Intervista all’attore Vincenzo De Matteo per parlare del suo percorso artistico e degli spettacoli che lo vedranno presto protagonista.
L’attore Vincenzo De Matteo è con noi de La Gazzetta dello Spettacolo per parlarci dello spettacolo da lui ideato e diretto, “1984 Il primo uomo”, senza dimenticare la partecipazione, come protagonista, anche in “Picasso Vs Modigliani”, ad opera di Pier Paolo Palma.
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Vincenzo De Matteo. Questo 28 agosto sarai in scena a Benevento, all’interno de Città Spettacolo, con “1984 Il primo uomo”, un progetto da te ideato. Cosa dire a riguardo, nei limiti del possibile?
«La stesura dello spettacolo parte da lontano, dalla lettura di 1984 durante la mia adolescenza. Fu un libro che mi colpì profondamente e che mi è rimasto dentro per anni. Quando ho deciso di portarlo in scena, però, non mi interessava realizzarne una semplice trasposizione teatrale: ho voluto attraversarlo con uno sguardo personale, cercando nel mondo di Orwell qualcosa che potesse parlare anche del nostro presente, prendendomi le mie libertà. Più che raccontare semplicemente una società distopica, mi interessava parlare della progressiva rinuncia alla libertà, del controllo e della sensazione di essere costantemente osservati. Temi che oggi assumono inevitabilmente significati nuovi, anche nel nostro rapporto con i social network e con lo sguardo degli altri. A spingermi a scriverlo, oggi, c’è anche una certa disillusione nei confronti della politica, non soltanto italiana, e soprattutto il bisogno di interrogarmi sui meccanismi attraverso i quali il potere costruisce consenso, paura e contrapposizione. Mi interessa anche il modo in cui siamo continuamente spinti a individuare qualcuno come “il nemico”: lo straniero, il diverso, l’altro. È uno dei meccanismi più inquietanti raccontati da Orwell e che, purtroppo, continua ad appartenerci. Il testo originario è molto denso e naturalmente ho dovuto operare una forte riduzione, senza però rinunciare ai personaggi fondamentali: Winston Smith, Julia e O’Brien».
Parlaci della tua visione nel dover affrontare un duplice ruolo che si confà all’essere non solo autore e regista dello spettacolo ma anche attore…
«È stato, e continua a essere, faticoso provare questo spettacolo perché, essendone sia autore che regista, non è semplice mantenere uno sguardo ‘esterno’, soprattutto nel momento in cui sono io stesso a recitare. Ho ritenuto, però, necessario occuparmene in prima persona, anche per l’affezione che ho nei confronti delle tematiche che affronta. A interessarmi particolarmente è la possibilità di restituire scenicamente la solitudine di Winston, il suo isolamento e la progressiva alienazione. Le prove continuano a essere impegnative anche per la struttura dello spettacolo, suddiviso in tre parti, per la quantità di testo da memorizzare e per le continue modifiche che inevitabilmente avvengono durante il lavoro. È uno spettacolo che è cresciuto poco a poco, prova dopo prova, grazie anche a un’intesa sempre maggiore con gli altri interpreti. E naturalmente, in questo periodo, dobbiamo fare i conti anche con un altro avversario non previsto da Orwell: il caldo…».
Quali consensi ti auguri di poter ottenere con questo spettacolo, oltre al piacere di poterlo presentare nella tua città?
«Mi rende particolarmente felice poter essere all’interno di Città Spettacolo con un progetto pensato e scritto da me, diversamente da altre esperienze vissute in precedenza all’interno della stessa manifestazione. Mi auguro soprattutto che vengano a vederlo i giovani, perché in qualche modo lo spettacolo è rivolto proprio a loro. Parla di libertà, di capacità critica, di empatia e della necessità di riconoscere l’altro: tutte cose che rischiamo di considerare sempre meno importanti. Tra l’altro, lo spettacolo entrerà presto anche nella rassegna scolastica del Teatro Eidos, la mia compagnia, e mi interessa molto capire quale possa essere la reazione dei ragazzi. Sul palco avrò al mio fianco Miriana Viele ed Eugenio Delli Veneri, che firma anche le musiche originali, mentre le voci sono di Mimmo Soricelli e Raffaella Mirra, altri componenti della compagnia. L’aspetto sonoro avrà un ruolo decisivo nel rendere percepibile la presenza costante del Grande Fratello e quel senso di controllo e oppressione che progressivamente invade anche lo spazio più intimo dell’individuo».
Esattamente due giorni prima, il 26 agosto, sarai in scena, sempre alle 19.30 e sempre al Teatro La Salle, ne “Picasso Vs Modigliani”, ad opera di Pier Paolo Palma. Cosa dire su questo ulteriore ruolo da protagonista?
«È uno spettacolo che ci porta nella Parigi dei primi del Novecento, quando artisti provenienti da ogni parte d’Europa arrivavano in città per confrontarsi, creare, cercare una propria identità artistica, portandosi dietro inevitabilmente disagi, paure e aspettative, ma senza rinunciare anche a una certa leggerezza. Lo spettacolo racconta in particolare lo scontro artistico e umano tra Picasso e Modigliani, due personalità profondamente diverse e due modi differenti di intendere l’arte, la vita e il proprio ruolo di artista».
Cosa sta regalandoti, ad oggi, questo percorso artistico, quali maggiori consapevolezze?
«C’è sicuramente una consapevolezza che riguarda il territorio in cui vivo: ho la sensazione che a Benevento e provincia il teatro stia perdendo un po’ di presa. È qualcosa che personalmente mi dispiace molto. Il teatro conserva una dimensione che oggi sta diventando sempre più rara: la possibilità di condividere realmente uno spazio, di guardarsi, ascoltarsi e provare, anche solo per qualche ora, a vedere il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro. Perdere progressivamente questa abitudine significa, secondo me, rinunciare anche a una piccola parte della nostra capacità di entrare in relazione con gli altri».
Parlando proprio del contesto che vivi, di Benevento, del Sannio, quali consigli senti di voler dare a chi vorrebbe poter intraprendere un percorso attoriale?
«Farei innanzitutto una piccola premessa. Fortunatamente, con la mia compagnia ho la possibilità di lavorare anche fuori dal territorio beneventano e di confrontarmi con realtà del Centro e del Sud Italia. Quando un ragazzo mi chiede se dovrebbe fare l’attore, la prima cosa che faccio è cercare di dissuaderlo. Gli racconto le difficoltà, i rifiuti, le frustrazioni, la precarietà che questo mestiere inevitabilmente comporta. Se dopo aver sentito tutto questo vuole ancora farlo, allora gli dico: fallo. Perché probabilmente significa che quella fame c’è davvero. L’importante è affrontare questo percorso con la piena consapevolezza che non sarà facile e che i “no” saranno probabilmente molti più dei “sì”. Ma se, nonostante tutto, continui a sentire la necessità di farlo, allora forse è davvero la strada giusta».
Altro da anticipare legato al tuo percorso, a futuri spettacoli?
«Abbiamo diversi spettacoli da portare in scena, soprattutto con la compagnia. Per quanto riguarda invece il mio percorso personale, ho terminato da poco uno spettacolo nato direttamente dall’esperienza vissuta durante il Cammino di Santiago. Si intitola “Il mio ritmo” ed è il racconto autoironico di un uomo decisamente poco preparato ad affrontare un’impresa del genere, che tra errori, fatica, incontri e momenti di sconforto finisce inevitabilmente per fare i conti con se stesso. Non ci sono grandi rivelazioni né illuminazioni spirituali, c’è soprattutto un uomo che cerca, un passo dopo l’altro, di arrivare fino in fondo. Da quell’esperienza è nato anche un libro, Il mio ritmo. Diario di viaggio di un dilettante, che sarà pubblicato a breve da Kinetès Edizioni, casa editrice beneventana».
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