Alessandra Schiavoni

Alessandra Schiavoni: “Alice”, uno spazio per confrontarsi

Facciamo un salto al Cometa Off di Roma, dove sarà di scena “Alice”, da un’idea di Alessandra Schiavoni, che ci racconta in anteprima.

Incontro con Alessandra Schiavoni in occasione della messa in scena di “Alice”, lo spettacolo che la vede impegnata come regista, autrice e interprete, in teatro, a Roma, dal 24 al 29 novembre prossimo.

Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Alessandra Schiavoni. Sei regista, autrice e interprete di “Alice”, in scena a Roma dal 24 al 29 novembre. Da dove nasce l’esigenza di raccontare questa storia?
«L’esigenza nasce dal desiderio di mettere a confronto due madri, due donne unite dalla disperazione, ma divise da verità, convinzioni e punti di vista differenti. Mi interessava esplorare quanto il dolore possa alterare la nostra percezione della realtà e quanto, quando siamo travolti dalla paura e dalla sofferenza, possiamo arrivare a convincerci di conoscere la verità, senza riuscire più ad ascoltare davvero l’altro. Attraverso queste due madri ho voluto interrogarmi sul significato della responsabilità genitoriale, che non si esaurisce nel proteggere i propri figli, ma implica anche la capacità di ascoltarli, di riconoscere i loro disagi e di accogliere ciò che magari non riusciamo a comprendere. Spesso pensiamo di conoscerli profondamente, questi figli, ma quanto sappiamo davvero di ciò che vivono, delle loro fragilità, dei loro silenzi e delle loro paure? Credo che oggi esista una distanza, talvolta invisibile, tra genitori e figli: siamo vicini fisicamente, ma non sempre siamo capaci di incontrarci emotivamente. E quando la comunicazione si interrompe, quando smettiamo di farci domande e cominciamo a dare per scontate le risposte, rischiamo di non vedere ciò che accade davvero davanti ai nostri occhi. Ho realizzato questo progetto grazie alla collaborazione e alla complicità di tre attori bravissimi: Caterina Gramaglia, che interpreta l’altra madre, e i due giovani protagonisti Lorenzo Castelli e Angelica Accarino. Il loro contributo è stato prezioso nel dare corpo e profondità a una storia che vive soprattutto nelle relazioni, nei conflitti e nelle contraddizioni dei suoi personaggi. Con “Alice” non volevo dare risposte né esprimere giudizi, ma creare uno spazio di confronto in cui lo spettatore potesse riconoscersi e interrogarsi sulle proprie relazioni. Perché dietro comportamenti che non comprendiamo possono nascondersi richieste d’aiuto che non siamo stati capaci di ascoltare. E forse una delle responsabilità più importanti, come genitori e come esseri umani, è proprio quella di continuare a cercare un dialogo, anche quando diventa difficile, prima che sia troppo tardi».

Quali considerazioni sul tuo percorso artistico fino a oggi? Cosa hai realizzato e cosa vorresti ancora realizzare?
«Guardando al mio percorso, penso che la parola che meglio lo rappresenti sia perseveranza. Con tenacia cerco di portare in scena le storie in cui credo, spesso facendo affidamento sulle mie forze e sulla generosità di colleghi che condividono con me il desiderio di mettersi in gioco e di costruire qualcosa insieme. È un percorso che richiede molto, soprattutto in un contesto in cui non sempre il teatro e, in particolare, la nuova drammaturgia contemporanea trovano lo spazio e le opportunità che meriterebbero. Credo che la drammaturgia contemporanea abbia una funzione fondamentale: racconta il presente, intercetta le trasformazioni della società, dà forma alle domande e alle inquietudini del nostro tempo. Il teatro non dovrebbe essere soltanto il luogo in cui si custodisce una tradizione, ma anche uno spazio vivo in cui la contemporaneità possa riconoscersi, mettersi in discussione e trovare nuove parole per raccontarsi. Mi piacerebbe che ci fossero più occasioni per sostenere gli autori, le nuove scritture e i progetti che nascono dalla necessità di parlare al pubblico di oggi. Sono felice di riuscire, nonostante le difficoltà, a dare vita ai miei progetti e di poter continuare a sperimentare ruoli e linguaggi diversi. Ho ancora molte idee nel cassetto che vorrei realizzare: storie che aspettano di trovare la loro forma e il momento giusto per incontrare il pubblico. In fondo, credo che una parte importante del mio lavoro consista proprio nel non smettere di immaginare e di cercare nuove possibilità».

Quali sensazioni ti regalano le tavole del palcoscenico?
«Il palcoscenico è il luogo in cui mi sento profondamente viva. Ogni volta che ci salgo, qualcosa dentro di me si mette in movimento: è una vibrazione che nasce dall’incontro tra il corpo, la voce, il pensiero e la presenza degli altri. In teatro non esiste mai una replica identica alla precedente, perché ogni sera è un incontro irripetibile con i colleghi e con il pubblico. Come attrice, amo quella condizione di ascolto assoluto in cui bisogna essere presenti, disponibili, pronti a lasciarsi attraversare da ciò che accade. Come autrice e regista, invece, provo l’emozione di vedere un pensiero trasformarsi in azione, una parola diventare carne, un’immagine prendere vita attraverso gli interpreti. Il teatro mi restituisce una sensazione di libertà, ma anche di responsabilità: per un tempo preciso, una comunità di persone si riunisce nello stesso luogo e condivide qualcosa che esiste soltanto in quel momento. In un mondo in cui siamo sempre più abituati a comunicare attraverso schermi e distanze, questa esperienza di presenza reale, di ascolto e di condivisione mi sembra quasi necessaria. È probabilmente questo che continua a spingermi a fare teatro».

Chi è Alessandra e cosa ti spinge a raccontare le donne che non hanno voce?
«Alessandra è una donna e un’artista che continua a interrogarsi sul mondo e sul proprio posto nel mondo. Credo che a spingermi verso le storie delle donne che non hanno voce sia anche la consapevolezza di quanto, a volte, anch’io abbia provato la sensazione di non essere ascoltata. Non soltanto come donna, ma come individuo, come essere umano. Mi sembra che oggi, mentre si parla continuamente di comunicazione, si stia perdendo qualcosa di essenziale: la capacità di ascoltare davvero. Viviamo in una società in cui l’individualismo sembra occupare sempre più spazio, in cui spesso siamo concentrati sull’affermare noi stessi più che sul comprendere chi abbiamo davanti. Eppure, sentirsi visti e riconosciuti è un bisogno profondamente umano.Raccontare queste donne significa allora dare spazio a esperienze che rischiano di restare ai margini, ma anche provare a restituire complessità a persone che troppo spesso vengono definite soltanto attraverso il loro dolore, le loro scelte o i loro errori. Non mi interessa raccontare figure perfette o necessariamente vittime: mi interessano le contraddizioni, le fragilità, le zone d’ombra, tutto ciò che ci rende umani e che ci permette di riconoscerci negli altri.Forse scrivere e portare in scena queste storie è anche un modo per provare a dare voce a quella parte di noi che fatica a trovare ascolto. E se il teatro riesce, anche solo per un momento, a farci fermare e a guardare l’altro con maggiore attenzione, allora credo che abbia già compiuto una parte importante del suo lavoro».

Oltre ad “Alice”, in quali progetti sei impegnata in questa stagione?
«In questo momento sono impegnata nello “Spettacolo Teatrale di Maccio Capatonda”, con Maccio protagonista e la regia di Daniele Russo, che debutta proprio in questi giorni e sarà in tournée fino a marzo. È un’esperienza stimolante, che mi permette di confrontarmi con un linguaggio e con modalità di lavoro differenti rispetto a quelli che caratterizzano i miei progetti autoriali. Credo che per un’interprete sia importante continuare a mettersi in gioco, attraversare mondi diversi e mantenere viva la curiosità: ogni incontro professionale può diventare un’occasione di crescita e di scoperta».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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