Luigi Friotto: fare musica per stare bene

Luigi Friotto: fare musica per stare bene

Un nuovo disco dal titolo “Dedalo”, l’occasione per incontrare e farsi raccontare di Luigi Friotto ai nostri microfoni.

Nato per la musica, Luigi Friotto è voglioso di raccontarci di come ha preso forma il suo ultimo disco, “Dedalo”, senza disdegnare consigli ai giovani, parlando anche di incomunicabilità nel singolo “Rosmarì”, che in molti dovrebbero ascoltare…

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo, Luigi Friotto. Parliamo del tuo disco, “Dedalo”, del modo in cui si è sviluppato?
“Dedalo” ha avuto una gestazione abbastanza lunga. Le canzoni sono rimaste chiuse per molto tempo in uno studio di registrazione, in uscita con due singoli, “Rosmarì” e “Babele”. La prima, in particolar modo, tratta la ‘malattia’ degli ultimi tempi legata ad una grande incomunicabilità tra persone, qualcosa di brutto, per cui dover rimediare. Per tale motivo la lingua è stata del tutto inventata…

Quanto è cambiato il tuo fare musica con il passare degli anni?
Credo ci sia un distinzione attiva da fare. Una decina di anni fa ero molto più ottimista rispetto ai tempi e a questo groviglio musicale a cui assistiamo attualmente. Sottolineo attiva perché non mi sono mai fermato, anche perché ritengo necessario ribellarsi a tutto ciò. Scrivere una canzone di soli cinque minuti, che in radio probabilmente non passeranno mai, rappresenta una piccola rivoluzione personale.

Sei già in tour oppure possiamo fornire sin da ora delle date future ai nostri lettori?
In questo mese ci saranno dei brevi live in alcuni musei e auditorium dell’Abruzzo, sperando di poter espandere la voce anche fuori. Si tratta di brevi presentazioni. In estate sarò, invece, con i miei musicisti, la solita formazione, in giro, senza dimenticare il format di spettacolo chiamato “concerto sull’acqua”, qualcosa di molto bello, con una platea pronta a seguirci dalla riva.

Quali sensazioni hanno guidato questo tuo percorso e cosa manca ancora oggi?
È una domanda difficile questa! Diversi anni fa c’era un’aspettativa diversa rispetto a questo mestiere. Ora i tempi sono cambiati ma il fine ultimo resta la musica, con le sue canzoni, i suoi colori, e il tutto è cambiato ma con una consapevolezza maggiore rispetto a ciò che voglio comunicare e cosa viene recepito. Sono appagato, certo, ma è chiaro che vorrei anche qualcosa in più, degli apprezzamenti, un certo riconoscimento. In tutto ciò, rivendico con orgoglio l’affezione che le persone hanno per me, qualcosa che mi rende felice. Non ho mai visto nessuno andare via, durante le mie esibizioni, motivo per cui spero davvero di poter essere riconosciuto sempre più per i miei prodotti, per le mie storie.

Come vivi le persone, chi ti segue con piacere da sempre?
Sono molto soddisfatto dell’affetto che nutrono per me, tanto da viverli con orgoglio, e spero siano sempre in tanti a fermarmi, specie dopo i live. Alcune volte noto il loro andare via, sicuramente perché non vogliono disturbarmi, ma voglio che sappiano che essere fermato sarebbe soltanto un grande piacere.

Quale consiglio rivolgere ai giovani, a chi vorrebbe muovere i propri passi in musica?
Consiglio loro di cercare la strada più lunga e non la più breve. Noto un grande utilizzo, in maniera del tutto sbagliata, dell’intelligenza artificiale, scorciatoie aberranti per i giovani, una storia molto pericolosa. Auguro loro di cercare la strada più lunga, che quasi crea dolore fisico, senza enfatizzare, sessioni di dieci ore di studio, di prove, che alla lunga appagano. 

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