Intervista a Luigi Pedranzini, dal prossimo anno presente nella terza stagione de “I casi di Teresa Battaglia”, serie con Elena Sofia Ricci.
È l’incontro con l’attore Luigi Pedranzini ad anticiparci il ritorno di una terza stagione de “I casi di Teresa Battaglia” con il capitolo intitolato “Figlia della cenere”. Un ruolo entusiasmante, di cui non poter anticipare nulla, se non aver vissuto un set generoso e allegro (come è giusto che sia), e un’esperienza che ha regalato all’attore quel pizzico di consapevolezza in più…».
Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo, Luigi Pedranzini. Il prossimo anno potremo vederti nella serie con protagonista Elena Sofia Ricci, giunta al suo terzo capitolo, “Figlia della cenere”, ossia “I casi di Teresa Battaglia”. Cosa dire sul tuo ruolo, su questa esperienza?
«Un’esperienza bellissima, un ruolo non da poco da vivere, qualcosa di davvero gratificante a livello personale e lavorativo, in un soggetto scritto da Ilaria Tuti, di cui sono un grande estimatore. Ho lavorato con dei veri professionisti e di questo ne sono felice».
Se di colleghi si parla, cosa dire a riguardo?
«Si è trattato di un set molto generoso, a partire dalla Sofia Ricci in primis. Con noi giovani è stata davvero stupenda, piena di consigli, di tecniche da suggerire. Un lato materno, dolcissimo, quello conosciuto. Lo stesso vale per tutti gli altri colleghi, da Giuseppe Spata, per citarne alcuni, a Marial Bajma Riva. Talmente tanto uniti da uscire insieme ancora oggi, dopo le trasferte ad Udine, nei luoghi in cui abbiamo girato, e oltre.
Come è scattata la famosa scintilla per questo mestiere?
«Il mio percorso è stato abbastanza particolare, non orientato sin da subito verso la recitazione. Fino ai venticinque anni sono stato uno sciatore professionista, di casa al confine con la Svizzera, ma dopo un infortunio non molto grave, ho lasciato tutto per andare a vivere a Milano e studiare giornalismo sportivo. Ho poi incrociato la drammaturgia, i consigli di una brava insegnate che mi ha consigliato un corso di teatro dopo aver letto alcune cose che avevo realizzato… così ha avuto inizio questa mia carriera nella recitazione. Avevo ventisette anni…».

Hai bene in mente un ruolo da voler impersonare, in un futuro prossimo?
«Mi piacerebbe riuscire a portare in scena proprio il ruolo di uno sportivo, anche perché sono dell’idea che in quell’ambito ci sia ancora tanto da raccontare. Ogni sport ha il suo impegno, le sue regole e difficoltà, così come i cambiamenti che accompagnano un corpo ed un vissuto».
Da quali registi vorresti poter essere diretto?
«Ho una grande ammirazione per Paolo Virzì, capace di raccontare le emozioni come pochi al mondo. Non disdegno anche Margherita Vicario, abilissima nella sua opera prima, e Laura Samani, giovane e del nord, a Venezia quest’anno con il suo secondo film. Sono felice per tutte loro perché, finalmente, le donne hanno un loro spazio alla regia, come è giusto che sia, e per la visione che stanno apportando del mondo al nostro cinema italiano. Se di estero si parla, invece, adoro Alfonso Cuarón, Ari Aster…».
Quanto conta l’estetica, a tuo avviso, in questo mestiere?
«Ne sono un grande fan ma sono dell’idea che debba avere comunque un suo senso, non per forza visivo, ma inteso come sostegno alla storia, a ciò che si va a raccontare. Nel film di Cuarón, “Roma”, ciò viene vissuto a mo’ di sostegno del ‘racconto’. Ha, quindi, quel senso di cui ti parlavo poc’anzi…».
Quale sogno ti accompagna?
«Qualche anno fa, parlando con un mio insegnante, mi fu detto di guardare alla recitazione non come ad un sogno ma come ad un vero e proprio lavoro. Ecco, il mio sogno è poter vivere, quindi, di questo mestiere… ciò che mi auguro, che perseguo, è la possibilità di poter raggiungere degli obiettivi sempre più importanti portando le mie storie, ciò che scrivo, sui palchi dei festival più noti».
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