Il Teatro di Documenti di Roma aspetta Evelina Nazzari ed il suo spettacolo, “Lungo viaggio di un giorno verso la notte”, che vi raccontiamo.
Evelina Nazzari ci parla dello spettacolo che la vedrà in scena al Teatro di Documenti dal 13 al 18 ottobre, “Lungo viaggio di un giorno verso la notte”.
Benvenuta sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”, Evelina Nazzari. Dal 13 al 18 ottobre sarai in scena, al Teatro di Documenti, ne “Lungo viaggio di un giorno verso la notte”, di Eugene O’Neill, con la regia di Rosario Tronnolone. Come stai vivendo questa esperienza e come ti prepari ad indossare i panni della ‘tua’ Mary?
«Grazie! Mary è un personaggio pazzesco, pieno di sfumature, di lacerazioni, macerato da rimpianti e rimorsi, con la felicità scivolata via, fra le mani. Non ho vissuto le sue stesse esperienze, ma conosco il dolore, i rimpianti e i rimorsi. Non dico che sia facile calarsi nei panni altrui, anche se si ha molto in comune, ma questo è il lavoro dell’attore a cui, ogni tanto, capita la fortuna di potersi nascondere dentro un personaggio e esprimere i propri sentimenti e le proprie personali frustrazioni. È magico, e anche terapeutico».
Uno spettacolo che racconta di una famiglia in cui ognuno di noi può riconoscersi. Come pensi possa reagire il pubblico?
«La famiglia Tyrone è decisamente una famiglia ‘disfunzionale’, termine banale ma efficace. Per gli spettatori il discorso è quasi lo stesso che per gli attori: anche se non hanno vissuto esattamente la ‘rappresentazione della vita’ a cui stanno assistendo, ci sarà sempre qualcosa da afferrare, qualcosa che può risuonare nel loro vissuto».
Quanta gioia nel vivere il teatro, il pubblico, l’attesa dell’apertura del sipario?
«Intanto c’è la gioia di lavorare in una compagnia affiatata in cui sono anche tutti bravi. Lavorare con Rosario Tronnolone è un regalo della vita; ma voglio citare anche i miei compagni d’avventura scenica: Marco Bellizi, Edoardo Trentini e Luca Manneschi. Il lavoro dell’attore è un lavoro di squadra, se tutto funziona lo spettacolo arriva al pubblico. E l’armonia fra noi è essenziale, una vera gioia. Dovrebbe esserlo anche andare in scena, e spesso è così, soprattutto dopo la prima, ossia dopo il primo impatto col pubblico da cui speri di venire accettata. Per quello che mi riguarda, prevale spesso l’ansia. L’ansia da prestazione, ovviamente, l’ansia di fare le cose bene, di sapere che quello che vuoi trasmettere arriverà davvero al pubblico. Che, naturalmente, lo percepisce in modi diversi, attraverso la propria personale sensibilità».
Chi è oggi Evelina e quanta strada hai compiuto per arrivare alla recitazione?
«Per arrivare alla recitazione ci ho messo poco. Per diventare brava, insomma, un’attrice (non mi piace autoincensarmi, non fa parte del mio carattere) ci ho messo parecchi anni. Non proprio la classica gavetta ma una specie. Fatta di alti e bassi, di periodi senza lavoro e di altri in cui ho avuto la fortuna di interpretare personaggi complessi che mi hanno insegnato tanto. E per questo ringrazio i registi che mi hanno accompagnato in questo percorso e mi hanno concesso di acquisire sempre più sicurezza».
Progetti futuri di cui poterci parlare?
«I progetti a cui tengo maggiormente, per ora, sono due. Il primo è riprendere lo spettacolo scritto da me, “Torna fra nove mesi”, con Maddalena Recino e la sottoscritta, regia di Angelo Libri, andato in scena più volte a Roma ma poco in giro per l’Italia. L’altro è previsto per maggio 2027, al Teatrosophia di Roma, e si intitola “TU! Tecnologia umana”. È davvero un progetto ambizioso, voluto da Guido Lomoro, direttore del teatro. Non posso rivelare molto di questo misterioso ‘esperimento scenico’ (mi piace chiamarlo così) ma spero avrà il successo che merita. Scritto e diretto da Matteo Fasanella vedrà in scena, oltre alla sottoscritta, Gianni De Feo, Serena Borelli, Mauro Toscanelli e Antonio Buonocunto. A marzo ci sarà un altro spettacolo e ho in programma qualche altro lavoro per la stagione 2026/27… Ma non corriamo troppo!».
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