Dove le parole falliscono parla la musica

Nè vincitori nè vinti, si esce sconfitti a metà!

Prendendo spunto dalla nota canzone di Arisa, le parole del refrain appaiono calzanti per quello che, a “battenti chiusi” si sta generando.

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E’ trascorsa una settimana circa dalla conclusione della 76esima edizione del Festival di Sanremo, ma come da copione per almeno un altro paio di settimane se ne parlerà, occupando colonne e pagine di riviste e giornali, sia cartacei che web. Ogni anno c’è un vincitore e ogni anno, da almeno una quindicina se non più di anni, le polemiche seguono il “Crescendo Andante Mosso con Brio”! (musicalmente parlando). Un tempo, quando ero una bambina e poi un’adolescente, ricordo solo di quel signore “Cavallo pazzo” che entrò in scena, mentre Pippo Baudo presentava a urlare che il Festival era truccato e chi lo avrebbe vinto; oppure quell’uomo che, avendo perso il lavoro, minacciava di gettarsi dal loggione. Insomma, in linea di massima, polemiche che non generavano questioni sociologiche.

Trenta cantanti, tra volti noti, figli d’arte e quasi sconosciuti

Nei vari anni, che siano i trenta partecipanti di oggi o poco meno di ieri , i posti dei vincitori sono sempre tre e penso che, dimenticando per un secondo i testi e le musiche, accontentare tutti è matematicamente impossibile. Esiste un vincitore ed esistono dei “vinti”, in qualunque competizione. Ma a mio avviso la cosa più squallida sono i pregiudizi e i preconcetti a partire da particolari o da caratteristiche sociali. Senza elencarli tutti, tra i trenta abbiamo avuto la classe di Patty Pravo con un brano elegante, che è una ballad poetica che invita a vivere il presente; poi Arisa con un brano intimo dal gradevole ritmo disneyano; Fedez e Masini, con un brano che porta alla luce le fragilità del primo e l’intensità e il tormento del secondo, loro che erano i favoriti ovunque; Malika Ayane con il suo brano si proietta verso il ritmo e la dinamicità della vita; Serena Brancale emoziona e commuove col brano dedicato alla mamma e si sa, “la mamma è sempre la mamma”, per chi ha un cuore; Ermal Meta, con un pezzo musicale che ha tutte le caratteristiche di una Ninna Nanna, dolce e tenera; Raf con un brano scritto insieme al figlio che inneggia all’amore per sempre e infine tra i più noti, Sal da Vinci con un brano dalla musica che acchiappa, in stile dance ma senza tradire ( lui resta fedele per principio, evviva dio!)le sue tradizioni neomelodiche. Poi ci sono stati i tre “figli di genitori famosi”, e subito da un fronte all’altro del web parole come “raccomandati” e “figli di” erano le più ricorrenti.

Quando i pregiudizi e i luoghi comuni meriterebbero silenzio

“Fate della vostra impopolarità, il baluardo della vostra unicità”, una mia massima che anche in questo caso trova terreno. Durante le serate del Festival e dopo, sia in sala stampa che sui canali social nessuno si è risparmiato in attacchi, pregiudizi e più o meno preconcetti perlopiù legati al “genere” di appartenenza, come se la bravura o la potenza comunicativa abbiano colori, ideologie e sesso! Evidentemente per taluni sì ed è pure motivo di Scontro, più che di Confronto! Ognuno ha i suoi gusti e le sue preferenze, ma da qui a denigrare e offendere, allargando ciò ad un popolo lo trovo di uno squallore che perfino il cattivo gusto impallidisce. Mi riferisco al brano vincitore di Sanremo, Sal Da Vinci con Per sempre sì . Si è iniziato col definirlo “un testo antiquato con una musicalità ruffiana”, poi si è avuto da ridire sulla gestualità che il cantante ha eseguito quale coreografia e qui giù di scandalo, patriarcato, sottomissione eccetera eccetera. Quando invece altri brani, anche in passato, hanno estremizzato messaggi netti di sessualizzazione andava tutto bene. Male affermazioni più tristi, sono venute da un giornalista all’indomani della vittoria di Sal Da Vinci. Secondo Aldo Cazzullo: “Per sempre sì è forse la canzone più brutta ad aver vinto un Festival di Sanremo…Potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra”. Secondo lo scrittore , non gli piace Sal Da Vinci perché lui sarebbe la Napoli di coloro che detestano Napoli. Una Napoli enfatica e strappacuore.

Quando gli accostamenti cozzano

Trovo che sia una “estrema e imprudente leggerezza, avvicinare termini come “La canzone del Festival a colonna sonora per un matrimonio della camorra”. Sono accostamenti che generano odio su odio, alimentando quella esistente divisione in stati e ducati che esisteva sulla carta prima dell’Unità d’Italia ma che a tutti gli effetti esiste ancora. Il popolo del Sud, di qualunque Sud del mondo, sarà sempre visto come “Il figlio di un dio minore” del Nord di tutto il globo. Un brano può non piacere e così anche un artista può non incontrare le preferenze di tutti, ma da qui a cadere in pregiudizievoli luoghi comuni non è solo triste, ma che squallido che tocca molto profondamente in termini di razzismo. Lascio scivolare i commenti cattivi sui social, figli di tutto ciò che ho scritto, ma è ovvio che non diamo una bella immagine neppure in argomenti più ludici come una canzone. Per diritto di espressione dico che in un passato non così lontano, altri testi non erano meravigliosi, eppure hanno vinto il Festival e sono finite nel dimenticatoio. Il popolo ha bisogno di leggerezza e di risate. Per cui dire che questo sia un brano adatto ai matrimoni della camorra o una canzone di Checco Zalone, perché anche quest’ultimo è nazional popolare e mostra determinate realtà nei suoi film in versione comica, senza allinearsi ai pensieri “radical chic” è ancora più avvilente. Facciamoci una risata ogni tanto, ma non per “ridere di, bensì per ridere con!”

Lotta tra cognomi

Personalmente seguo Tredici Pietro da quando ho ascoltato il suo primo brano trap “Pizza e Fichi”, ero curiosa dato che, dico la verità, quel titolo è una mia tipica espressione. Da allora è cresciuto non solo in età e chi ha letto in passato di lui, sa bene che Pietro Morandi, sentiva come tutti i figli d’arte, il peso di quel cognome. Per me, sempre nel rispetto dei propri gusti, può piacere o meno (a me piace), ma la serata dei duetti,vedere suo padre che con voce rotta entra sul palco e duetta con figlio più piccolo nel brano Vita, e lo abbraccia è stato emozionante al di là del brano, ma proprio per quell’abbraccio tra un padre ottantenne (che neppure li dimostra) e un figlio ventottenne. Quello sarà per Pietro il ricordo tra i migliori che resterà indelebile nel tempo. Eppure anche qui, scattano le proteste su “fraintendimenti linguistici” come parafrasando direbbe la Ferragni. Lotta tra “fraintendimenti” che a volte con un bel tacere sarebbero preferibili. Ma come ho scritto prima siamo la società che più odia i propri simili e questo non ci fa onore.

“Né vincitori, né vinti…”

Detto ciò ecco perchè, a mio avviso in questo scatenarsi di sterili proteste, non ci sarà mai un vincitore ma tutti vinti dalla serialità di un odio fatto solo di pregiudizi. E come diceva Totò: De gustibus…

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