Ho pianto tanto a Tripoli, di Tommaso Picasso (Mario Pieri)

Ho pianto tanto a Tripoli, di Tommaso Picasso (Mario Pieri)

Tommaso Picasso ci (Mario Pieri) racconta la sua ultima fatica letteraria dal titolo “Ho pianto tanto a Tripoli” ai nostri lettori.

Con “Ho pianto tanto a Tripoli”, quarto episodio della serie “I delitti degli anni ruggenti”, Tommaso Picasso (alias Mario Pieri) ci riporta nel cuore degli anni ’30.

Giovan Battista Picasso, cronista del Messaggero, incrocia il destino di un vecchio amico conosciuto in Libia. Ma pochi giorni dopo, l’uomo viene trovato morto nella sua biblioteca.

Omicidio o tragica fatalità? Il commissario Valeri apre le indagini e scopre che la vittima ha subito anche un furto: qualcosa di molto prezioso è scomparso. Tre i sospettati, tutti con ottimi motivi per mentire.
Nel frattempo, tra le ombre del caso, si fa strada un’altra inquietudine: il sentimento irrisolto per Giulia, l’attrice che ha segnato l’animo di Picasso. Un giallo storico tra Tripoli e Roma, tra segreti coloniali e passioni pericolose. Ne parliamo con l’autore per la nostra rubrica Libri e Scrittori.

Mario Pieri, ben trovato su La Gazzetta dello Spettacolo. Il libro indaga non solo un crimine ma anche le ombre della memoria. Che ruolo ha il passato nel determinare i movimenti dei personaggi?
Ho creato questa quarta avventura non solo per mettere in scena un’indagine su un delitto, anzi su due, ma anche per svolgere una sorta di ricerca sul passato di tutte le figure del romanzo, dando loro vita. Giovan Battista Picasso avrebbe lasciato volentieri in un cassetto i ricordi della sua permanenza a Tripoli, ma l’incontro con il vecchio amico riporta tutto in superficie: piaceri e dolori. Anche i sospettati fanno di tutto per non parlare del proprio passato, ma alla fine sono costretti a fare i conti con esso (e con il commissario Valeri). La stessa complicata relazione tra Giulia e il giornalista è condizionata da un dramma vissuto in una precedente vicenda. Pian piano il lettore acquisterà maggiore familiarità con i personaggi e, forse, si avvicinerà in autonomia alla soluzione del caso; ammesso che tutti i segreti siano davvero venuti alla luce.

Il delitto avviene in una biblioteca: quanto conta il simbolismo del luogo nella narrazione? È solo un’ambientazione o ha anche un valore metaforico?
Ha un forte valore simbolico e si ricollega alle considerazioni precedenti sui trascorsi dei personaggi. La vittima è un uomo che ormai vive sepolto nel passato, preda dei rimorsi per la morte dell’amata moglie e per il difficile rapporto con il figlio. È un uomo il cui unico sollievo è costituito da una collezione di reperti archeologici conservati in quella biblioteca, ma il suo mondo sembra crollare quando fa una scoperta terribile su di essi. La biblioteca costituiva l’ultimo rifugio di un poveruomo che non si meritava il destino avuto in sorte; ed è anche per questo, oltre che per assicurare un criminale (o più d’uno) alla giustizia, che il commissario Valeri, da un lato, e la coppia Giulia – Picasso, dall’altra, si impegnano per arrivare in fondo alla vicenda. La cattura dell’assassino e la scoperta di come abbia fatto a colpire in quella stanza, trovata chiusa dall’interno, rappresentano l’atto che concluderà un tetro passato e segnerà l’inizio di una nuova vita.

Cosa rappresentano i tre sospettati? Sono figure stereotipate del noir o simboli di una società complessa e contraddittoria?
Rifuggo volutamente i personaggi stereotipati, benché possano costituire una comoda soluzione per certe storie poliziesche. Non mi piacciono perché non riesco a gestirli, mi verrebbero fuori figure piatte, noiose e probabilmente poco credibili. Preferisco altre figure che, come giustamente hai osservato, mi permettano di rappresentare la società dell’epoca, caratterizzata da molti aspetti peculiari, diversi da quelli attuali. Ho inserito un militare di carriera, che potrebbe non essere il combattente tutto d’un pezzo che vuole apparire; una vedova che dal marito ha avuto solo tradimenti e insoddisfazioni, per questo difenderà con le unghie e con i denti il poco che ha; un oscuro professore di storia con inconfessabili segreti, forse meno innocuo di quel che sembra. Senza contare gli altri personaggi, di contorno ma non meno importanti.

Come si bilancia, nella narrazione, l’aspetto sentimentale tra Picasso e Giulia con la tensione del giallo?
Devo confessare che ho creato Giulia su suggerimento, quanto mai azzeccato, di mia moglie; infatti lei, insieme ad altri lettori, aveva storto il naso per la mancanza della protagonista femminile nel primo romanzo della serie, “Un Natale sbagliato”.  All’inizio temevo di incontrare difficoltà a descrivere la ragazza in modo credibile e di non riuscire ad assegnarle un ruolo adatto, ma quando ho cominciato a buttare giù la seconda avventura il personaggio ha preso vita da solo. Certo, la relazione tra Giulia e Picasso non è quella di due fidanzatini classici, tutt’altro, proprio perché lei stessa non vuole essere uno stereotipo, come dicevo poco fa. Anzi, il suo scopo è combattere il cliché della donna (madre, moglie e amante) imposto dal regime fascista. Giulia riporta Picasso coi piedi per terra e così facendo gli permette di ragionare e scoprire nuove tracce. Allo stesso tempo gli prospetta una vita sociale che va oltre il lavoro al giornale e i crimini su cui investigare; salvo poi essere la prima a mettere in discussione il loro rapporto sentimentale, foriero di un cambio di condizione che lei non desidera, o quantomeno non ancora.

Dopo quattro romanzi, cosa ti affascina ancora dei tuoi protagonisti Picasso e Valeri? Hai già in mente una quinta avventura?
Mi affascina il loro rapporto, che ho volutamente modellato su grandi coppie della letteratura d’evasione, scritta e disegnata: su tutti Nero Wolfe e Archie Goodwin, Tex Willer e Kit Carson. Ovviamente i miei due protagonisti sono molto diversi da quelli appena citati e li sento vivi, reali, proprio perché tra loro è nata un’amicizia non dichiarata, non priva di battibecchi, ma che li rafforza come esseri umani e come investigatori. Sarà proprio nella prossima avventura, quasi ultimata, che questo rapporto verrà messo a dura prova, così come lo sarà la relazione tra Picasso e Giulia. Del resto, dopo quattro romanzi di impostazione classica, “whodunit” come dicono gli appassionati di gialli deduttivi, ho scelto di proposito di scrivere un thriller, un genere che non amo particolarmente, ma con il quale sentivo di dovermi prima o poi cimentare.

Un’ultima curiosità… Quali libri ci sono attualmente sul comodino di Mario Pieri?
Dopo aver riempito due scaffali di libri (letti) di Michael Connelly, ho dedicato gli ultimi mesi ai bei romanzi di Gianrico Carofiglio aventi come protagonista l’avvocato Guerrieri. Ho appena finito di leggere “Buchi nella sabbia” di Marco Malvaldi, che ho trovato delizioso, e adesso sono passato a “Non tutto è perduto” di Marco Vichi ritrovando il mio concittadino fiorentino, il commissario Bordelli. A seguire mi dedicherò a un’altra avventura del maggiore Morosini, protagonista dei gialli storici di Giorgio Ballario ambientati nell’Africa Orientale Italiana di fine anni Trenta, che apprezzo molto e che per ovvi motivi sento molto “vicini”.

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