Un monologo che Anna Marchesini definì “il condominio”, è quello che porta in scena l’attore Gianluca Ferrato.
Il 21 novembre l’attore Gianluca Ferrato porterà in scena uno spettacolo al Teatro di Villa Lazzaroni, “La cerimonia del massaggio”, un monologo che ha dello straordinario, scritto da Alan Bennett e in cui ha affondato le mani anche l’indimenticata Anna Marchesini…
Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo, Gianluca Ferrato. Il prossimo 21 novembre sarai in scena al Teatro di Villa Lazzaroni ne “La cerimonia del massaggio”, per la regia di Roberto Piana e Angelo Curci. Cosa dire a riguardo?
«“La cerimonia del massaggio” è uno straordinario monologo scritto da Alan Bennett, il grande drammaturgo che tutti conosciamo. Più che un monologo, oserei dire che si tratta di un ‘condominio’, come lo ha definito qualcuno. Fu, anni fa, un successo enorme di Anna Marchesini, che all’epoca coniò proprio questa parola. Questo perchè si tratta di una storia affollata da tanti personaggi bizzarri e divertentissimi. Una cerimonia funebre sui generis, per Clive Dunlop, celebre massaggiatore dei Vip, scomparso in circostanze misteriose. C’è del bello e del buono per divertirsi. Chi lo ha visto lo sa, chi invece non lo ha ancora visto, ha una buona occasione per ‘rimediare’».
Quali sensazioni ti legano all’amato teatro, al bellissimo mestiere che da sempre vivi?
«Le sensazioni percorrono longitudinalmente tutta la mia vita, perché a questo mestiere, credo di avere dedicato il mio tempo migliore o, comunque sia, una cospicua parte. Motivo per cui, di volta in volta che se ne rinnova la possibilità di rimetterci piede su di un palcoscenico, vengo travolto “da un insolito destino”, come direbbe la Wertmüller. Un destino che, per mia fortuna, si rinnova da sempre e con una frequenza che mi rassicura, mi protegge, mi conforta e rende il mio ‘viaggio’ una scoperta continua».
Quali rituali prima di essere in scena?
«Non essendo uno scaramantico in nessun modo e per nessuna ragione, il mio rito diventa solo e semplicemente continuare a studiare, a ripetere la parte o il monologo fino all’attimo, fuggente per definizione, che precede la prima luce in scena, la prima parola e il primo passo. In quello che Leopardi avrebbe chiamato “uno studio matto e disperatissimo”».
Quali ruoli ancora mancano a questo percorso?
«Ho soddisfatto molte delle curiosità che ho avuto e interpretato quello che mi sarebbe piaciuto. È, per fortuna, accaduto più volte. Ho cercato di scegliere e andare dove credevo fosse giusto per me. Ho cercato con scrupolo e dedizione quello che volevo fare, ho ponderato, pensato e poi scelto. Spesso mi procuro occasioni propizie per fare qualcosa che mi piace, che ancora mi sorprenderà, mi farà battere il cuore. Certo se qualcuno mi offrisse di fare Iago in Otello, sarei felice. Ma se non succederà, me ne farò una ragione…».
Anticipazioni legate al tuo futuro artistico?
«C’è un tempo prezioso e propizio davanti a me e cose belle che mi attendono al varco con le braccia aperte. Ho appena debuttato, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano con la regia di Serena Sinigaglia con “Beata oscenità”, un magnifico monologo di Massimo Sgorbani e che riprenderà la sua marcia nel 2026. I monologhi sono, ormai, una mia specialità e un ‘credo’ assoluto. Fra poco sarò Joe/Dafne in “A qualcuno piace caldo”, diretto da Geppy Gleijeses, in cui interpreto il ruolo che al cinema fu di Jack Lemmon. Tutte cose bellissime che fanno anche un po’ tremare i polsi, ma che sono iniezioni di energia e di possibilità. Come avrebbe detto Billy Elliot “pure electricity”».
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