Luigi Zeno. Foto di Andrea Ciccale
Luigi Zeno. Foto di Andrea Ciccale

Luigi Zeno: fuori dal set c’è una vita normale

Tra palcoscenico e set, l’ascesa del giovanissimo Luigi Zeno, il volto televisivo della nuova generazione di interpreti italiani.

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Abbiamo incontrato il giovanissimo attore Luigi Zeno, lontano dalle luci accecanti dei red carpet, per parlare della sua visione del mestiere: una conversazione che spazia dal rigore della formazione alla libertà dell’improvvisazione, passando per gli aspetti sociali dell’audiovisivo.

Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo” a Luigi Zeno. Ogni attore ha un momento esatto in cui capisce che la recitazione non è più solo un gioco, ma una necessità. Qual è stata la scintilla o il provino che ti ha fatto dire: “Ok, questo è il mio posto nel mondo”?
«Credo che la scintilla non sia stata un singolo provino, ma una sensazione molto precisa. Avevo già fatto qualche esperienza, ma durante un provino particolarmente intenso – uno di quelli in cui entri nella stanza e ti dimentichi di tutto il resto – ho capito che non stavo “recitando bene”, stavo semplicemente dicendo la verità. Quando sono uscito, ero svuotato e felice allo stesso tempo. Lì ho pensato: ok, questo non è un hobby, è il mio posto. Non perché fosse facile, ma perché era inevitabile».

Sei giovanissimo ma già molto preso nelle tue interpretazioni. Come riesci a staccarti dai personaggi a fine giornata? C’è un rito che compi per tornare a essere semplicemente “Luigi”?
«Non è sempre semplice staccarsi, soprattutto quando i personaggi hanno ferite simili a quelle che vedi ogni giorno nella vita reale. Ho bisogno di silenzio. Spesso torno a casa, faccio una doccia lunga, metto musica che non c’entra nulla con il personaggio e spengo il telefono. Il mio rito è molto semplice: ricordarmi che fuori dal set c’è una vita normale che mi aspetta. Tornare a essere “Luigi” è un atto di responsabilità, prima ancora che di protezione».

Oggi il cinema italiano sta vivendo una fase di grande rinnovamento. Secondo te, cosa manca ancora nei racconti che il grande schermo fa della tua generazione? Quale storia non è ancora stata raccontata bene?
«Secondo me manca ancora un racconto davvero onesto della nostra fragilità. La mia generazione viene spesso descritta o come iper-performante o completamente persa. La verità sta nel mezzo: siamo pieni di domande, di ansia, di desiderio di essere visti per quello che siamo davvero. Manca una storia che parli del fallimento senza giudicarlo, dell’attesa, del sentirsi “non abbastanza” in un mondo che corre troppo veloce».

Luigi Zeno. Foto di Andrea Ciccale
Luigi Zeno. Foto di Andrea Ciccale

Spesso il cinema affronta il tema del bullismo, talvolta rischiando di cadere in stereotipi. Ci racconti il tuo punto di vista?
«Il bullismo è un tema delicatissimo. Il rischio degli stereotipi è reale: il bullo cattivo e la vittima completamente passiva. La realtà è molto più complessa. Spesso chi fa del male è a sua volta pieno di rabbia e di vuoti, e chi lo subisce sviluppa strategie di sopravvivenza invisibili. Credo che il cinema debba smettere di spiegare e iniziare a mostrare, senza morale finale, lasciando allo spettatore il compito di sentire il disagio».

Con la visibilità arriva anche una certa responsabilità verso i coetanei che ti seguono sui social. Come vivi il rapporto con i tuoi follower? Cerchi di veicolare messaggi specifici o preferisci che a parlare sia solo il tuo lavoro?
«Io vivo il rapporto con i follower con molto rispetto. Non mi sento un educatore, ma so che ogni parola ha un peso. Cerco di non costruire un personaggio social troppo distante dalla realtà. Non amo i messaggi gridati o le frasi motivazionali a effetto. Preferisco che a parlare siano i lavori che scelgo, i personaggi che interpreto. Se poi qualcuno si sente meno solo guardando una serie o un film, allora ho fatto qualcosa di giusto».

Se potessi scegliere il tuo prossimo progetto domani mattina: preferiresti un kolossal d’azione a Hollywood o un film d’autore indipendente, magari crudo e realistico, qui in Italia?
«Se dovessi scegliere domani mattina, senza pensarci troppo, direi un film d’autore indipendente qui in Italia. Amo il cinema che ti mette a disagio, che non ti coccola. Hollywood è un sogno, certo, ma raccontare una storia cruda, reale, magari piccola ma necessaria, per me oggi avrebbe più senso. Voglio personaggi che lasciano segni, non solo spettacolo».

Su Francesco Russo

Giornalista e mente dietro l’informazione culturale contemporanea. Dal 2012 guida la redazione de "La Gazzetta dello Spettacolo" in veste di Direttore Responsabile, coordinando il racconto di cinema, teatro, musica e televisione. Da sempre convinto che lo spettacolo non sia solo intrattenimento ma lo specchio della società, analizza l'evoluzione dei media e dei trend digitali.

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