È di scena “Un’altra parte”, al Cometa Off di Roma, con Lucio Patanè: in questa intervista si racconta nel duplice ruolo di autore e attore.
Un nuovo progetto per Lucio Patanè, “Un’altra parte”, che lo vede impegnato sia come attore che come autore, in primis. Uno spettacolo, quello di cui leggerete, che vedrà la luce dal 25 al 27 settembre al Cometa Off di Roma e che parla di un uomo senza nome…
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Lucio Patanè. Dal 25 al 27 settembre lo spettacolo di cui sei autore e primo attore, “Un’altra parte”, sarà in scena al Cometa Off di Roma. Cosa dire sul modo in cui questo progetto ha preso forma?
«L’idea di scrivere questo testo e di metterlo in scena è nata dai racconti dei miei nonni che hanno vissuto la guerra, dalle storie che ho sentito e visto nel corso degli anni, in cui ho raccolto riflessioni e aneddoti che mi hanno portato a creare una sorta di puzzle narrativo per fare il punto sullo spirito dei nostri tempi. Un uomo senza nome, quello di cui si parla nella tua pièce, vittima di una guerra non poco atroce. Una guerra purtroppo presente anche ai nostri giorni».
A tal proposito, quali considerazioni stai raccogliendo da parte del pubblico?
«Lo spettacolo, volutamente, non fa riferimento a periodi storici precisi, e il protagonista della storia non ha nome né un contesto preciso in cui collocarsi, perchè tutte le guerre sono atroci e hanno delle conseguenze tremende sulla vita delle persone. Potrò rispondere a questa domanda dopo che avrò portato in scena lo spettacolo. L’intenzione è semplicemente quella di creare un dialogo con il pubblico in modo da porci della domande sul modo in cui stiamo vivendo questo periodo storico e su cosa facciamo mentre intorno a noi ci sono così tanti conflitti, armati e non, domandarci come e se questi conflitti ci toccano e come influenzano le nostre vite».
In base a cosa scegli le storie da raccontare?
«Le scelgo in base alle suggestioni che provengono dalla realtà che vivo, dalle storie che mi colpiscono e che accendono la mia immaginazione, cercando di mettere insieme realtà, ricordi e immagini per poter, così, offrire il mio punto di vista».
Chi è Lucio e cosa sta regalandoti questo percorso?
«Credo di essere una persona fortunata perché svolgo un mestiere che ho sempre voluto fare e che mi da la possibilità di mettermi nei panni degli altri. In questo modo soddisfo il piacere che ho nell’indagare l’animo umano».
Quanto pensi sia difficile, oggi, realizzare una valida storia da ‘raccontare’ allo spettatore?
«Credo ci sia bisogno, per prima cosa, di essere autentici, e questo vale sia per la letteratura che per la drammaturgia teatrale e per il racconto cinematografico, nonchè legato alla fiction. Inoltre, se davvero si vuole fare qualcosa, alla fine ci si riesce. È il pubblico che sceglie, a suo modo, se un prodotto piace o meno».
Cosa possiamo aspettarci dal tuo futuro artistico?
«Nei prossimi mesi ci saranno le uscite di due film, “The Idiot(s)”, di Malgorzata Szumoska e Michal Englert, che verrà presentato al festival di Toronto, e poi a quello di Londra e Amburgo, e “Il Ministero dell’Amore” di Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo. E poi ci saranno le uscite di due serie “Postcards from Italy” con la regia di Jessica Yu, e “The Label” con la regia di Luca Miniero».
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