Alle prese con un’uscita al cinema, l’attore Patrizio Pelizzi, presente nel nuovo progetto di Pupi Avati, “Nel tepore del ballo”.
È l’uscita nelle sale del film del Maestro Pupi Avati, “Nel tepore del ballo”, a ‘regalarci’ l’occasione di ritrovare l’attore Patrizio Pelizzi, pronto a raccontarci di questa esperienza e delle successive, a cui potremo assistere a breve.
Ben ritrovato sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Patrizio Pelizzi. Da fine aprile sei al cinema nel nuovo film del regista Pupi Avati, “Nel tepore del ballo”. Che esperienza ha rappresentato e cosa dire sullo stesso Avati?
«Lavorare con il Maestro Avati rappresenta, di volta in volta, un’ulteriore esperienza legata ad una maggiore crescita. Una crescita non solo professionale ma anche umana e personale. Si tratta, tra l’altro, di un settimo film al suo fianco e devo dire che l’emozione è sempre tanta, la stessa di quando ero ragazzo e sognavo di lavorare nel cinema d’autore. Quando vedi il Maestro Avati in azione non puoi che provare tenerezza e grande rispetto per un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al cinema senza trascurare mai la famiglia. È uno dei registi, sceneggiatori e produttori più longevi, prolifici e originali del cinema italiano. Ha costruito un percorso unico, sin dagli anni sessanta, lontano dal realismo sociale e dalla commedia tradizionale. Un percorso fatto di memorie personali, atmosfere sospese e suggestioni oniriche. Un autore che, ancora oggi, continua a raccontare storie con delicatezza e umanità, lasciando sempre l’impressione di un cinema profondamente sentito, indipendente e fatto con il cuore. Voglio anche ricordare il produttore Antonio Avati, lo sceneggiatore Tommaso Avati, il direttore della fotografia Cesare Bastelli, Jessica Oliveti, Gianluca Graupera e la brava Maria Antonia Avati, come supporto alla regia. Ho molto rispetto per tutte le maestranze e ho ritenuto giusto menzionarle».
Quali sensazioni sul set, con i tuoi compagni di avventura?
«Ogni set rappresenta un viaggio da poter intraprendere per uscire dalla propria persona ed entrare in una nuova anima, regalando nuove emozioni e dimensioni umane. È proprio per questo che ho scelto di fare l’attore, studiando ogni particolare e dettaglio con naturalezza, quasi dimenticando chi sono. Qualcosa che va oltre le accademie, i workshop, gli stage e le masterclass che ho frequentato per oltre trent’anni. Ciò che conta, in questo nobile mestiere, è l’esperienza della vita. L’attore esplora i sentimenti umani per renderli fruibili a tutti e, di conseguenza, aiuta ogni singolo individuo a riflettere e a uscire dalla propria comfort zone. Non mi sono interfacciato con molti colleghi, anche se molti li conosco per esperienze pregresse, come il caro Sebastiano Somma, Pino Quartullo, Filippo Velardi, Gianni Franco, Giuliana De Sio, Isabella Ferrari, Raoul Bova, Guido Cutruzzulà, Eleonora Manara, Jerry Calà, Antonella Salvucci, Francesco Colombati, Luca Bagnoli, Corrado Solari, Morena Gentile, Nadia Rinaldi, Antonio Flamini, Manuela Morabito, Filippo d’Andrea e la bravissima Lina Sastri. Mi scuso per chi non ho citato: è un cast molto prolifico. Nel film, nella parte di se stessi, ci sono anche i giornalisti e conduttori Bruno Vespa, Vittorio Introcaso e Pascal Vicedomini».
Cosa dire sul tuo ruolo?
«Interpreto un magistrato che interviene nella vicenda giudiziaria del collega Massimo Ghini. Ho adorato condividere questa esperienza con lui! Non aggiungo altro affinché possiate andare al cinema…».
Cosa ti regala questo percorso artistico?
«Cosa mi regala? Un nuovo pezzo di esistenza che farà parte del mio essere».
Chi è Patrizio e cosa manca a questo percorso?
«Bella domanda! Al mio percorso mancano ancora tante cose ma, a dire il vero, sono comunque felice di ciò che ho ottenuto sino ad ora. Ogni percorso lavorativo, nel mio caso nel settore attoriale e artistico, si riflette inevitabilmente anche sulla vita personale. Nel nostro mestiere c’è poca meritocrazia: ti ritrovi a lavorare con persone che non provengono dal teatro, dalle accademie o da esperienze artistiche consolidate. Spesso vieni scavalcato e ti ritrovi in attesa, in panchina, aspettando una chiamata, un messaggio o l’esito di un provino. Qualcosa che, il più delle volte, non arriva mai. Nel mio caso, ho svolto anche altri lavori per sopravvivere. Tuttavia resta sempre una certa frustrazione, qualcosa che fa parte del gioco e bisogna saperlo accettare. A non guastare, la possibilità di poter trovare una compagna di vita complice e comprensiva, che tifi per te anche nei momenti di down. È il caso di Sagitta Alter, una donna intelligente, saggia, sensibile e discreta, compagna storica del grande Gigi Proietti. Sagitta, lo sappiamo, è venuta a mancare recentemente e posso dirvi che mi ha regalato una bellissima amicizia, tanta umanità, calore. Ne conservo un bellissimo ricordo!».
Anticipazioni legate al tuo futuro artistico?
«Ho appena finito di prendere parte alle riprese di un cortometraggio basato sul bullismo e sono terminate anche le riprese di un nuovo film avvincente, “Delitto al club privé”, per la regia di Stefano Calvagna. Si tratta di un lungometraggio in cui il confine tra criminalità e potere istituzionale è davvero sottile. Dovrebbe uscire il prossimo autunno al cinema e, soltanto successivamente, in piattaforma. Un vero e proprio omaggio, questo crime, al cinema di Bruno Corbucci, in particolare a “Delitto al Blue Gay” del 1984, con i mitici Tomas Milian e Bombolo, impersonato da Franco Lechner. In questo sequel interpreto l’avvocato penalista Ferreri che si divide tra tribunali e vita nei night club. Il direttore della fotografia è Matteo De Angelis».
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