Alessia Barela

Alessia Barela: le mie passioni sono pura sopravvivenza

Alessia Barela: l’amore per la professione, che le regala quell’in più, un valore aggiunto, annesso alla possibilità di poter insegnare.

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Ritroviamo con piacere l’attrice Alessia Barela, parte del particolare progetto realizzato da Massimiliano Bruno, “Due cuori e due capanne”, nelle sale dal 22 gennaio scorso. Un film che parla a tutti, portando approvazione, emozione, nei cuori altrui, con la voglia di smussare situazioni ancora vive nel nostro quotidiano…

Ben ritrovata sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Alessia Barela. Sei parte del successo cinematografico di Massimiliano Bruno, “Due cuori e due capanne”, nelle sale proprio in questo periodo. Cosa ti ha regalato questa esperienza, annessa alla possibilità di condividere il set con Francesca Figus, un’amica di sempre, e Claudia Pandolfi, protagonista del film?
«Francesca è una vera e propria sorella per me, con cui ho un rapporto continuo da ben trentadue anni. Un’amicizia che va oltre ogni cosa. Claudia è, invece, una persona che stimo, con cui mi diverto tantissimo, e con cui ho lavorato qualche tempo fa per cui ci siamo conosciute meglio, per fortuna. Devo dire che stimo molto entrambe. Guardando al film, credo sia traino di un filone cominciato con il progetto della Cortellesi, “C’è ancora domani”, raccontato con molta grazia da entrambi, in questo caso. Parliamo di un sistema sociale e culturale in cui potere e autorità sono prevalentemente detenuti da uomini. Si, qualcosa sta cambiando ma non del tutto. C’è un retaggio culturale da cui fatichiamo a distaccarci. Ritengo, però, un piacere poter raccontare il tutto dando il mio contributo con un ruolo non enorme ma comunque significativo».

Il ruolo ancora più forte e chiaro espresso nel film è legato alla figura della mamma di Valerio, il personaggio interpretato da Edoardo Leo, che non proferisce parola alcuna…
«Esattamente! La sottomissione femminile è espressa in ogni modo, come in questo caso specifico in cui la moglie non apre mai bocca. Un modo molto chiaro, espressivo, per raccontare una ‘posizione’».

A tuo avviso quanto ancora c’è da fare per rendere chiaro quanto uguali si possa realmente essere?
«Stiamo facendo dei passetti, al momento e, come possibile, stiamo cercando di farci valere. Con delle colleghe, proprio lo scorso anno, parlavamo di quanto sia importante volgere lo sguardo altrove senza dover rimarcare gli spazi che ricerchiamo/abbiamo. Dire “Festival delle Donne”, “Serata delle Donne”, è un modo per esprimere qualcosa di nostro che, differentemente, dovrebbe rappresentare la normalità».

Alessia Barela

Poco prima citavi “C’è ancora domani”, ad opera di Paola Cortellesi, a cui hai felicemente preso parte, abbastanza recentemente. Saresti pronta ad affrontare una tua prima regia?
«Posso dirti che amo recitare, così come amo scrivere, insegnare, realizzare qualcosa di mio, come è stato per una serie web molto divertente, acquistata poi da Repubblica… ed è proprio la possibilità di insegnare che mi ha portata a realizzare un cortometraggio che, un domani, forse proporrò. Qualcosa che, almeno al momento, tengo da parte, forse perché appartengo ad una vecchia scuola che mi porta a pensare che può sembrare ‘presuntuoso’ fare tutto, subito».

Cosa ti regala l’insegnamento?
«È nato da una curiosità, da qualcosa che mi ha spinto a tentare e che, inizialmente, riservavo agli attori in maniera singolare. Mi piace portare le persone ad improvvisare, al di là del mio essere timida e della mia insicurezza, qualcosa che ho inizialmente provato con “Vermiglio”. Se hai una certa empatia, riesci a donare qualcosa, cercando di arrivare il più possibile dove sembra impossibile arrivare, oltre ogni barriera emotiva. L’unica pecca è dovuta all’affezione. Mi spiace, poi, saperli andare via…».

Cinema, Teatro, televisione, dei mondi a te cari. A cosa devi una maggiore preferenza, quell’in più a cui mai rinunceresti?
«Sento di essere maggiormente a mio agio davanti la macchina da presa. Mi piace ciò che c’è dietro un lavoro cinematografico, diversamente dalla lavorazione di una serie. I tempi sono più dilatati, hai modo di preparare il personaggio in quelle settimane, per poi salutarlo. È interessante anche il lavoro che c’è dietro una serie, qualcosa che ti stimola a trovare anche quell’in più. Ma il cinema, a mio parere, non ha eguali!».

Quale ruolo, se te ne fosse concessa l’occasione a livello teatrale, porteresti volentieri in scena?
«È da tanto che non sono impegnata a livello teatrale. C’è una predilezione per i personaggi complessi, qualcosa che ti consente, almeno nell’audiovisivo, di poter rimediare all’errore. Per il teatro di oggi sento di essere un po’ arrugginita e non nascondo che questa forma di espressione mi ha sempre fatto molta paura. Sentire un pubblico respirare davanti a te crea sempre un po’ di timore. Tornando ai ruoli, posso dirti che mi piacerebbe interpretare una donna molto fragile, romantica, dolce, qualcosa che non ho quasi mai interpretato prima d’ora. Vuoi per il mio essere, per il mio viso, ho spesso interpretato ruoli un po’ maledetti, problematici. Un’eroina romantica manca, insieme ad un ruolo legato ad un disagio mentale, a qualche paura che attanaglia anche me, qualcosa che mi porti in una direzione che non mi appartiene».

Chi è Alessia e quali passioni guidano il tuo percorso di vita?
«Alessia è una donna in antitesi con il privato e la vita lavorativa. C’è sempre un po’ questa dicotomia tra l’amare tantissimo il mio lavoro e il non essere ‘pronta’ a vivere il dover presenziare, il parlarne ‘tanto’. Mio papà mi chiamava l’araba fenice. Questo perché ritengo di essere molto forte ma, al contempo, anche un po’ ‘rotta’. Se dovessi esprimere i miei difetti potrei dirti che sono permalosa, un po’ vendicativa e paranoica ma generosa. Le passioni sono tante ma discontinue. Amo restaurare i mobili, questo perché ho realmente fatto la restauratrice, e spesso le mie amiche richiedono la mia presenza per questo. Ho, però, momenti in cui magari mi dedico soltanto alla scrittura. Penso che le passioni siano, più che altro, sopravvivenza, insieme alla musica. Sono proprio le passioni a tenermi viva, positiva…».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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