Incontriamo l’autore Gianluca Pennino, che ci racconta in questa intervista, tramite i suoi testi, il nuovo mondo della tecnologia sull’uomo.
Perché le macchine sembrano capire? E cosa significa davvero “intelligenza” quando a produrre linguaggio è un algoritmo? Con Gianluca Pennino, autore e saggista con all’attivo quattro volumi dedicati al tema, proviamo a interrogarci su come usare in modo consapevole gli strumenti linguistici automatizzati che stanno ridefinendo il nostro rapporto con il sapere per la rubrica Libri e Scrittori.
Gianluca Pennino, benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. La tua “Tetralogia sull’Era Algoritmica” si presenta come un ambizioso progetto saggistico capace di spaziare dalla filosofia della mente alla sociologia economica fino all’antropologia delle organizzazioni. Perché urgeva scriverla?
«Perché il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale si era polarizzato. Da una parte l’entusiasmo prometeico. Dall’altra il terrore apocalittico. Entrambe le posizioni condividono lo stesso difetto: riducono una trasformazione antropologica a una questione tecnica. Come se bastasse decidere se essere ottimisti o pessimisti. Ho sentito il bisogno di costruire una mappa più ampia. Non potevo parlare di intelligenza artificiale senza interrogare cosa intendiamo per intelligenza, e questo mi ha condotto alla filosofia della mente. Non potevo ignorare che l’IA sta ridisegnando i rapporti di potere nell’economia globale. Non potevo fingere che le organizzazioni siano contenitori neutri pronti ad accogliere qualsiasi innovazione. La tetralogia nasce da una convinzione: per comprendere ciò che sta accadendo servono lenti multiple. L’IA non è solo un oggetto tecnologico. È uno specchio. E come tutti gli specchi, costringe a guardare anche dove non vorremmo».
Guardando alla tetralogia nel suo insieme, possiamo dire che la tua non è né una condanna luddista della tecnologia né una celebrazione cieca del progresso?
«Spero di sì. Ho cercato di abitare quello spazio scomodo che sta tra il rifiuto nostalgico e l’adesione acritica. È uno spazio che non offre consolazioni. Né il ritorno a un passato idealizzato, né l’ebbrezza di un futuro senza ombre. La mia posizione è che la tecnologia non sia mai neutra. Ma nemmeno intrinsecamente buona o cattiva. È un amplificatore. Amplifica le intenzioni, le strutture di potere, le visioni del mondo che la plasmano. Un algoritmo può liberare tempo oppure parcellizzare il lavoro in micro-task alienanti. Può democratizzare l’accesso alla conoscenza oppure concentrarlo in poche mani. Dipende da chi lo progetta, da chi lo governa. Il vero luddismo oggi non è rifiutare le macchine. È delegare alle macchine il compito di pensare al nostro posto. La vera cecità non è diffidare del progresso: è credere che il progresso tecnico sia automaticamente progresso umano. Non lo è. Non è mai stato così».
Poche settimane fa, l’enciclica Magnifica Humanitas è stata definita la Rerum Novarum del XXI secolo, poiché assume la tecnologia come la nuova “questione sociale”. In quali passi ritrovi il tuo pensiero?
«Il parallelo con la Rerum Novarum è illuminante. Come Leone XIII comprese che la questione operaia non era marginale, così Leone XIV riconosce che l’intelligenza artificiale è la cifra del nostro cambiamento d’epoca. Non una faccenda per tecnici. Ritrovo consonanze in diversi passaggi. La visione relazionale della persona, anzitutto: l’enciclica afferma che l’essere umano non è riducibile a funzione, dato o prestazione. È ciò che sostengo ne L’Umano invisibile. Dietro ogni processo organizzativo ci sono persone con storie, paure, competenze tacite che nessun algoritmo può catturare. L’efficienza che ignora questo diventa sabotaggio. Poi c’è l’immagine della torre di Babele tecnologica. Questa dialettica attraversa tutta la mia tetralogia: la tentazione dell’autosufficienza tecnica da una parte, la responsabilità condivisa dall’altra. In Dalla fabbrica all’algoritmo descrivo come le piattaforme possano diventare nuove forme di dominio. Oppure no. Dipende. L’enciclica chiede discernimento, non rifiuto. È la postura che ho cercato di costruire. Anche se “discernimento” è una parola che suona più rassicurante di quanto il processo sia in pratica».
Ritieni pertanto che il pensiero critico e la saggistica debbano oggi necessariamente farsi “sociali” per comprendere l’IA?
«Sì. E direi di più: devono farsi incarnati. Il pensiero critico che resta chiuso nelle accademie tradisce la propria vocazione. Non perché le accademie siano inutili. Ma perché oggi abbiamo bisogno di traduzione. Non semplificazione: traduzione. L’intelligenza artificiale non è un tema per addetti ai lavori. Riguarda il lavoro, la democrazia, l’educazione, le relazioni. Riguarda cosa significa essere umani quando le macchine sanno fare molte delle cose che consideravamo nostre. Se il pensiero critico non entra in questo dibattito, lo spazio verrà occupato. Da chi vende soluzioni facili. O da chi alimenta paure irrazionali. Di solito sono gli stessi. La saggistica sociale non è divulgazione nel senso riduttivo. È traduzione responsabile: prendere sul serio la complessità e renderla accessibile senza tradirla. Non sempre ci si riesce. Ma l’alternativa, scrivere per specialisti che si parlano tra loro, mi sembrava una forma di diserzione».
In tutto ciò, c’è una domanda che la gente ti pone più spesso?
«Sì. È sempre la stessa, anche quando viene formulata in modi diversi. “L’intelligenza artificiale ci sostituirà?”. Me la fanno imprenditori preoccupati per il futuro delle loro organizzazioni. Me la fanno professionisti che sentono il terreno muoversi. Me la fanno persone che non hanno strumenti tecnici ma percepiscono che qualcosa di profondo sta cambiando, anche se non sanno ancora nominarlo con precisione. La domanda è semplice solo in apparenza. Dentro ci sono molte paure: la paura di perdere il lavoro, certo, ma anche quella di perdere rilevanza, unicità, dignità».
E tu cosa rispondi?
«Rispondo che la domanda è mal posta, il che non è un modo per evitarla. È un modo per prenderla sul serio. Le macchine potranno replicare molte prestazioni che associavamo all’intelligenza: scrivere, classificare, suggerire, simulare conversazioni, supportare decisioni. Ma il punto non è solo ciò che sanno fare. Il punto è che rischiamo di retrocedere su facoltà che dovremmo custodire con più attenzione: il giudizio, il senso del limite, la responsabilità, quello che chiamerei l’immaginazione morale. Non credo che la partita decisiva sia tra uomo e macchina. Credo che sia tra un’umanità che usa la tecnica per espandere la propria coscienza e un’umanità che consegna alla tecnica la fatica di pensare. Nel secondo caso, una sostituzione avviene davvero. Non perché la macchina diventi umana: perché l’umano accetta di diventare più prevedibile. Questo è il nucleo di Il mago meccanico. La macchina produce verosimiglianza. La comprensione è un’altra cosa: incarnata, situata, responsabile. Confonderle è l’equivoco che mi interessava smontare».
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