Un thriller psicologico da raccontare uscito questo ottobre: ecco la recensione del film “L’Estranea” di Paolo Strippoli.
Lo scorso 8 ottobre le sale dei cinema italiani hanno riempito i loro schermi con L’Estranea, l’ultimo film di cui Paolo Strippoli ha firmato la regia, regalando alla storia del cinema italiano un lungometraggio intenso, profondo, accattivante e provocatorio, le cui scelte registiche si dimostrano degne eredi del cinema d’autore e in dialogo attivo col panorama internazionale contemporaneo.
Il film si colloca nella categoria dei thriller psicologici, come dichiarato dallo stesso regista, e racconta la storia della famiglia Colonna. Il film si sviluppa in quattro capitoli, La Figlia, Il Figlio, Il Padre e La Madre, e si sviluppa in un arco temporale che va dal 1999 al 2026.
Il ‘99 è l’anno in cui inizia il movimento a spirale che darà via alle tragiche disavventure affrontate dalla famiglia Colonna, che da ricchi borghesi di Bari si trovano a doversi scontrare con una storia tutta umana, che li mette di fronte a difficoltà che fanno vacillare il loro status sociale. Saranno questa paura e questa volontà morbosa di proteggere, tendente al patologico, che apriranno le porte a quei segreti che reggeranno tutta la storia e che saranno il pretesto per iniziare la narrazione di questo film: Anna Colonna, la madre, decide di confessare tutto alla figlia Alice, per mettere fine al loop e per espiare quelli che crede siano i suoi peccati. Il film si configura, dunque, come una confessione dei retroscena, forse più emotivi che reali, che hanno tenuto in piedi la storia della famiglia Colonna. Il dialogo tra madre e figlia avviene tutto nel ring che è l’appartamento romano di Alice, in un
giorno di pioggia battente.
Sebbene il genere che si propone di rispettare questo film faccia risvegliare nella memoria un panorama per lo più americano, la forza de L’estranea è che si tratta di un racconto tutto italiano. Senza provare ad imitare scarsamente luoghi comuni appartenenti ad un mondo a noi distante, ma affondando piuttosto le radici nella storia vera e fertile del nostro paese, Paolo Strippoli cerca nei simboli più italiani il pretesto per raccontare il dolore, il macabro, la disperazione. Il Ferragosto, il calcio, l’Italia che vince i mondiali, la stagione estiva in generale, fanno da sfondo alle tragedie che la famiglia Colonna si trova ad affrontare e non è un caso: squarciare la gioia con la tragedia vuol dire rendere umano e reale, disperatissimo il racconto che ci si propone di affrontare. A suggerire questo ossimoro è anche l’utilizzo cromatico: la prima tragedia, che dà inizio alla spirale, macchia col sangue della gamba di Alice il bianco della festa di Ferragosto. In questo modo il colore del sangue viene messo in risalto non solo da un punto di vista visivo, ma diventa il primo segno di sporcizia che inquina l’immagine perfetta ed invidiabile della famiglia barese. Procedendo nella narrazione, i colori tenderanno a diventare sempre più scuri, fino ad arrivare al grigio, quasi nero, della casa di Alice dove avviene il confronto finale tra madre e figlia, al termine del quale tornerà il sole, la luce.
Una nota speciale merita il racconto del capitolo del padre, che avviene tutto alternando la tragedia di un uomo in decadenza, che prova vergogna per il giudizio degli altri e che per questo tenta il suicidio, e la gioia esplosiva e disturbante condivisa da un intero paese che guarda l’Italia vincere ai mondiali di calcio del 2006. Le scene sono alternate in una perfetta armonia poetica, come degli esametri in rima baciata che culminano nell’incontro e nello scontro tra le due realtà: l’alternanza, infatti, viene interrotta quando Anna, in auto, andando verso l’ospedale, tenta di farsi spazio tra la folla in fermento, noncurante della donna disperata. Sarà l’uomo interamente truccato con i colori della bandiera italiana, salendo sul tetto dell’autovettura di Anna, a dare la clausola ad un racconto tragicamente umoristico: l’Italia del cinepanettone, con la sua indifferenza ed il suo individualismo, sopraffanno ed invalidano. Ed ecco che si rivela geniale e necessaria anche la scelta della colonna sonora: la scena, infatti, è accompagnata dal brano Nessuno, di Baustelle.
Anche l’utilizzo dei simboli sacri non risulta mai funzionale ad emulare un panorama horror che tende a rendere certi simboli satanici: la preghiera è davvero un atto di fede a cui ci si affida nella disperazione. Ma, come spesso accade, la fede risulta labile e la preghiera non sembra essere abbastanza: da questa sensazione partirà la smania di controllo di Anna, che, dopo aver pregato ai piedi della Madonna, incontra per la prima volta l’Estranea, nella cappella dell’ospedale. Lo scontro tra la fede e la necessità patologica di controllare tutto, con la buona intenzione di proteggere, è un fenomeno fortemente italiano, che alla religione attribuisce un ruolo di rilievo, il quale tuttavia sprofonda nel baratro dell’ipocrisia e dunque della desacralizzazione di certi simboli. Il racconto diventa fortemente italiano perché Strippoli narra questa realtà senza iperboli né esagerazioni tipiche del panorama americano: la sua risulta essere solo una cronaca di un paese, verosimile ed umana, che tuttavia prende spunto da un panorama culturale fortemente internazionale, che va da Hitchcock, a Bergman, per arrivare a Lanthimos. L’ispirazione, tuttavia, non è mai imitazione: la personalità di Strippoli è alimentata da correnti che vengono perfettamente incanalate nella sua personalità registica decisa e chiara, fatta di immagini, colori, musiche e simbolismi che contaminano tutto il film.
Il complesso rapporto tra genitori e figli assume la sfumatura di proiezione dei propri sogni irrealizzati nella vita dei figli. Anna vuole che Alice diventi un’attrice, Walter allena Tobia fino allo sfinimento perché diventi un calciatore. I figli concedono ai genitori la possibilità di una seconda vita, ed ecco perché ci si impegna nei modi più malati per offrire loro un’esistenza dignitosa, ma talvolta abbagliante e fittizia. I sogni irrealizzati dei genitori diventano le passioni che devono coltivare i figli, ai quali viene tolta la possibilità di scegliere liberamente chi essere. I desideri, le ambizioni, diventano una gabbia stretta, come si evince chiaramente quando Tobia non riesce più a giocare a calcio, a causa del suo disturbo alimentare, ma viene comunque costretto dal padre, che non sa affrontare la sofferenza di vedere un figlio che sta male e così diventa aggressivo, insistente, martellante. Ma nell’animo del figlio quest’atteggiamento non fa altro che acuire quella sensazione di inadeguatezza e di disagio, di paragone con una vita passata che non corrisponde più a quella presente, la quale non viene affrontata, non viene veramente guardata negli occhi. Ed anche il sogno di Anna di fare l’attrice, sventato dal divieto genitoriale, diventa la prigionia di Alice, che per riuscire finalmente a trovare sé stessa deve allontanarsi dalla figura materna. Strippoli, tuttavia, non mette alcun giudizio sulle teste dei suoi personaggi: ogni errore da loro compiuto è umano. L’interesse a preservare questa dimensione emotiva complessa è il carburante di tutto il film, che mai si propone di dare sentenze dure, ma piuttosto di osservare la complessità di un nucleo umano come quello familiare.
Configurandosi apparentemente come un diavolo col quale si stringono patti infernali, l’Estranea, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, è in realtà un alter ego di Anna, la sua parte più egoista. La madre è l’archetipo dell’amore, che tenta in ogni modo di proteggere dal male i propri figli, con i quali non riesce mai a tagliare il cordone ombelicale. La paura di lasciarli andare nel mondo si trasforma in necessità di controllare, che a sua volta genera un insostenibile peso delle responsabilità, che finisce per essere deleterio, tossico, apocalittico. «Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per voi», dice Anna ad Alice durante la sua confessione, che non è tanto la rivelazione dell’incontro mistico avvenuto per la prima volta nel 1999, quanto piuttosto il tentativo di raccontare le contraddizioni di una madre che per amore ha messo in gioco anche i lati di sé più oscuri, credendo che ogni sventura capitata ai suoi figli, avvenisse per causa sua. Per mettere fine al loop, Anna vuole tornare indietro nel tempo e tagliare la gamba di Alice, credendo che sia questa la via di fuga da quei patti infernali stretti con la donna che le prometteva salvezza, per poi farla precipitare in nuove tragedie, nuovi compromessi, nuovi accordi per cambiare quel fato che lei temeva e che tuttavia vedeva chiaro attraverso gli occhi di quel suo alter ego. L’Estranea, infatti, rivela i pensieri di Anna più loschi e proibiti ad una madre: la figlia, senza gamba, avrebbe subito bullismo e non avrebbe potuto più diventare un’attrice; il figlio Tobia, quando ingrassa, è brutto, lontano da quel bambino prodigio del calcio, ma piuttosto un essere governato da una fame quasi animalesca e disgustosa agli occhi stessi di Anna. La madre è così un ruolo sociale di prigionia, caratterizzato da pensieri negativi che non possono essere espressi e da un forte senso di impotenza che diventa colpa. La contraddittorietà e la complessità di questo ruolo, per essere narrata al meglio da Strippoli, necessitano di un secondo personaggio che possa dar carne e voce a tutti quegli aspetti vietati. Ed ecco che il rapporto tra Valeria Bruni Tedeschi e Jasmine Trinca, che interpreta la madre, diventa man mano sempre più carnale, tattile, necessario. Le apparizioni dell’Estranea diventano per Anna un momento di speranza e terrore insieme, di rifiuto e di necessità, di liberazione e di incastro sempre più prepotente in quel ruolo complesso che ricopre la figura materna.
L’origine e la fine della spirale si configurano, così, proprio con Anna, che in quel loop in cui credeva di aver coinvolto tutti, è l’unica che ci è davvero incastrata, perché ogni cosa esiste e vive dentro di lei, dentro quest’amore viscerale e controllante, morboso e puro che la sovraccaricano fino ad uno stato che sfiora la follia. Ritorna il simbolismo: non è un caso che l’unico personaggio a toccare direttamente le spirali, sia Anna. La donna, infatti, porta con sé tantissime rotelle di liquirizia, che tortura con le mani durante tutta la confessione che fa ad Alice. Sarà la figlia, alla fine, a liberare la madre dal peso delle responsabilità, con un atto estremo eppur necessario: il matricidio, avvenuto infilzando simbolicamente delle forbici nel ventre della donna, mette davvero fine a questa tragedia greca di sangue. Di Anna rimane solo una foto, quella scattata nel primo capitolo, nel 1999: ma all’immagine di Anna si sostituisce quella dell’Estranea, il risvolto della medaglia dell’amore.
Come si è detto, la casa romana di Alice, è l’ambiente del presente in cui avviene la narrazione. La scelta di uno spazio chiuso come sfondo delle confessioni della madre, rende l’ambiente intimo, ma soprattutto claustrofobico. La mancanza di vie di fuga aumenta nello spettatore il senso di pericolo e di angoscia. Non esiste nessuna rassicurazione suggerita dai ruoli di madre e figlia: la sensazione che qualcosa di fatale possa succedere da un momento all’altro prevale ed è aumentata dalla pioggia battente. L’acqua assume un ruolo di rilievo simbolico all’interno del film. In un primo momento è solamente il fattore che impedisce una via d’uscita e che costringe a barricarsi in casa. Ma alla fine del racconto, il diluvio si trasforma quasi in diluvio universale di memoria biblica: l’acqua invade le strade di Roma, che diventano letto di un fiume che straripa e che invade tutto, anche la casa di Alice. I vetri delle finestre si rompono e la pioggia entra prepotentemente nell’appartamento, rendendo anche la fuga di Alice dalla madre – che vuole tagliarle la gamba – estenuante ed affannosa. Viene restituita quella sensazione di pesantezza e di difficoltà data dalla corsa che avviene con le gambe totalmente immerse nell’acqua. Quest’ultima è un ostacolo, un pericolo, ma anche una legge del contrappasso. La casa piena d’acqua in cui si muovono le due donne, diventa come un ventre materno, che è la prima unione di vita e di prigionia. Ancora una volta la figura materna inonda e sovrasta Alice attraverso la metafora del liquido amniotico, che rende la fuga quasi impossibile. Ma non solo la figlia è sovrastata da questa madre: tutto il mondo sta per finire sotto l’acqua che dà vita e morte. «Quando ti nasce un figlio, sai che devi proteggerlo dal male, che quel male te lo devi prendere tu», dice Anna ad Alice. Ed il diluvio che Anna crede di star provocando è simbolo di quel tentativo di rimettere i figli nel ventre, per custodirli. Ma l’estrema conseguenza di quest’amore è un’apocalisse. Ecco che il film prova a raccontare la difficoltà di lasciar andare, di accettare che esiste una dimensione fuori dal nostro controllo, alla quale non possiamo far altro che assistere, tacitamente, immobili, magari prostrati in quell’atto di preghiera che Anna aveva cercato, ma che alla fine era stato sovrastato dalla necessità di agire.
Strippoli, con L’Estranea, firma la regia di un film che entra nella storia e che restituisce al panorama cinematografico italiano un lungometraggio che si configura come un vero e proprio film d’autore. Il regista torna ad essere l’artista del cinema, che non si fa oscurare dalla trama o dai nomi degli attori (seppur straordinari): ogni cosa che accade sullo schermo porta chiaramente il segno di un regista che sente l’urgenza di raccontare una storia e di farlo attraverso un immaginario personalissimo, fatto sicuramente di richiami culturali, ma soprattutto di una verità che vuole essere raccontata attraverso una visione riconoscibile, da vero autore.
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