Jessica Melluso

Storie di sopravvivenza per aspiranti madri, di Jessica Melluso

Incontriamo la scrittrice Jessica Melluso, una ginecologa che ci racconta il mondo della procreazione assistita.

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Un racconto intimo, coraggioso e necessario: questo è il libro “Storie di sopravvivenza per aspiranti madri” (Youcanprint) scritto da Jessica Melluso, ginecologa specializzata in procreazione medicalmente assistita ed ex paziente, che condivide la sua doppia prospettiva – scientifica e umana – sul delicato tema dell’infertilità di coppia.
Un desiderio profondo mette a dura prova il matrimonio di Jessica, giovane ginecologa specializzata in infertilità di coppia, che scopre di non poter avere figli in modo naturale. Dopo aver intrapreso un faticoso percorso di procreazione assistita per cercare di realizzare il suo sogno di maternità, Jessica si confronta con le storie di tante donne che condividono la sua stessa sfida.
Anni dopo il suo cammino si intreccia con quello di Sofia, una ragazzina di tredici anni alla ricerca delle sue origini, figlia di una paziente e concepita con la fecondazione eterologa.
Un intreccio di destini che porta a galla emozioni intense e apre un dialogo sincero su temi cruciali del nostro tempo ancora oggi tabù come l’ovodonazione, l’aborto, la maternità surrogata, l’omogenitorialità, il Social Freezing e la pressione sociale, offrendo una prospettiva unica: “Io so cosa state vivendo, perché sono una di voi”.

Benvenuta a Jessica Melluso sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. Quanto le è costato scrivere questo libro e perché ha deciso che fosse arrivato il momento di farlo?
«In realtà scrivere questo libro non è stato uno sforzo. Era un sogno che portavo con me da anni, sin da quando, da paziente, cercavo testi che potessero accompagnarmi nel percorso dell’infertilità. Avevo le competenze tecniche per comprendere ogni passaggio, dalla diagnosi al trattamento, ma ciò che trovavo in libreria era sempre incompleto: libri scritti da donne molto empatiche ma con alcune inesattezze tecniche, oppure testi di colleghi impeccabili dal punto di vista scientifico ma spesso privi di empatia.
La scintilla arrivò quando lessi un articolo in cui una giornalista raccontava la sua infertilità con una dolcezza che mi toccò profondamente. In quel momento pensai: “Anch’io voglio scrivere”. Negli anni successivi, durante le visite, mi capitava spesso di spiegare terapie ed emozioni alle coppie, e vedevo nei loro occhi come se mi chiedessero: “Come fai a capirci così bene?”.
È stato proprio da quegli sguardi che ho capito che il momento di raccontare—e raccontarmi—era finalmente arrivato, perché la condivisione di una storia potrebbe cambiare il viaggio di molte altre donne».

Le fonti evidenziano numerosi ostacoli nel percorso della PMA in Italia. Può spiegarci meglio?
«Il percorso di PMA in Italia è ancora un viaggio pieno di ostacoli. Le coppie entrano nei centri pubblici con un grande desiderio, ma spesso si scontrano subito con liste d’attesa che durano mesi, a volte anni. E in un tema come la fertilità, il tempo non è un dettaglio: è una variabile clinica. La realtà è che non esiste un’Italia sola. Esistono molte “Italie della PMA”: Regioni dove il percorso è fluido e altre dove mancano personale, tecnologie, spazi.
Questa disomogeneità pesa enormemente, soprattutto sulla prognosi delle donne più adulte. A complicare tutto c’è poi un impianto normativo che, pur rivisto negli anni, continua a creare limiti operativi. L’eterologa, per esempio, è legale, ma difficile: pochi donatori, molto materiale dall’estero, costi elevati, regole interpretate in modo diverso da centro a centro. Chi sceglie il privato accorcia i tempi, ma affronta costi importanti. Chi resta nel pubblico rischia l’attesa. Sono scelte che non dovrebbero mai diventare discriminanti, e invece spesso lo sono. E poi c’è la parte più invisibile: il peso emotivo. In Italia si parla ancora poco di infertilità, e molte coppie vivono questo percorso nell’ombra, senza un reale supporto psicologico. La solitudine è uno degli aspetti che vedo più spesso, ed è quello che fa più male. Per questo dico sempre che la PMA, oggi, è un percorso clinico ma anche culturale. Non riguarda solo la medicina: riguarda il modo in cui un Paese decide di prendersi cura dei suoi cittadini quando sono nel momento più fragile della loro vita».

Sebbene l’infertilità maschile sia in crescita e incida per il 35% dei casi, persiste il pregiudizio che sia un problema prevalentemente femminile?
«Sì, purtroppo il pregiudizio persiste. Nonostante i dati ci dicano chiaramente che l’infertilità maschile è in crescita e che oggi contribuisce a circa il 35% dei casi come fattore singolo e nel 20% dei casi come fattore congiunto di coppia, nell’immaginario collettivo resta ancora l’idea che sia un problema soprattutto femminile. È un retaggio culturale antico, difficile da scardinare. Per secoli la fertilità è stata raccontata come qualcosa che appartiene alla donna: il suo corpo, i suoi cicli, il suo “orologio biologico”. L’uomo è rimasto sullo sfondo, quasi spettatore. E questo ha reso più facile pensare che, se una coppia non riesce a concepire, il problema debba essere necessariamente “di lei”. Ma la realtà clinica è un’altra.
Oggi sappiamo che gli uomini non sono affatto immuni dal calo della fertilità: stili di vita, età, fattori ambientali, patologie non diagnosticate possono compromettere la qualità del seme quanto un’endometriosi o una ridotta riserva ovarica possono influire sulla donna. Il punto, però, è che l’uomo tende a parlarne meno. L’infertilità maschile tocca corde profonde: mette in discussione identità, l’autostima e viene spesso confusa con riduzione della virilità. E così spesso arriva tardi alla visita andrologica o ci arriva in silenzio, quasi in punta di piedi. Questo silenzio alimenta il tabù, e il tabù alimenta il pregiudizio. Ma ci sono uomini che non solo accettano di sottoporsi all’esame, ma si preoccupano di voler prima assicurare che dal punto di vista della loro capacità di concepire sia tutto a posto. Per questo dico sempre che il primo passo per prendersi cura della fertilità di una coppia è guardare entrambi, senza dare per scontato nulla. Serve un cambio culturale, non solo clinico. Perché l’infertilità non è mai “colpa” di uno dei due: è una sfida che si affronta insieme, e solo insieme si può superare».

Etica e scienza: dove si incontrano e dove si scontrano?
«Nella Procreazione Medicalmente Assistita etica e scienza si incontrano ogni giorno. È uno dei pochi campi della medicina in cui il confine tra ciò che è tecnicamente possibile e ciò che è moralmente giusto è sottile, mobile, a volte persino fragile. La scienza, oggi, ci permette di fare cose straordinarie: aiutare una coppia che non riesce a concepire, proteggere la fertilità di una giovane donna prima di una chemio, utilizzare gameti donati, congelare embrioni, migliorare la qualità delle colture, individuare anomalie genetiche. Le tecnologie avanzano con una velocità impressionante, e ogni progresso spalanca nuove possibilità.
L’etica entra esattamente qui. È l’etica che ci ricorda che dietro un ovocita, uno spermatozoo o un embrione non c’è solo biologia: c’è una storia, un desiderio, un limite, una responsabilità. È l’etica che ci chiede di non confondere il “fare” con il “dovremmo fare”. Nella PMA l’incontro tra etica e scienza è quotidiano: quando scegliamo quanti embrioni trasferire, quando consigliamo una tecnica più complessa solo se davvero necessaria, quando parliamo con una coppia che desidera una gravidanza sopra ogni cosa ma non sempre sopra ogni rischio. Si incontrano quando la scienza diventa un aiuto reale e l’etica garantisce che quell’aiuto sia giusto, rispettoso, umano.
Ma ci sono anche gli scontri. Accadono quando la scienza va più veloce delle normative, o quando i valori della società non sono pronti a sostenere ciò che i laboratori possono già fare. Pensiamo alla donazione di gameti, alla gestione degli embrioni congelati, alla diagnosi genetica: sono ambiti dove le possibilità tecniche avanzano, ma le regole non sempre le inseguono alla stessa velocità. E quando le regole mancano o sono troppo rigide, rischiamo paradossalmente due cose opposte: limitare le cure oppure abusarne. Per questo credo che nella PMA l’etica non sia un ostacolo, ma la bussola che orienta la scienza. Non serve a frenare, ma a dare senso. La scienza apre le porte, l’etica ci indica quali varcare, come farlo, e con quale delicatezza. È un equilibrio complesso, imperfetto, ma necessario. Perché nella PMA non stiamo solo creando una gravidanza: stiamo costruendo famiglie, e questo richiede un’enorme responsabilità».

Dottoressa Melluso, scriverà ancora sul tema?
«Sulla PMA ho già detto tutto ciò che sentivo di dover dire, come donna e come medico. Storie di sopravvivenza per aspiranti madri è il mio ‘figlio di carta’, la mia eredità su quel capitolo della vita, e non voglio forzare un seguito. Oggi, a 53 anni, sento invece che si sta aprendo una nuova stagione, una trasformazione che riguarda me e moltissime donne: la menopausa. È una fase potente, ma ancora poco considerata, quasi nascosta. E io credo che abbia bisogno di voce, perché le donne non devono sentirsi invisibili quando arrivano alla soglia dei cinquanta. Vorrei raccontarla con la stessa autenticità con cui ho narrato l’infertilità: unendo sguardo clinico ed esperienza personale. Non sarà un manuale, ma un viaggio, perché la menopausa non è una fine: è un passaggio, e merita di essere finalmente narrato».

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