Blewitt

In uscita il CD dei Blewitt: Exploring New Boundaries

È prossima l’uscita del CD dei Blewitt: “Exploring New Boundaries”. Con loro, attraverso questa intervista vogliamo appunto esplorare i nuovi confini che in musica ci propongono. Il trio è composto da Stefano Proietti, Oscar Cherici e Gian Marco De Nisi.

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Tutti e tre provengono da un Conservatorio della regione Lazio e, oltre aver questo fil rouge in comune, il loro sodalizio si basa su una forte amicizia oltre che sulla sinergia professionale. Stefano Proietti, pianista, ha due lauree, una in pianoforte classico e l’altra in jazz, ed è l’anima più classica del gruppo. Oscar Cherici è il bassista dei Blewitt e l’anima rock del gruppo. Tra le sue esperienze, ben dodici anni di coro e svariati premi come compositore per musica da film. E’ laureato in Basso Elettrico. Gian Marco De Nisi è invece il batterista, figlio d’arte, come il papà, ed ha una laurea in batteria jazz. Lui è l’anima jazz del trio.

Benvenuti ai Blewitt. Come è nato il vostro gruppo?

Stefano: Il sodalizio è iniziato circa 3 anni fa in modo singolare. Con Oscar ci siamo conosciuti ad un concorso/festival tra Conservatori che sceglieva i migliori studenti dell’anno. Noi rappresentavamo il centro Italia. Oscar proviene dal Conservatorio di Frosinone, io da quello di Santa Cecilia di Roma. Nonostante l’ambiente competitivo, nel corso dei 10 giorni in cui è durato il tour, noi abbiamo particolarmente legato e da lì è nata una grande amicizia. Oscar ha poi fatto da tramite, in occasione di una prova, con Gian Marco, che veniva dal Conservatorio di Latina. Ci siamo incontrati così: suonando.

Come avete scelto il nome del gruppo?

Oscar: Blewitt è un nome che si presta ad un gioco di parole ed a due interpretazioni. Il primo è proprio “Blewitt” si chiama così infatti la razza di civetta, simbolo della notte, della saggezza e dell’oscurità intesa come profondità. Rappresenta dunque in contemporanea l’armonia della notte e la bellezza dell’animale notturno. Il secondo invece si rifà al termine “Blew it up”, che significa letteralmente “far saltare per aria” perché quello che viene definito come “errore” o inaspettato ci rappresenta sia quando ci esibiamo con performances live che in questo nostro CD. All’interno del disco infatti ci sono diversi brani che rapidamente cambiano “direzione” in un’istantanea ma armonica continuità musicale.

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Come si riesce in questa alchimia che a detta del vostro pubblico rappresenta il vostro talento che vi rende unici nella composizione e nell’esecuzione?

Gian Marco: Ognuno di noi ha un percorso jazzistico ma anche classico. Siamo laureati tutti in Jazz ed in particolare io ho approfondito le percussioni. Siamo poi tutti appassionati di rock ed abbiamo cercato di unire questi generi, ma anche altri, creando dei momenti che possono ricordare diversi stili di musica. Il sound può coinvolgere molte persone, proprio perché si tratta di brani di musica strumentale non essendoci barriere legate ad una lingua.

Quando è nato il nuovo progetto discografico che vi ha portato ad Exploring New Boundaries?

Oscar: Una volta che ci siamo conosciuti è risultato quasi immediato fare un progetto insieme. Da subito c’è stata una chimica ed intesa naturale. Di questo siamo molto fieri. L’idea discografica è nata quindi subito perché siamo perone con percorsi diversi.

Stefano: Aggiungo che il fatto che Oscar abbia lo stesso ruolo sia nella vita che nella musica è qualcosa di straordinario. Il bassista infatti collega tutto e lui lo ha fatto anche nella vita, ha fatto da collante tra noi e così abbiamo deciso di costruire insieme questo progetto.

Gian Marco: Già dal nostro primo contatto ci siamo riproposti di condividere la nostra musica in ambito internazionale e verso una platea ampia.

Come siete arrivati al CD?

Stefano: I progetti di lunga durata che hanno una rilevanza nel tempo derivano da una forte condivisione ed elaborazione. C’è tanto lavoro e lavorare insieme per qualcosa di originale è stato ed è importante. Abbiamo poi avuto la splendida opportunità di poter registrare l’album in Germania nei Bauer Studios, uno degli studi più importanti del mondo, dove hanno registrato grandi artisti del calibro di Stevie Wonder, Pat Metheny, Keith Jarrett, Miles Davis, Jaco Pastorius, Chick Corea. Non potrò mai dimenticare che abbiamo fatto 14 ore di viaggio in auto, svegliandoci alle tre di notte, con l’auto stracolma di cose.

Oscar: L’album rappresenta il nostro lavoro ed il nostro percorso musicale condensato in 78 minuti di musica in 10 tracce. Il repertorio è stato strutturato negli anni ed ha subito una profonda elaborazione e trasformazione nel corso del tempo. Ci sono tracce di diverso respiro con un bilanciamento ed una sintesi. Ogni brano che abbiamo scelto è perché ci rappresentasse tutti. Ci sono brani anche di ispirazione letteraria.

Gian Marco: Ogni persona ha il proprio back ground con il quale ascoltando le tracce del CD può desumere le proprie sensazioni potendo approfondire ed apprezzare il livello di composizione, gli arrangiamenti e quello che c’è in ogni singolo brano. Anche questo potrebbe essere un motivo per appassionarsi all’ascolto di questo album.

Cosa possiamo aspettarci da questo CD, qualche piccola anticipazione dei brani inclusi?

Stefano:  In Germania abbiamo avuto l’occasione di lavorare con persone professionalmente molto preparate, alcune delle quali sono state nominate ai Grammy Awards. Abbiamo cercato di varcare i confini sia musicalmente che umanamente, e tutta la nostra storia è racchiusa e sintetizzata nel titolo del CD: “Exploring New Boundaries”.

Inner Struggle è il brano di apertura. Un pezzo che ho scritto prima di conoscere il trio e della nascita del progetto. Ho sempre portato avanti vari percorsi accademici; piano classico e Jazz. Studiando molto cercavo di dare il meglio in ogni facoltà. Il brano è frutto di una “lotta interiore”; tutti mi dicevamo chi ero e cosa dovevo fare, mentre io volevo essere solo me stesso. Il pezzo dunque rappresenta chi voglio essere io. Una ribellione, una sfida che mi ha portato a creare qualcosa di personale.

Oscar: La traccia che mi rappresenta maggiormente è “Verso l’Atman”, respiro vitale, citato in Siddharta. Uno dei brani che più costituisce il processo di condivisione. Fatto su una struttura più rock metal, con sovrapposto Stravinsky e un pezzo di musica Gregoriana. Il tutto come fosse una musica seriale, ma ad un certo punto si avrà una virata verso free jazz e poi si trasforma verso una atmosfera arabeggiante. Il brano è collegato alla mia pratica di meditazione e quindi ha in sé un senso di circolarità e complessità ma nello stesso tempo anche di semplicità.

Gian Marco: C’è una traccia non visibile sulla lista dei brani, una “ghost track”. Sono legato ad esso, ma non posso svelare altro. Un piccolo cadeaux per il pubblico.

Autore: Ester Campese

Giornalista, scrittrice. Iscritta all'albo giornalisti Italia (regione Lazio) è anche membro dell'USPA - Agenzia stampa giornalistica internazionale - collegata al German Daily News.

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