Un momento di Eubiosia - Buona vita

Al Teatro Clerici di Brescia in scena “Eubiosia – Buona Vita”

Intervista a Marlena Balduchelli, infermiera di Fondazione ANT, che ci racconta “Eubiosia – Buona Vita”, in scena al Clerici di Brescia.

Una storia toccante, portata in scena per sostenere chi ogni giorno è accanto ai malati e alle loro famiglie. Sabato 26 settembre il Teatro Clerici di Brescia ospiterà “Eubiosia – Buona Vita”, lo spettacolo promosso da Fondazione ANT il cui ricavato sarà destinato all’assistenza domiciliare oncologica gratuita e ai progetti di prevenzione dell’associazione.

Scritta da Marlena Balduchelli, infermiera di Fondazione ANT, l’opera musicale racconta la fragilità della vita attraverso il valore della presenza, della vicinanza e dei legami che accompagnano le persone nei momenti più complessi. Fondazione Clerici ha contribuito alla realizzazione della serata rafforzando una collaborazione già avviata sul territorio bresciano con Fondazione ANT Franco Pannuti – ETS. Ne parliamo con l’ideatrice.

Marlena Balduchelli, benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Il 26 settembre “Eubiosia” torna in scena al Teatro Clerici, a Brescia. Che emozione provi?
«È un’emozione grandissima, perché quando un sogno torna sul palcoscenico significa che non si è fermato. Dopo la prima rappresentazione dello scorso dicembre al Teatro Odeon di Lumezzane (Bs), “Eubiosia” ha continuato il suo cammino. E oggi arriva al Teatro Clerici con una nuova consapevolezza, frutto del lavoro e dell’amore di tutte le persone che hanno creduto in questo progetto».

Rispetto alla prima rappresentazione, che cosa è cambiato?
«Abbiamo lavorato molto sull’opera. Questa nuova rappresentazione è stata modificata, arricchita e resa ancora più capace di accompagnare lo spettatore dentro la storia. Non volevo semplicemente riproporre ciò che era stato fatto a dicembre: volevo che “Eubiosia” continuasse a crescere insieme a noi».

Marlena, partiamo proprio dal titolo: che cosa significa “Eubiosia”?
«“Eubiosia” è una parola che porta dentro di sé una storia molto importante. È un neologismo coniato dal professor Franco Pannuti, fondatore di ANT, per esprimere un concetto che per lui era fondamentale: la buona vita, la vita vissuta con dignità, fino all’ultimo respiro. È una parola composta da eu, “buono”, e bios, “vita”. Il professor Pannuti l’ha fatta diventare molto più di una semplice parola: l’ha trasformata in una visione, in un modo di intendere la cura e la vicinanza alla persona che sta vivendo l’ultimo miglio della sua vita. E c’è una cosa che mi emoziona particolarmente: quella che era nata come una parola nuova, inventata dal professor Pannuti per raccontare il suo sogno, oggi è entrata nel vocabolario. Treccani la registra come neologismo e ne riconosce il significato legato alla dignità della vita, anche nella fase terminale. Per questo “Eubiosia” non è soltanto il titolo della mia opera. È la parola che racchiude tutto il viaggio che voglio raccontare: dal sogno del professor Pannuti a ciò che ANT è diventata oggi, passando attraverso i pazienti, le loro famiglie, gli operatori e tutte le persone che hanno scelto di prendersi cura dell’altro. È il viaggio di una parola che è diventata un ideale, di un ideale che è diventato un sogno e di un sogno che, grazie a tante persone, è diventato realtà. E forse è proprio questo il messaggio più bello di “Eubiosia”: i sogni possono lasciare un segno così profondo da diventare patrimonio di tutti».

Quindi “Eubiosia” racconta anche il valore delle persone che hanno portato avanti quel sogno?
«Assolutamente sì. Perché nessun sogno può diventare realtà da solo. Dietro ogni grande progetto ci sono persone che scelgono di esserci. E anche “Eubiosia” è diventato un sogno collettivo. Io ho avuto l’idea e ho scritto l’opera, ma poi tante persone hanno deciso di mettersi in gioco e di camminare con me. Ed è proprio questo che mi emoziona di più».

A proposito di persone: chi vuoi ringraziare?
«Voglio ringraziare con tutto il cuore chi ha creduto e continua a credere in questo grande sogno. Il mio grazie va al Coro Voci in Canto, agli attori della scuola Barca di Carta, alle ballerine della scuola Aria Arte e al pittore Bertella dell’Associazione Amici dell’Arte di Lumezzane. Ognuno ha portato qualcosa di sé. Le voci, la recitazione, la danza, la pittura: linguaggi diversi che si incontrano e diventano un’unica storia. È questa la magia di “Eubiosia”».

C’è qualcuno che senti di dover ringraziare in modo particolare?
«Sì, la presidente di ANT, Raffaella Pannuti, che ha creduto in questo sogno. La sua fiducia per me ha avuto un valore enorme. Quando qualcuno che rappresenta una realtà così importante decide di credere in un progetto, gli dà la possibilità di crescere e di raggiungere altre persone. Per questo il mio grazie a Raffaella Pannuti è davvero speciale: perché ha saputo vedere il sogno e credere nella possibilità di trasformarlo in qualcosa di concreto».

Tu vivi ANT anche attraverso il tuo lavoro di infermiera. Quanto c’è della tua esperienza personale dentro “Eubiosia”?
«C’è moltissimo. Essere infermiera significa entrare in contatto con le persone nei momenti più delicati della loro vita. Significa ascoltare, osservare, stare accanto. E credo che tutto questo inevitabilmente entri anche nella mia scrittura. “Eubiosia” nasce proprio dall’incontro tra la mia esperienza, la mia sensibilità di scrittrice e il mondo di ANT. Ma soprattutto nasce dal desiderio di raccontare un’idea di cura che non è soltanto una parola: è presenza, è vicinanza, è umanità».

Se dovessi racchiudere “Eubiosia” in una sola immagine, quale sarebbe?
«Una persona che prende per mano un’altra persona e la accompagna in un viaggio. E forse è proprio questo il significato più profondo dell’opera: partire da un sogno, attraversare la storia e arrivare al presente, senza dimenticare mai le persone che hanno reso possibile quel cammino».

Cosa vorresti che accadesse al pubblico il 26 settembre, quando si alzerà il sipario?
«Vorrei che per tutta la durata dello spettacolo il pubblico si lasciasse accompagnare. Che entrasse in quel viaggio e potesse conoscere il sogno del professor Pannuti, comprenderne la forza e arrivare a vedere ciò che quel sogno è diventato. Io sogno ancora un’umanità che sappia farsi carico dell’altro, che sappia fermarsi davanti alla fragilità e trasformarla in vicinanza, rispetto e amore. E vorrei che, uscendo dal teatro, ognuno di noi sentisse di poter scegliere ancora di credere nei sogni e di diventare custode di chi gli cammina accanto. Perché forse il sogno più grande non è cambiare il mondo, ma fare in modo che nessuno debba attraversarlo da solo».

Su Francesca Ghezzani

Giornalista, addetto stampa, autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici. In passato ha collaborato con istituti in qualità di docente di comunicazione ed eventi.

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