Intervista al regista Riccardo Brunetti in occasione dello spettacolo “Elsinore Carnival”, che ci racconta i retroscena.
È tempo di “Elsinore Carnival” per il regista Riccardo Brunetti, pronto a parlarci di questo progetto vissuto in condivisione con il collega Alessandro D’Ambrosi, in scena a Roma dal 10 aprile fino al 14 giugno.
Benvenuto sul quotidiano “La Gazzetta dello Spettacolo“, Riccardo Brunetti. “Elsinore Carnival”, lo spettacolo che si avvale della tua regia assieme al collega Alessandro D’Ambrosi, sarà in scena dal 10 aprile al 14 giugno a Roma, all’area xx1. Cosa ci puoi svelare di questo ballo in maschera che ci riporta a Shakespeare, Stoppard, Müller e Kane?
«Posso dirvi che si tratta di un’esperienza molto particolare che spazierà tra stili, epoche e opportunità molto diverse. Ogni spettatore vivrà un viaggio unico in base alle sue scelte e a quanto desidererà venire coinvolto nella narrazione. Come in tutte le esperienze di Project xx1, si spazierà dall’essere semplici testimoni di ciò che accade ad una partecipazione personale e intima nelle sezioni dello spettacolo dedicate ad uno spettatore alla volta. Sarà, per prima cosa, una festa dove riscoprire chi siamo e cosa ci attrae».
Quali sensazioni ti auguri di poter raccogliere da parte del pubblico?
«Come sempre, ci auguriamo che il pubblico colga le occasioni per partecipare, per riflettere e per fare esperienze che non può vivere in nessun’altra proposta italiana. Speriamo davvero che questa avventura possa aiutare le persone a scoprire e ad abbracciare con serenità le piccole follie che ci portiamo dentro.
Cosa ti regala la regia, la possibilità di portare in scena qualcosa di ‘tuo’?
«Essere autori credo ci regali la possibilità di poter rispondere a delle necessità personali. A mio avviso l’opera artistica deve avere origine da un sincero bisogno, altrimenti diventa una semplice operazione di intrattenimento. Ognuna delle opere che ho il privilegio di poter firmare come autore o regista, risponde con forza alle esperienze personali che vivo nei diversi periodi della vita: la speranza è sempre che qualcuno possa riconoscere qualcosa di sé in queste mie risposte. Anche quando diventano più ruvide o spiazzanti».
Quali sogni restano ancora da concretizzare?
«Tantissimi, per fortuna! Mi auguro di poter realizzare delle produzioni che possano arrivare alla ricchezza che abbiamo visto nei nostri viaggi, articolate nelle mille sperimentazioni che vorremmo sviluppare con tutti i nostri collaboratori. Abbiamo idee per esperienze ispirate a Bulgakov, oppure dedicate a coppie di spettatori da soli, oppure che si basino su percorsi urbani. Le esperienze immersive sono un terreno così ricco e così inesplorato che non credo che gli spunti potranno mai mancarci».
Cosa puoi anticiparci sul tuo futuro artistico?
«Purtroppo molto poco: il futuro è sempre incerto, soprattutto nel mondo della cultura. So per certo che dopo esserci concentrati sulle proposte locali di spettacolo aperte al pubblico italiano, torneremo ad occuparci di proposte Europee con partecipanti internazionali e alle proposte educative dedicate alle scuole. Ho poi personalmente il progetto di scrivere un altro libro (il primo è “Esperienze immersive” del 2017) che possa parlare di tutte le esperienze sviluppate negli ultimi 10 anni, tra Italia ed Estero».
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