Mutevoli nascondigli, di Mariano Sabatini

Abbiamo incontrato l’autore televisivo e giornalista Mariano Sabatini, che ci ha raccontato della sua ultima fatica letteraria: Mutevoli nascondigli.

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Mariano Sabatini ha scritto per i maggiori quotidiani, periodici e per il web, per intuizione di Luciano Rispoli ha firmato programmi televisivi di successo per Tmc, la RAI e altri network. Ideatore e conduttore di rubriche radiofoniche, continua a frequentare la TV come commentatore. Ha scritto diversi libri. Con il romanzo L’inganno dell’ippocastano ha vinto il premio Flaiano e il Romiti; Primo venne Caino si è aggiudicato il premio Giallo Ceresio e il Premio Città di Como. In questa rubrica “Libri e Scrittori” parliamo dell’ultima sua fatica letteraria Mutevoli nascondigli (Indomitus Publishing), l’attesissimo terzo capitolo della serie con protagonista Leo Malinverno.

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Mariano Sabatini, benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo”. C’è un fil rouge che lega tutta la tua produzione letteraria dagli esordi a oggi?
«Grazie. Per molto tempo ho fatto fatica a riconoscermi nella definizione di scrittore. Il mio primo libro è del 2001 ma fino al 2016 ho pubblicato libri di carattere giornalistico/saggistico. I miei tre romanzi, ma ne uscirà un quarto il prossimo anno, afferiscono al genere noir. Direi perciò che il filo rosso è quello. Hanno tutti protagonista questo giovane uomo romano, disincantato, sornione, forse un po’ piacione e sicuramente molto interessato alle donne. Più all’aspetto sessuale che a quello sentimentale del rapporto con loro e questa è la sua parte meno gradevole, direi irrisolta. Nonostante i tanti amici, è un uomo solitario, che sta fin troppo bene con se stesso. Un giornalista investigativo che in coppia con il sodale vicequestore Jacopo Guerci spesso risolve casi di delitti nella Capitale. Il prossimo anno invece uscirà una storia con una protagonista femminile a cui tengo molto».

Malinverno chi dovrà fronteggiare in queste nuove pagine?
«Intanto un assalto del Tatuatore, il serial killer del precedente romanzo, Primo venne Caino, che lo ridurrà quasi in fin di vita. Ho giocato sporco con lui. Ho voluto metterlo in una condizione di fragilità, perché ai maschi fa bene trovare in sé la reattività necessaria a superare le frustrazioni. Per non rischiare il superomismo. Malinverno dovrà però rimettersi al più presto in sesto per contribuire alla soluzione dell’omicidio di Petronio Grigo, un famoso scrittore con le mani in pasta in affari loschi di vario tipo».

Aggiungerei che lo guarderanno in faccia anche i demoni del suo ambiente: slealtà professionali e rivalità con giovani colleghi affamati di scoop. Del tuo lavoro cosa ti ha profondamente stancato e cosa è per te, invece, ancora linfa vitale che ti spinge a portarlo avanti con determinazione?
«Quale lavoro? Io ne ho fatti sempre diversi. Mi ero stancato di fare la televisione, soprattutto per l’ambiente. L’eccessivo compiacimento di chi crede di stare salvando il mondo e invece sta facendo solo programmi d’intrattenimento. Mi sono molto divertito con Luciano Rispoli, un vero genio di radio e tv, da cui ho imparato tutto e che farebbero meglio a ricordare di più in Rai. Dopo di lui ho progressivamente perso interesse per il lavoro di autore televisivo. La radio la farei volentieri ma non me la fanno fare. Il giornalismo è finito, non si può lavorare per 5 o 10 euro a pezzo. Se potessi scriverei storie e basta. Quello non mi stanca, ovvero, mi stanca moltissimo ma mi appaga di più. Quando ricevo le impressioni positive di chi mi ha letto ho momenti di felicità. So che i libri rimarranno e magari tra 20 o 30 anni dopo di me diranno qualcosa di questa Italia allo sbando».

C’è un personaggio secondario a cui sei particolarmente legato e che i lettori dovrebbero osservare con maggiore attenzione?
«Barbara Alberti che ha avuto la bontà di leggere i miei romanzi e apprezzarli dice che anche i miei personaggi secondari sono curati come i principali. Sto molto attento a dare una voce originale a ciascuno, a caratterizzarli, farli vivere, dare a tutti una tridimensionalità. Rubo dalla realtà, frasi, gesti, atteggiamenti. Osservo e trasferisco nei romanzi. Sono un rapinatore matricolato di umanità. I miei sono romanzi di varia e spesso avariata umanità, con uno o più morti ammazzati. Il delitto mi serve per indagare i rapporti tra i personaggi, i legami tossici, i vincoli malevoli e le relative conseguenze. Gli stessi della vita reale».

La corruzione attraversa molte pagine del romanzo. Credi che oggi la narrativa abbia ancora il compito di denunciare le zone oscure della società?
«Certo, della società e dell’animo umano. I mutevoli nascondigli del titolo fanno riferimento, prendendo a prestito una frase di Carlo Levi, proprio agli infingimenti di chi fa di tutto per sfuggire alla morte e poi, guarda caso, finisce prima e peggio degli altri».

Infine, la letteratura e il mondo editoriale occupano uno spazio significativo nella storia. È anche un modo per riflettere sui meccanismi del successo culturale?
«Nella vicenda di Mutevoli nascondigli parlo di uno scrittore famoso e in queste ore, guarda la casualità, le cronache e i social sono stati occupati dalle polemiche sul caso Mari e Ciabatti, a proposito del corpo di Michela Murgia. Ormai anche il mondo culturale ha le stesse regole dei reality show imposte dall’Auditel. Cosa sarebbe il Premio Strega se non il più grande e ambito show editoriale, a cui partecipano gli autori delle cosidette major, i potentati delle case editrici che fingono di farsi la guerra (Mari e Ciabatti sono della stessa galassia Mondadori) per imporre il proprio vincitore, dopo estenuanti tour promozionali e ridicole nomination. Direi che sono stato profetico! Magari il prossimo romanzo lo dedico ai festival, alle fiere che ormai sono passerelle di nomi stranoti grazie alle ospitate in televisione, quindi più utili allo sbigliettamento che al sostanziale apporto culturale. Un dibattito asfittico, garantito dagli stessi nomi di una inesausta compagnia di giro. Me lo disse Enzo Biagi in un’intervista: è molto più facile diventare una faccia che una firma. Oggi è più che mai vero».

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