Emanuela Rossi ci parla del suo ultimo film, “Eva”

Un incontro legato al suo ultimo progetto da regista, quello avuto con Emanuela Rossi in occasione della sua pellicola, “Eva”.

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“Eva”, il secondo film della regista Emanuela Rossi, ci porta ad affrontare tematiche vicine a tutti noi, con spunti di riflessione importanti, e tanta attenzione da richiamare verso una donna avvolta nel mistero, impersonata da Carol Duarte. Un film che sa di vero, caratterizzato da una ‘missione divina’ da compiere…

Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Emanuela Rossi. Hai all’attivo una seconda regia, “Eva”, un film che ci racconta di una donna avvolta da un certo mistero e di un senso di protezione verso degli innocenti. Cosa dire a tal proposito?
«Un secondo film, come citavi poc’anzi, dopo “Buio”, un progetto che è venuto fuori durante il periodo pandemico. Non da meno, per la realizzazione di questo film, il bisogno di parlare dei bambini, il loro vederli spenti, molto chiusi, una situazione che ha preso forma nel soffermarmi a guardare alcuni di loro degenti del Santo Spirito, un luogo a me vicino. Sono stati questi input a portarmi a realizzare un film d’autore legato anche ai problemi ambientali, alla Silicon Valley, e devo dire che sono felice di come stiano andando queste prime proiezioni».

A tal proposito, quali consensi da parte del pubblico per questa tematica così vicina a tutti noi?
«Vicina, esatto! Giorni fa ero a Latina per una presentazione e devo dire che sono stati in tanti a dirmi quanto fosse loro caro e, mi ripeto, vicino il problema legato alle centrali nucleari. Ne hanno una e, anche se inattiva, desta comunque preoccupazione».

È fondamentale poter sensibilizzare le persone, chiunque…
«Esattamente, anche se non ti nego che non è stato questo il primo pensiero quando ho deciso di realizzare “Eva”. Si tratta di un thriller psicologico avvolto nel mistero, con queste caratteristiche al suo interno, ma non sento di dover lanciare dei particolari messaggi. Se un regista s’impone di lanciarne, di messaggi, il film viene brutto. Un regista deve scrivere e girare una storia, poi, se ci sono dei contenuti, il pubblico riuscirà a farsi la sua idea. In questo caso vorrei che uscisse dalla sala con una consapevolezza in più e una domanda: sto facendo abbastanza per proteggere mio figlio?».

In base a cosa scegli le tematiche da realizzare e gli attori?
«La tematica si è imposta da sola, come una strada unica da seguire. La storia arriva, non la cerchi, ma decidi comunque di seguirla. Se si parla di attori, invece, la protagonista più adatta mi è sembrata Carol Duarte, una bravissima e bellissima attrice brasiliana a tratti un po’ aliena, quasi di un’altra dimensione, adattissima al ruolo. Ho cercato il suo numero, abbiamo parlato in italiano, perché ero a conoscenza del fatto che sapesse parlarlo, e dopo averle mandato la sceneggiatura ci siamo finalmente ‘trovate’. Non da meno Edoardo Pesce, un uomo terreno, adatto a vestire i panni di un agricoltore».

Chi è Emanuela Rossi e cosa sogni di realizzare?
«Il mio è un percorso lungo, iniziato come giornalista in quel di Milano, ma con il sogno del cinema ad accompagnarmi, qualcosa che ho sempre amato, sin da bambina. C’è voluto un grande giro per arrivare alla regia, alla realizzazione di un soggetto, motivo per cui di colpo ho mollato tutto, ho realizzato un primo corto, “Il bambino di carta”, e via… è stata lunga ma era ciò che volevo. Ciò che conta, adesso, è riuscire a continuare a ‘girare’, anche se dovessi realizzare progetti altrui. La voglia di girare è tanta, troppa, motivo per cui sono a disposizione per tutti. Lancio un piccolo appello! (Ride) Le restrizioni sono tante, purtroppo, i fondi non arrivano ma siamo qui pronti a non mollare, a pensare ad altro».

Cosa puoi anticiparci, nei limiti, del possibile sul tuo futuro artistico?
«Dopo anni sono riuscita a far approvare alla Rai una mia idea, una fiction di ben sei puntate, qualcosa di cui sono molto felice e che spero possa essere svelata a breve…».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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