Daniele Coscarella

Daniele Coscarella: entusiasta e proiettato verso il futuro

Al Teatro Vascello di Roma sarà di scena “Monolocale Carini”, con Daniele Coscarella, che ci racconta del suo nuovo spettacolo.

Incontro con l’attore Daniele Coscarella che dal 26 settembre vedremo in scena nello spettacolo “Monolocale Carini”, al Teatro Vascello di Roma. Un progetto a cui l’attore è particolarmente legato, uno spazio libero, un incontro tra artisti…

Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Daniele Coscarella. Dal 26 settembre sarai in scena in “Monolocale Carini”, al Teatro Vascello di Roma. Cosa dire su questa esperienza e sui tuoi compagni di avventura?
«Monolocale Carini è un po’ come una casa vera: non sai mai esattamente chi passerà dalla porta, cosa succederà durante la serata e, soprattutto, chi lascerà i piatti nel lavandino! Scherzi a parte, è un progetto a cui sono molto legato, perché nasce dall’idea di creare uno spazio libero, dove artisti diversi possano incontrarsi e contaminarsi. È nato per gioco nel 2015, insieme a Dario Tacconelli, amico e socio della compagnia, dall’incontro con un gruppo di autori e attori che, con il passare del tempo, sono diventati veri compagni di avventura. Sono loro la parte più bella di questa esperienza: attori, autori, musicisti, monologhisti, performer… ognuno porta il proprio mondo e, insieme, costruiamo una serata che non è mai uguale a se stessa».

Quanta particolarità c’è in questa rassegna, arrivata alla sua quarta edizione?
«La particolarità è proprio quella di non voler essere una rassegna “ingessata”. Monolocale Carini nasce con lo spirito di una casa aperta: si entra, ci si conosce, si ascolta una storia, magari si ride, ci si emoziona e si scopre un artista che non si conosceva, oppure si scopre un artista che già si conosce, ma da un altro punto di vista. Siamo arrivati alla quarta edizione e, ogni anno, cerchiamo di aggiungere qualcosa senza perdere quella dimensione artigianale e un po’ folle che la caratterizza. Credo sia questo il suo piccolo segreto».

Quanta consapevolezza c’è prima di entrare in scena e quale preparazione richiede?
«C’è una sana e irrimediabile dose di paura! E credo sia giusto così. Se prima di entrare in scena fossimo completamente tranquilli, forse ci annoieremmo anche noi. Non sai mai cosa succederà, che umore ci sarà e se scatterà quella scintilla. La preparazione parte molto prima: c’è innanzitutto la ricerca degli attori e delle loro proposte, ci sono i temi che vogliamo veicolare. Avviene tutto in maniera naturale e spontanea, anche perché ormai ci conosciamo da anni. Poi c’è il lavoro sul testo, la parte più bella e divertente, quella in cui nascono altre mille idee, fino ad arrivare al momento in cui bisogna lasciare andare il controllo e affidarsi al responso del pubblico».

Che rapporto si instaura tra monologhista e pubblico?
«È un rapporto che nasce ancora prima di iniziare lo spettacolo, dall’arrivo in teatro, come quando un amico viene a trovarti a casa. C’è l’accoglienza, ci sono le prime confessioni. Gli attori diventano gli inquilini di casa e lo spettacolo inizia a prendere forma. Poi c’è la performance: molto intima, diretta, sei vicinissimo ai loro occhi. È come avere degli amici in salotto a cui stai raccontando la tua storia. Ed è proprio questa la vera difficoltà: essere veri, essenziali, eliminare il superfluo. Il monologo diventa quasi una conversazione senza possibilità di risposta… anche se, spesso, il pubblico risponde eccome! Con uno sguardo, una risata, un silenzio. E quello scambio modifica ogni volta quello che fai e quello che pensi».

Cosa ti regala il teatro?
«Nulla mi fa sentire al sicuro e protetto come stare dentro un teatro. È uno spazio libero, forse il più libero al mondo, perché dentro un teatro convivono differenze di ogni genere che, fuori, nella realtà, possono creare conflitti e barriere. Dentro il teatro, invece, proprio quelle differenze diventano il collante segreto per costruire mondi sconosciuti e inesplorati. È un amore fisico, passionale, doloroso. Mi mette a nudo, mi scuote, mi attraversa, mi costringe ad ascoltarmi. È il luogo in cui posso perdermi e allontanarmi per ritrovare me stesso. Adoro l’odore del legno e dei tessuti, adoro il buio e la solitudine dei camerini. Il teatro è il mio oceano e, un po’, la mia famiglia segreta».

Chi è Daniele e cosa ti auguri di poter realizzare in un prossimo futuro?
«Sono un entusiasta e spero di continuare ad esserlo anche in futuro. Daniele è uno che continua a fare domande e che, fortunatamente, non ha ancora trovato tutte le risposte. Sono un attore, un presentatore, un autore, un organizzatore e, in generale, una persona curiosa che ama costruire progetti insieme agli altri. Mi auguro di continuare a lavorare proprio in questa direzione: creare occasioni, raccontare storie, stare sul palco ma anche dietro le quinte. E magari riuscire, ogni tanto, a fare una cosa senza pensare subito a come organizzarne altre cinque!».

Progetti imminenti di cui poterci parlare?
«Sicuramente c’è Monolocale Carini, che ci terrà compagnia dal 26 settembre al Teatro Vascello, fino a maggio 2027. Nel frattempo prosegue la tournée teatrale con Stand Up For Giuda, con Ettore Bassi, una produzione del Teatro Biondo di Palermo. Ma il lavoro di Monolocale Produzioni continua anche sul fronte della produzione teatrale. Seguiamo il monologo di Filippo Macchiusi, M. Informato dei Fatti, e Postulati sul senso della vita, con la compagnia Quattordici Gradi di Teatro, in tournée tra pochi giorni. Prosegue inoltre il lavoro di Dario Tacconelli e Italo Amerighi con Cruditars, branca di Monolocale Produzioni che si occupa di audiovisivo nell’ambito cinematografico e del brand content. Emanuela Panatta continua il lavoro di scrittura per la serie televisiva Civico 33. Ci sono poi diversi progetti in fase di sviluppo, grazie alla nostra cucina creativa, composta, tra gli altri, da Enoch Marrella, Daniele Parisi e Susan El Sawi. Sono nuovi lavori che stiamo costruendo con calma, perché credo che le idee abbiano bisogno anche del loro tempo per diventare qualcosa di concreto.Per ora, però, vi invito a fare una cosa molto semplice: venite a trovarci a casa. La porta di Monolocale Carini è aperta. E promettiamo di non chiedervi di togliere le scarpe all’ingresso!».

Su Alessia Giallonardo

Nasco a Benevento, nel 1986. testarda a più non posso, perché Toro. Amo la fotografia sin da quando ero piccola e devo questa passione a mio padre. Stesso discorso per la scrittura, per ogni singola sfumatura di un racconto, di un vissuto, di uno storico incontro.

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