Margherita Ferri: da regista, il mio secondo film
Intervista a Margherita Ferri, che si presenta con il suo secondo film alla Festa del Cinema di Roma: “Il ragazzo dai pantaloni rosa”.
Un secondo lungometraggio per la regista Margherita Ferri, “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, che sarà presentato alla XIX Festa del Cinema di Roma il 24 ottobre. Una storia che doveva essere raccontata, caratterizzata da un cast di tutto rispetto, da un significato più che profondo.
Benvenuta su La Gazzetta dello Spettacolo, Margherita Ferri. Dalla passione per il circo all’essere poi diventata una più che abile regista. Cosa sta regalandoti questa professione?
Dove lo hai letto?! (Ride) Credo che il voler raccontare storie, creando così delle belle immagini, sia stato da sempre il mio desiderio più grande, qualcosa che mi ha guidato e ha fatto sì che cominciasse questo percorso. Sin dal liceo, con i primi corti, collegavo la poesia alle immagini, qualcosa che poi non ha più avuto fine. Il cinema, oltre ad essere intrattenimento, è per me arte e ricerca del bello ed è soprattutto pura poesia.
Ne “Il ragazzo dai pantaloni rosa” hai toccato una tematica importante e che, a suo modo, meritava di essere ricordata, anche e soprattutto per fungere da esempio.
Più volte mi sono chiesta se volessi o meno intraprendere un percorso così straziante, legato alla morte, ad un ragazzo che non credeva di poter essere degno di vivere la sua vita. Ho poi deciso di raccontarla con un punto di vista onesto, dandole il valore che ha, parlando ai giovani, a coloro che rendono atti di bullismo senza rendersi conto delle reali conseguenze.
Verissimo! Oggi vige poca empatia, poca voglia di venirsi incontro, cosa non bella, non semplice…
Hai ragione! L’empatia è fondamentale perché poi spesso i ragazzi sono spietati e pensano che l’ovazione dei propri compagni sia più importante del parere, dell’insegnamento, dei loro genitori.
Quali consensi ti auguri di poter raccogliere attraverso questo film?
Ci rivolgiamo principalmente ai ragazzi, è vero ma, alla fine dei conti, questa storia è universale. Tutti noi ci siamo sentiti diversi, non capiti o ascoltati da ragazzini. Una storia che risuona, fondamentalmente, nell’esperienza di tutti. Non vedo questa storia come un prodotto, bensì come un buon monito per ognuno di noi.
Claudia Pandolfi, Corrado Fortuna, Sara Ciocca, Andrea Arru e ovviamente Samuele Carrino gli attori presenti nella pellicola. In base a cosa li hai scelti?
Sono una regista che ama gli attori, adoro tanto lavorare con loro, fare molte prove, adattare i dialoghi rendendoli ancora più naturali, affini ad ogni singola persona. Ho effettuato dei casting per i giovani mentre Claudia Pandolfi è stata l’unica, la prima, a cui ho realmente pensato sperando potesse essere disponibile, e per fortuna lo era. Ha abbracciato il progetto con passione, talento e cuore. Si è commossa, non appena le è stata raccontata la storia, anche per il suo essere già di per sé mamma, ed ha messo tutto ciò che poteva nel personaggio aiutando anche i giovani attori in scena, consigliandoli, e gestendo il piccolo Pietro Serpi. Claudia lo ha trattato come un vero e proprio figlio, e lui spesso si confondeva, la chiamava ‘mamma’. Samuele Carrino è, invece, arrivato tramite casting director e mi ha colpito subito la sua dolcezza, la sua naturalezza. È bastato ben poco per trasformarlo in Andrea. Un piccolo genio della recitazione, un ragazzo che ci ha regalato tanto, consentendoci di non buttare nulla del suo girato.
Cosa vorresti poter concretizzare in futuro?
Negli ultimi tempi sto lavorando ad alcuni progetti che ho scritto ma, più di tutto, desidero continuare a fare cinema, a raccontare storie e ad avere la possibilità di sperimentare consentendomi anche di poter sbagliare. Un fare cinema indipendente, libero, cosa che non è del tutto possibile ultimamente.
Quale altro tema vorresti poter toccare, sensibilizzando così l’opinione altrui?
Amo raccontare storie di adolescenza, diversità e formazione, un paradigma narrativo in cui mi trovo molto bene. Il mio primo film, “Zen – sul ghiaccio sottile” parlava di un giovane che veniva bullizzato, una storia di amicizia e di amore, realizzato con Biennale College Cinema, con una prima a Venezia 75. Sono queste le storie che voglio raccontare, andando ancor più nel personale. Quando sarà il momento lo farò.
Margherita Ferri, che periodo sta vivendo?
Domandone! (Ride) Vivo un periodo in cui, per fortuna, non sono più una giovane regista e cerco di portare avanti questo mestiere, questa arte, nella maniera più completa possibile.
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