Mariella Rotondaro

Mariella Rotondaro: il mio “Assassinio all’Hotel Golden”

Un nuovo incontro con Mariella Rotondaro per l’occasione legata a “Assassinio all’Hotel Golden”, in scena dal 13 al 15 novembre.

“Assassinio all’Hotel Golden” ci consente di ritrovare Mariella Rotondaro, attrice e tanto di più, alle prese con uno spettacolo da lei diretto e in scena a Roma, al Teatro Aniene, questo novembre.

Ben ritrovata sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Mariella Rotondaro. Dal 13 al 15 novembre sarà in scena uno spettacolo da te diretto, “Assassinio all’Hotel Golden”, scritto da Giorgio Moglioni, previsto al Teatro Aniene di Roma. Cosa dire su questa esperienza, su come il tutto ha preso forma?
«“Assassinio all’Hotel Golden” è un progetto che mi ha permesso di esplorare una dimensione del teatro che amo particolarmente, quella in cui il pubblico viene coinvolto, incuriosito, quasi sfidato a diventare parte della storia. Il giallo, soprattutto quando incontra la commedia e il gioco teatrale, ha un meccanismo affascinante. Nulla è esattamente come appare e ogni personaggio custodisce una piccola verità o, forse, una grande bugia. Quando ho incontrato il testo di Giorgio Moglioni, ho iniziato a immaginare non soltanto una storia da mettere in scena, ma un piccolo universo da costruire. L’Hotel Golden è, così, diventato un luogo in cui si intrecciano caratteri, sospetti, equivoci e personalità decisamente particolari. Da regista ho cercato di lavorare sul ritmo, sulle relazioni e soprattutto sull’equilibrio tra tensione e comicità. Mi piace pensare che lo spettatore possa passare dal sospetto alla risata senza avere mai la certezza di aver capito davvero cosa stia accadendo».

Assassinio all'Hotel Golden

Parlaci del periodo di prove vissuto e dei tuoi compagni di avventura?
«Le prove sono sempre il momento in cui il teatro smette di essere un’idea e comincia a diventare materia viva. È un periodo fatto di tentativi, intuizioni, ripensamenti, ma anche di tanta ironia e complicità. Ogni attore arriva con il proprio bagaglio, la propria sensibilità e il proprio modo di interpretare un personaggio. Il lavoro del regista, almeno per come lo intendo io, non è quello di imporre una visione, ma di creare le condizioni affinché ogni interprete possa trovare la propria verità scenica, mantenendo però una direzione comune. I miei compagni di avventura sono stati fondamentali. Uno spettacolo non è mai il risultato di una sola persona: è un organismo collettivo, dove ciascuno mette qualcosa di sé e credo che il pubblico, anche senza rendersene conto, percepisca quando sul palco esiste un’intesa autentica. Ci siamo messi in gioco, abbiamo lavorato tanto e, soprattutto, ci siamo divertiti, perché il teatro richiede serietà, ma non dovrebbe mai perdere il piacere del gioco».

Quali sensazioni ti legano alle tavole del palcoscenico?
«Il palcoscenico è il luogo in cui mi sento contemporaneamente più esposta e più libera. È un paradosso meraviglioso: davanti a tante persone puoi avere la sensazione di essere completamente nuda, eppure proprio lì trovi la libertà di essere tante cose diverse.Il teatro non concede repliche identiche. Ogni sera cambia qualcosa: uno sguardo, un silenzio, una risata del pubblico, un’emozione che arriva inaspettata. È un incontro che si consuma nel presente e che non puoi mettere in pausa né correggere il giorno dopo. Per me il teatro è una necessità, ma anche una responsabilità. Non credo che salire su un palco significhi semplicemente recitare una parte: significa mettersi in ascolto, raccontare qualcosa del mondo e, possibilmente, lasciare allo spettatore una domanda, un’emozione o un pensiero da portare a casa. Forse è proprio questo che continua a tenermi legata a quelle tavole: la possibilità di ricominciare ogni sera».

Quali consensi dopo la visione del corto realizzato “IVA inclusa”, presentato a Benevento lo scorso ottobre?
«“IVA inclusa” è un’esperienza alla quale sono particolarmente legata, anche perché nasce da un percorso produttivo realizzato con grande determinazione e con risorse limitate. È uno di quei lavori in cui la necessità di raccontare una storia supera le difficoltà organizzative e produttive.Il progetto, realizzato in collaborazione con AIPD Benevento, affronta una tematica che merita attenzione e sensibilità. La presentazione a Benevento è stata un’occasione importante per condividere il lavoro e confrontarci con il pubblico. Mi interessa soprattutto che un corto come questo possa generare una riflessione, aprire un dialogo e contribuire a dare visibilità a realtà e persone che troppo spesso non trovano spazio nella narrazione cinematografica.Sono convinta che il valore di un’opera non si misuri soltanto attraverso gli applausi o i riconoscimenti, ma anche attraverso le conversazioni che riesce ad accendere. E se una storia riesce a lasciare qualcosa a chi la guarda, allora ha già raggiunto un obiettivo importante».

Cosa anticipare sul tuo futuro artistico?
«Il futuro, per fortuna, è ancora un cantiere aperto! Ci sono diversi progetti che stanno prendendo forma e una sfida importante che sto vivendo con particolare entusiasmo: il mio incarico di direttrice artistica del Teatro Dario Vittori di Montecelio. È un’esperienza che sento molto vicina alla mia idea di teatro, perché mi permette di occuparmi non soltanto della scena, ma anche di ciò che accade prima che il sipario si apra: la formazione, la ricerca, la programmazione, l’incontro tra artisti e territorio. Credo profondamente in un teatro che non sia soltanto un luogo in cui si va a vedere uno spettacolo, ma uno spazio vivo, capace di creare comunità e opportunità. Parallelamente continuerò a dedicarmi alla recitazione, alla regia, alla formazione e ai progetti audiovisivi. Non amo definirmi attraverso un unico ruolo: sono attratta dalle possibilità, dalle contaminazioni e dalle storie che ancora non ho avuto modo di raccontare.Se dovessi sintetizzare il momento che sto vivendo, direi che non è tanto una questione di arrivare da qualche parte, quanto di costruire qualcosa che abbia un’identità. E possibilmente, senza perdere la curiosità di chi entra in teatro per la prima volta».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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