più di quanto non lo sia realmente. Ma da questo “blocco” nasce anche una rinascita, attraverso il bello che il Molise ha da offrire».

Chi è Innocenzo Fanelli e cosa rappresenta per te nel percorso umano raccontato dal libro?
«Innocenzo forse è una parte nascosta del mio essere. Sicuramente siamo cresciuti insieme».

Quanto c’è del tuo sguardo personale, della tua esperienza o della tua generazione nella storia di Innocenzo?
«Tutto. Questo libro è un vero e proprio manifesto dei nostri giorni. Solitudine, gioco d’azzardo, senso di smarrimento e il non sentirsi mai abbastanza sono tra i grandi mali dell’uomo moderno, o peggio ancora dei nostri giovani».

Il romanzo attraversa temi come identità, solitudine, fragilità e ricerca di sé. Quali aspetti della contemporaneità sentivi più urgente raccontare?
«La ricerca di sé. “Conosci te stesso” (gnōthi sautón), celebre massima incisa sul tempio di Apollo a Delfi, fu adottata da Socrate come cardine della sua filosofia ed è l’unico antidoto per sopportare il veleno della vita. Ma qualcuno che decide per noi ci vuole tutti uguali, persi negli schermi dei nostri telefonini».

La provincia molisana ha un ruolo importante nella narrazione. Che rapporto hai con il Molise e in che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?
«Amo il Molise. Odio il Molise. Non posso rinnegare le mie origini, anzi ne vado fiero. Il Molise è storia, tradizioni popolari e famiglia. Ma non posso non rilevare il suo essere limitato e totalmente fuori dalla contemporaneità della modernità. Non è sempre un difetto, ma tante volte sì. E la mia scrittura è impregnata da queste contraddizioni, che fanno parte della mia vita».

C’è un passaggio, un personaggio o un tema del libro a cui sei particolarmente legato?
«Un libro è come un figlio: tutto ti resta dentro, perché arriva tutto da lì. E come per ogni genitore, il proprio figlio è l’essere perfetto, anche se sappiamo che non è così».

Cosa ti piacerebbe che restasse al lettore dopo aver chiuso il libro?
«Il finale è aperto volutamente. È un “senza fine”, perché queste sensazioni, pulsioni, esigenze, emozioni e amori sono stati vissuti e continueranno a esserlo anche da chi verrà dopo di noi».

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