Il vincitore Eurovision 2024, Nemo restituisce il trofeo per la partecipazione di Israele. Boicottaggio di 5 Paesi e il conflitto tra arte e valori EBU.
L’Eurovision Song Contest, la vetrina musicale che da settant’anni si auto-proclama baluardo di unità e inclusione, si trova oggi al centro di una tempesta politica che ne scuote le fondamenta. L’eco della musica è stato sovrastato dal rumore assordante di una presa di posizione clamorosa: Nemo, l’artista svizzero che ha trionfato nell’edizione 2024, ha deciso di restituire il suo trofeo all’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU), l’organizzatrice della kermesse.
Un gesto forte, diretto e inequivocabile, che giunge in protesta contro la mancata esclusione di Israele dalla prossima edizione. Un segnale che il divario tra i valori promessi sul palco e le decisioni prese dietro le quinte è diventato inaccettabile, non solo per il vincitore in carica, ma per diverse emittenti pubbliche europee che hanno annunciato il loro boicottaggio dall’evento previsto a Vienna a maggio.
Il Rifiuto del Vincitore: Un Appello alla Coerenza
Il gesto di Nemo non è un capriccio, ma l’espressione di un profondo conflitto morale, riassunto nelle parole condivise sui social media e riprese dai principali quotidiani online come AGI, Fanpage e Il Fatto Quotidiano l’11 e il 12 dicembre 2025.
«L’Eurovision Song Contest si proclama simbolo di unità, inclusione e dignità per tutti, e questi sono i valori che rendono questo concorso così significativo per me.» ha esordito l’artista svizzero, non-binario, che aveva incantato l’Europa con la sua “The Code”. La gratitudine verso la community del concorso rimane intatta, ma non basta a giustificare l’incoerenza percepita.
Il punto cruciale della protesta risiede nella decisione dell’EBU di confermare la partecipazione di Israele. Nemo, facendo eco a fonti internazionali autorevoli, ha dichiarato: «Ma la partecipazione di Israele, durante quello che la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha definito un genocidio, dimostra che esiste un chiaro conflitto tra questi ideali e le decisioni prese dall’Ebu.» La critica è rivolta al doppio standard adottato dall’organizzazione che, per esempio, nel 2022 aveva escluso la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
La conclusione è un ultimatum etico lanciato alla sede di Ginevra: «Ecco perché ho deciso di restituire questo trofeo alla sede centrale dell’Ebu a Ginevra con gratitudine e con un messaggio chiaro: vivi ciò che proclami. Se i valori che celebriamo sul palco non vengono vissuti fuori dal palco, anche le canzoni più belle perdono significato. Aspetto il momento in cui parole e azioni si allineeranno. Fino ad allora, questo trofeo è vostro.»
L’Effetto Domino: Il Boicottaggio dei Paesi
La protesta di Nemo non è isolata. Anzi, è il culmine di un’onda di dissenso che sta minacciando la solidità della prossima edizione del contest. La conferma della presenza israeliana all’Eurovision 2026 (come erroneamente riportato in alcuni titoli online, ma con riferimento all’edizione di maggio 2026, la 70ª) ha innescato un vero e proprio boicottaggio da parte di emittenti pubbliche di peso.
I Nomi e le Motivazioni
Al momento (dicembre 2025), la lista dei paesi che hanno annunciato il ritiro è significativa:
- Spagna
- Irlanda
- Paesi Bassi
- Slovenia
- Islanda
Questi paesi si uniscono alla protesta, motivati da una “incompatibilità di valori” con la decisione dell’EBU, come dichiarato dall’emittente olandese Avrotros (fonte: Internazionale, 5 dicembre 2025). L’emittente slovena, in particolare, ha citato la necessità di agire «a nome dei 20mila bambini morti a Gaza» (fonte: MasterX, 5 dicembre 2025).
La decisione di questi cinque paesi non è un gesto simbolico; rappresenta un danno d’immagine e logistico non indifferente per l’Eurovision. Altri paesi come Belgio, Svezia e Finlandia, secondo i report di Mosaico-cem e Sky TG24, starebbero valutando il ritiro.
La Posizione dell’EBU e l’Accusa di Politicizzazione
L’EBU ha respinto le richieste di esclusione, insistendo sulla natura non politica del concorso e difendendo la partecipazione dell’emittente israeliana KAN, ma questa posizione è sempre più insostenibile di fronte al coro di proteste. L’esperto dell’Eurovision, Paul Jordan, noto come “Dr. Eurovision”, ha commentato che lo slogan “United by Music” sta lasciando il posto a una competizione «purtroppo disunita dalla politica» (fonte: MasterX).
Il paradosso è evidente: l’Eurovision vuole anteporre il pop alla politica, ma le sue decisioni, come l’esclusione della Russia e ora la conferma di Israele, sono percepite come altamente politiche. L’accusa di pinkwashing (l’uso dei diritti LGBTQ+ e dell’inclusione per distogliere l’attenzione da questioni controverse, come riportato su Reddit), e il divieto di sventolare bandiere Progress Pride in passato (fonte: Gay.it, maggio 2025), sono solo alcune delle critiche mosse all’EBU.
Un Contest Tra Musica e Coscienza
La vicenda di Nemo e il boicottaggio degli Stati membri trasformano l’Eurovision 2026 non solo in una gara canora, ma in un banco di prova etico per l’EBU e per tutta l’Europa. L’evento di Vienna si preannuncia come un’edizione frammentata, dove i riflettori si concentreranno non solo sulle performance, ma sull’assenza pesante dei paesi boicottatori.
La verità dei fatti è chiara: la musica, per quanto bella, non può più essere separata dalle responsabilità civili e sociali. Il gesto di Nemo riporta al centro del dibattito la necessità che le organizzazioni internazionali vivano coerentemente i valori che scelgono di sbandierare. Restituendo il trofeo, Nemo non ha rinunciato alla sua vittoria, ma ha elevato la sua arte a strumento di protesta significativa e persuasiva, invitando tutti a riflettere sul peso delle parole quando non sono supportate dalle azioni.
La Gazzetta dello Spettacolo Il quotidiano dello ShowBiz

