Una villa, sette giovani e un mistero, questa è la trama del film “Quello che resta di noi”, di e con Simone Riccioni, che lo racconta.
Felici di accogliere Simone Riccioni, quest’oggi, un uomo che ama realizzare non solo i suoi sogni ma anche quelli altrui, perché ha da sempre la voglia di regalare nuove aspettative, nuove idee, ai giovani, e al cinema italiano. L’occasione del nostro incontro è legata al film realizzato insieme a Emilio Marcanti, “Quello che resta di noi”. Siamo qui per parlarvene…
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Simone Riccioni. “Quello che resta di noi”, il film realizzato insieme a Emilio Marcanti e prodotto da Linfa Crowd 2.0., sarà nelle sale da questo 29 ottobre e, a tal proposito, vorremmo chiederti cosa puoi anticiparci a riguardo?
«Il film parte da una semplice domanda: “siamo davvero disposti a perdere noi stessi per adattarci a ciò che ci dice il mondo?”. Viviamo realmente un mondo in cui ci vogliono tutti uguali, fatti con lo stampino, e sinceramente non sono d’accordo. Sono convinto che ognuno di noi abbia una propria originalità, talenti e potenzialità da inseguire, da perfezionare. Ecco perché abbiamo voluto parlare della società di oggi, di questo importante e reale spaccato di vita, raccontando di sette ragazzi che vivono un mistero, all’interno di una villa che pare custodisca il tesoro di una contessa e si parla, quindi, del cadere di alcune maschere che li porteranno a chiedersi chi sono veramente… Un incipit, questo gioco, per entrare nell’umano di ogni ragazzo».
Una trama intensa, fitta di mistero, ma cosa ti ha spinto a realizzare tutto ciò?
«Devo questa idea alla scuola di cinema che posseggo nell’entroterra maceratese, in cui ci sono circa centocinquanta studenti. Un modo per creare loro delle occasioni, questo film, qualcosa che viene sempre più a mancare, e per non sprecare del talento puro, perché c’è n’è, tra tutti loro, ed è davvero tanto».
Quali rapporti sul set?
«Con Emilio, il primo nome alla regia, abbiamo lavorato tantissimo sulle inquadrature, su che mood e color dare al progetto, lasciandomi dirigere completamente da lui, qualcosa che in autonomia ancora non saprei fare. Con i ragazzi, i miei allievi, è stata, invece, pura gioia. E poi è arrivato Francesco Pannofino e diciamo che la sua presenza si fa sentire e tutti, nessuno escluso, lo hanno amato alla follia. È una persona estremamente cara, un quid in più per tutti noi, e un trailer già di per sé importante perché caratterizzato dalla sua voce».

Cosa ha rappresentato per te questo duplice ruolo da vivere?
«Ha significato la possibilità di non mollare facendo ciò che amo fare, e quindi recitare, creare e dirigere, davvero senza mollare mai. Finché continuerò a divertirmi, al di là della bellezza o meno del film, del mio essere o meno scarso o bravo, continuerò su questa strada».
Quali consensi vi augurate di poter ottenere con questo progetto?
«Mi auguro di poter far vivere ai ragazzi un’esperienza unica, al di là dell’essere o meno protagonisti di un progetto futuro. Voglio, inoltre, godermi tutta la claque, perché di persone ne abbiamo già incontrate, e sono contento dei consensi ricevuti. Per il film, invece, spero solo che sia bello per tanti, che possa ancora piacere, ma su tutto mi auguro che i ragazzi siano felici».
Chi è Simone e quali passioni caratterizzano il tuo vissuto?
«Simone è un bambino che negli anni è rimasto tale perché ha avuto la fortuna di nascere in un paese poverissimo, l’Uganda, in un periodo di guerra, di razzie. Papà è andato in missione, nel 1987, ed io sono nato nell’88, in un paese al confine con il Ruanda. Prendo, a tal proposito, in prestito una frase di Leopardi, il poeta di Recanati: “I bimbi vedono il tutto nel niente, i grandi vedono il niente nel tutto”. Quando ero in Africa avevo una palla di stracci ed ero felice, in Italia ho poi conosciuto persone scontente nonostante avessero tutto. Simone è rimasto quel bambino lì, che aveva una palla piena di stracci, e sono ancora tanto felice. Non mi trovi agli eventi, alle serate mondane, da nessuna parte. La felicità è nel poter fare qualcosa e nell’essere felice di ciò che faccio».
Cosa vorresti poter realizzare in futuro?
«Il sogno più grande consiste nel poter girare un film in Uganda. Sto cercando di trovare i fondi per poterlo fare, per parlare dei miei genitori. Mio papà ha salvato ottocento bambini durante il genocidio in Ruanda, insieme ad altri missionari. Faceva la spola dall’Uganda al Ruanda e se non dicevano “The Doctor is in” significava che papà era morto. Ho vissuto un continente meraviglioso, pericoloso, ma raccontare la loro storia sarebbe qualcosa di magico perché hanno vissuto dei momenti incredibili».
Cosa sta regalandoti questo percorso artistico, quali soddisfazioni e consapevolezze?
«Sta regalandomi la consapevolezza che il mondo non è poi una merda come dicono tutti. Talvolta ne guardiamo la parte brutta senza viverci quella bella. E ti assicuro che di gente bella ce n’è e come e vorrei crearne ancora altre, di cose belle. Abbiamo giudicato ragazzi che hanno fatto gesti che si, vanno condannati, ma far scoprire ai ragazzi la bellezza, qualcosa che noi grandi potremmo spiegare, li aiuterebbe forse a non sbagliare. Facciamo luce su questi ragazzi regalando loro davvero uno sguardo vero e libero, affinché possano vivere al meglio la loro vita».
Un invito da rivolgere ai nostri lettori affinché possano accorrere al cinema?
«”Quello che resta di noi” è il film per tutti, e per la famiglia, che ti permetterà di scoprire la tua parte inferno, la tua parte purgatorio e la tua parte paradiso. Auguro a tutti di essere come San Carlo Acutis, tutti nasciamo originali ma molti muoiono fotocopie. Auguro, quindi, a tutti di tornare ad essere originali… e vi aspettiamo dal 29 ottobre al cinema!».
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